Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


La ricostruzione della strage secondo le dichiarazioni dei collaboratori. L’iniziale fase organizzativa della strage è stata raccontata da Grigoli Salvatore.

Questi ha detto che la decisione di attuare una strage allo stadio Olimpico di Roma gli fu comunicata da Giuseppe Graviano, in un incontro che ebbero a Misilmeri.

A questo incontro parteciparono lui, Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano, Giacalone, Graviano (Giuseppe). Non è sicuro circa la partecipazione di Benigno Salvatore (anche se propende per il sì).

Fu Nino Mangano ad avvisarlo di questa riunione, senza comunicargliene l’oggetto.

A Misilmeri si recò insieme a Giacalone (forse). Giunto in questo paese si fece loro incontro Cannella Cristofaro, il quale li accompagnò nel villino in cui si trovava Giuseppe Graviano.

Nel corso di questo incontro il Graviano parlò espressamente di colpire le forze dell’ordine mediante un’autobomba da collocare nei pressi dello stadio Olimpico di Roma.

Non è sicuro circa l’epoca di questo incontro. In un primo momento ha detto, infatti, che avvenne prima della lavorazione dell’esplosivo (di cui si parlerà); poi che avvenne dopo. Non ricorda nemmeno se avvenne prima o dopo l’assassinio di padre Puglisi. Infine, ha detto che era d’inverno, confondendo chiaramente l’epoca dell’incontro con quella dello spostamento a Roma, in vista dell’esecuzione dell’attentato.

- La preparazione dell’esplosivo è nota anch’essa per le dichiarazioni di Grigoli Salvatore.

Questi ha detto che poco dopo il 22 maggio 1993 (si ricorda di questo periodo perché collegato all’attentato incendiario avvenuto in danno di Ventura Giovanni), fu contattato da Nino Mangano, il quale gli ordinò di dare una mano ai “ragazzi” che stavano macinando e confezionando dell’esplosivo. Gli attrezzi per lavorare l’esplosivo (mazze, setaccio, corde, bilancia, ecc) furono da lui prelevati, insieme a Mangano Antonino e qualche altro del gruppo (Spatuzza o Lo Nigro) in un rudere che era nella disponibilità del Mangano stesso e si trovava nel vicolo Guarnaschelli di Corso dei Mille, alla periferia di Palermo.

Questo rudere fu poi ristrutturato, nel 1994-95. Insieme agli attrezzi fu prelevata anche una piccola quantità di esplosivo, che si presentava sotto forma di pietra, di colore giallastro-rossiccio. Era il residuo delle precedenti lavorazioni.

La lavorazione dell’esplosivo avvenne, questa volta, in un capannone sito al n. 1419/D di Corso dei Mille, che era stato adibito, un tempo, a deposito di sigarette.

L’esplosivo proveniva solo in piccola parte dal rudere di Mangano. La maggior parte fu portata nel capannone da Lo Nigro, con la sua moto Ape. Era anch’essa sotto forma di pietra, sempre di colore giallastro, e bagnata.

Lo Nigro custodiva la sua moto-Ape, che era di colore verde scuro, in via Salvatore Cappello. Qui lo Nigro teneva anche una motocicletta e attrezzature per la pesca.

La lavorazione consisteva nella macinatura e nel confezionamento e fu opera sua, di Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza. La macinatura fu fatta, in un primo momento, a mano (mazze e setaccio). Poi fecero ricorso ad una molazza, procurata da Mangano Antonino. Probabilmente, dice Grigoli, proveniva dal deposito di materiale edile di Giacomino Vaccaro, cognato del Mangano, sito in via Messina Montagne. Le macinature furono più di una e avvennero nel deposito di corso dei Mille e nel deposito di Giacomino Vaccaro.

Il confezionamento dell’esplosivo fu fatto, invece, solo nel deposito di Corso dei Mille. Furono confezionate quattro-cinque forme di esplosivo (non è sicuro sul numero), quelle grandi, e varie forme più piccole, di pochi chili ognuna.

Per il confezionamento venivano usati sacchi di spazzatura, dentro cui veniva stipato l’esplosivo (una volta macinato). Quindi, veniva compresso con corde, in modo da compattarlo al massimo. Quindi, veniva nastrato con lo scotch da pacchi.

Il risultato finale richiamava le forme del formaggio Parmigiano (infatti, venivano da loro chiamate “parmigiani”). Ogni “forma” aveva il peso di circa 60-70 kg.

Insieme all’esplosivo tagliarono anche dei tondini di ferro, che, collocati vicino all’esplosivo, dovevano aumentare la potenzialità offensiva del preparando ordigno.

Circa la destinazione che ebbe l’esplovivo così confezionato il Grigoli ha mostrato di non essere sicuro (pur essendo sicuro che fu utilizzato per le stragi). Probabilmente, ha detto, finì a Roma, per l’attentato allo stadio Olimpico, ovvero per l’attentato a Contorno.

- È certo, però, come si è già detto nel capitolo precedente, che un’altra parte dell’esplosivo finì a Milano, per la strage di via Palestro.

Il trasporto dell’esplosivo a Roma 

Su questo punto hanno deposto Grigoli, Carra e Scarano.

a - Grigoli ha detto che Carra usava, per i trasporti, sempre lo stesso camion. Cioè, un rimorchio con ribaltabile, in cui era possibile nascondere l’esplosivo, perché sotto il ribaltabile Carra aveva realizzato una specie di “cassa”, delle dimensioni di circa metri 3x0,70x060.

Il ribaltabile si alzava lateralmente. Furono caricati sul camion tre forme di esplosivo, del peso di circa 50-60 kg ognuna, e una borsa contenente armi.

Erano presenti lui, Carra e, forse, Spatuzza. Egli (Grigoli) fu presente quando venne caricato l’esplosivo, ma non è sicuro che si trattasse di quello destinato all’Olimpico, in quanto poteva trattarsi anche di quello destinato a Contorno.

Il carico avvenne, comunque, nel capannone di Corso dei Mille ed presente, forse, anche Spatuzza.

In realtà era proprio quello destinato all’Olimpico, giacché, come si vedrà commentando l’attentato a Contorno, Grigoli dirà che era a Roma, nella villetta di Capena, quando giunse l’esplosivo necessario a questo attentato, e che si trovava sul posto da qualche giorno. Da ciò si arguisce che non poteva trovarsi a Palermo al momento del carico.

b - Carra Pietro ha dichiarato di avere ricordi molto sfuocati in relazione ai viaggi effettuati in questa fase.

Ha detto, infatti, di ricordarsi di un viaggio “veloce”, effettuato a Roma nel 1993, tra il viaggio a Prato e prima di quello ad Arluno (10-15 giorni prima di quest’ultimo viaggio), ma non si è detto sicuro sull’epoca (e nemmeno su altre cose).

Non ricorda il luogo in cui avvenne il carico né le persone presenti.

Si ricorda di essersi imbarcato a Palermo per Napoli, alle otto di sera, col trattore e un rimorchio su cui era caricato un altro semirimorchio; di essere sbarcato a Napoli verso le sette del mattino successivo; di essersi reimbarcato a Napoli per Palermo verso le 20 dello stesso giorno, con gli stessi mezzi.

In questa occasione trasportò due “balle” di esplosivo, di quelle piccole, aventi la forma di una ruota d’auto, del peso di circa 35-40 kg, nonché una borsa da ginnastica blu, quasi vuota, contenente dei “ferri”.

Le forme di esplosivo erano in tutto simili, per forma, confezionamento e peso, ad altre viste presso la Polizia Scientifica di Roma (si tratta delle forme di esplosivo rinvenute in loc. Le Piane di Capena).

Non ricorda dove avvenne lo scarico. Si ricorda, però, vagamente, di aver prelevato le balle dal camion e di aver aiutato Spatuzza e Scarano a sistemarle in un furgone arancione, in possesso dello Scarano.

- Sempre il Carra ha parlato di un viaggio fatta Roma agli inzi del 1994 (ma non è sicuro sull’epoca), col solito sistema dei rimorchi sovrapposti.

Fece il viaggio da solo, via mare (Palermo-Napoli), e giunse alla solita area di servizio, sul Raccordo Anulare. Gli si fecero incontro Scarano e Spatuzza e lo accompagnarono al “deposito di acqua” dello Scarano (si tratta chiaramente della Rustica), dove v’era un capannone bianco con un supermercato. Antistante al capannone v’era un piazzale, all’aperto.

Giunsero alla Rustica verso le 20. Pioveva. Sul posto notò un’auto vecchia, parcheggiata da una parte.

Il piazzale era proprio vicino al raccordo anulare, da cui era separato da una rete.

In questo caso trasportò una borsa, di cui non ha mai saputo il contenuto.

Scaricarono in fondo al piazzale, dove era più buio. Alla fine Spatuzza gli chiese se voleva «andare a casa», per riposarsi un po’. Gli disse che in casa c’era anche Giuseppe Graviano. Egli rifiutò e proseguì il viaggio in direzione del Nord-Italia.

c - Scarano, dal canto suo, ha detto che, finita l’estate del 1993, qualche mese prima delle feste natalizie e dopo gli attentati alle chiese di Roma, si trovava, un giorno, Lo Nigro a casa sua. Questi fu raggiunto da una telefonata che annunciava l’arrivo del camion di Carra entro un paio d’ore.

Si portarono allora entrambi, con la sua Audi 80, all’area di servizio che si trova sul raccordo anulare, tra la Prenestina e la Casilina, dove trovarono Carra ed un’altra persona (probabilmente, dice, Giuliano).

Egli condusse queste persone in loc. La Rustica, dove operava la società Pat Service, nel settore degli alimenti, le acque minerali e simili. Questa società disponeva di un capannone, davanti al quale v’era un grande piazzale, su cui si affacciava anche un negozio di abbigliamento.

Conosceva questo posto perché vi lavorava tale Roberto, che gli aveva proposto, tempo prima, di entrare in società con lui. In effetti, il figlio Massimo vi lavorò per circa 8-9 mesi, utilizzando il furgone arancione con la scritta Acea.

Giunti alla Rustica vi trovarono il “padrone”, cioè una persona anziana che egli conosceva di vista, e gli chiesero il permesso di entrare per fare manovra. In realtà, entrati nel piazzale, ne approfittarono per scaricare. Eseguirono le operazioni in fondo al piazzale, dove c’era meno luce. Era di sera; pioveva forte.

Scaricarono l’esplosivo, contenuto in due “rotoli” come quelli visti nel cortile di Di Natale, nonché una borsa.

Scaricarono anche altri cinque-sei “rotoli” di esplosivo, molto più piccoli degli altri due, di circa un kg ognuno. Erano fatti a palloncino ed erano infilati in un sacco nero. Questi rotoli furono successivamente rinvenuti dalla Polizia, su sua indicazione.

L’esplosivo fu sistemato, per il momento, nel furgone arancione, che si trovava casualmente sul posto, per via del rapporto lavorativo intrattenuto dal figlio Massimo con la soc. Pat Service.

Circa le persone presenti in questa fase ha detto di essere sicuro di Lo Nigro e Giuliano. Non lo è, invece, per Benigno e Spatuzza.

Gli alloggi a Roma degli attentatori

Su quest’aspetto della vicenda hanno reso dichiarazioni Scarano Antonio, Bizzoni Alfredo e Grigoli Salvatore.

a - Scarano ha detto che Giacalone e compagnia ebbero la disponibilità dell’appartamento di via Dire Daua fino alla fine di agosto o agli inizi di settembre del 1993, allorché fu cambiata la serratura della porta (probabilmente da Bizzoni). Bizzoni stesso mise allora a disposizione la mansardina nel quartiere Tuscolano, vicino a Cinecittà. In questo locale rimasero, però, pochi giorni (cinque o sei), perché «c'erano parecchie persone che andavano su e giù» e perché, ad un certo momento, ebbero una discussione con la portiera.

Le pulizie di questo appartamento furono fatte dalla solita Cantale Simonetta, insieme alla figlia quattordicenne.

Dal quartiere Tuscolano passarono allora a Torvajanica, nel villaggio Tognazzi, dove il solito Bizzoni possedeva un villino. Qui rimasero parecchi giorni (20 giorni - un mese), fino ad attentato eseguito.

Questo villino fu frequentato da Giacalone, Benigno, Lo Nigro, Giuliano, Spatuzza e, almeno in una occasione, da Giuseppe Graviano.

Egli (Scarano) ci passò, in tutto, tre volte. Mentre era in preparazione l’attentato allo stadio Olimpico lo Spatuzza dormì, in una occasione, a casa sua (non ha precisato in quale occasione).

b - Grigoli Salvatore ha detto (come si vedrà meglio parlando delle attività preparatorie della strage) che, quando si spostò su Roma per passare all’azione, fu portato prima in una mansarda, all’ultimo piano di un palazzo; poi in una villetta sul mare.

c - Bizzoni Alfredo ha detto che a settembre 1993 riprese possesso dell’appartamento di via Dire Daua, senza cambiare la serratura. Su richiesta di Scarano mise quindi a disposizione la mansarda di Largo Giulio Capitolino, n. 9, di cui era entrato in possesso verso la metà di settembre del 1993.

Non ricorda chi fosse il proprietario di quell’appartamento (forse un certo Quaranta Franco, aggiunge). Era tenuto in affitto da una ragazza (“un architetto”), con cui si accordò.

In relazione a questa mansarda sorse un problema con la portiera, la quale si lamentò del fatto che “queste persone” rientravano tardi la sera e facevano “fracasso”. Questa discussione avvenne alcuni giorni dopo che era entrato in possesso dell’appartamento; comunque, prima della metà di ottobre del 1993 (epoca in cui subaffittò l’appartamento a certo Aldo Mencarelli).

Queste lamentele furono fatte dalla portiera direttamente a lui. Egli le girò a Scarano.

Quando ne parlò con Scarano, i “nipoti” erano già andati via. Non si comprende, però, se andarono via in seguito alle lamentele della portiera o successivamente ad esse.

I “nipoti” di Scarano rimasero nella mansardina 4-5 giorni. Non sa dove andarono ad abitare, una volta lasciata la mansarda di largo Giulio Capitolino.

Infatti, Scarano gli fece capire, in una occasione, che li aveva portati nella sua villa in costruzione; in un’altra, che li avrebbe ospitati un suo amico.

Ha detto ancora il Bizzoni che, nell’inverno del 1993, mise a disposizione la sua villa di Torvajanica. Nella stessa Scarano ci mise i soliti “nipoti”. In una o due occasioni vide altre persone, mai più riviste.

Consegnò la villetta di Torvajanica a fine 1993 o agli inizi del 1994, non ricorda bene.

Questa casa rimase in possesso di Scarano e dei “nipoti” per quattro o cinque giorni, non di più.

Andati via i “nipoti” diede incarico di effettuare le pulizie nella villa a Fiori Patrizia, che lo fece insieme al figlio. Fu una delle prime incombenze lavorative assolte da questa donna.

La Fiori iniziò a lavorare con lui a fine ‘93 o agli inizi di gennaio del 1994, non ricorda di preciso.

Ha detto che, durante la permanenza dei nipoti, si portò una volta nella villa e constatò la presenza di almeno tre persone («Uno era Giacalone, uno lo Spatuzza e l'altro Salvatore Benigno»). Questa sua visita a Torvajanica avvenne tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994. Forse non erano ancora passate le feste natalizie del 1993 (Mi pare di no. Non ne sono certo al cento per cento, ma mi pare che non erano passate le feste).

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