Non c’è pace per la delega fiscale: i sostenitori della «pace fiscale» portano avanti fino all’ultimo la loro guerra. Uscita profondamente stravolta dal Vietnam parlamentare della maggioranza di unità nazionale, approvata alla Camera in una versione annacquata, la delega sul fisco anche nelle ultime settimane del morente governo Draghi è campo di battaglia per la Lega di Matteo Salvini.

Appena otto giorni fa, quindi con il governo già caduto, sembrava essere stata trovata un’intesa di maggioranza per licenziare la riforma al Senato senza correttivi rispetto alla versione approvata nell’altro ramo del parlamento. Sembrava. Nel giro di pochi giorni la Lega ha iniziato a tirarsi indietro e ora siamo al vero e proprio ricatto all’esecutivo.

Voto contrario o sì col veto

Martedì, durante i lavori in commissione, il responsabile economico del partito di Salvini, Alberto Bagnai, ha dichiarato la contrarietà della Lega all’esame della legge «alla luce della compressione dei tempi a disposizione delle camere, che a maggior ragione imporrebbe la necessità di rispettare il perimetro di attività del parlamento tracciato dalla più alte cariche dello stato». Insomma, per rispetto di Sergio Mattarella, il capo dello stato che ha voluto il governo di unità nazionale, non votiamo la riforma fiscale che quell’esecutivo a larghissima maggioranza e di cui facciamo parte ha approvato alla Camera. Fratelli d’Italia ha concordato e Forza Italia non ha preso posizione, affidandosi alla decisione dei capigruppo. Dunque, arriviamo a ieri, con la conferenza dei capigruppo del Senato che doveva decidere che fare della riforma annunciata da Draghi addirittura nel suo discorso di insediamento, non ha deciso. Per far votare i suoi sessantuno senatori a favore della delega il partito di Salvini, secondo quanto riferito da altri parlamentari presenti, ha posto, infatti, come condizione al governo uscente che non venga approvato nessun decreto attuativo. Di fronte a questo veto difficilmente comprensibile, visto che il governo con tutte le emergenze in corso e con il poco tempo a disposizione, difficilmente approverebbe i decreti, tutto è stato rinviato. 

LaPresse

Alan Ferrari, vicepresidente del gruppo Pd, ha spiegato che solo se verrà «messa in sicurezza» la delega fiscale, allora potranno essere approvati altri provvedimenti, come per esempio quello sull’equo compenso, fortemente sostenuto dagli ordini professionali e dal partito di Giorgia Meloni.

Al momento l’esecutivo sta correndo per approvare i decreti legati al riordino e al potenziamento del sistema giudiziario, che sono vincolanti dal punto di vista del Recovery plan. I nostri impegni europei sul fronte del fisco sono solo due: uno è l’aumento progressivo negli anni a venire della compliance fiscale, cioè il recupero dell’evasione, che sarebbe fortemente aiutato se la riforma venisse approvata, visto che incide sulla possibilità di incrocio delle banche dati sui contribuenti e sul sistema di riscossione. E il secondo è la riforma del catasto, nel senso che le raccomandazioni del Consiglio Ue chiedono esplicitamente di spostare l’imposizione fiscale dai fattori produttivi a quelli improduttivi, e le ultime in ordine di tempo, arrivano esplicitamente a domandare l’aggiornamento dei valori catastali sulla base di quelli di mercato.

Il catasto

La legge delega prevede una versione molto soft della riforma del catasto: una operazione trasparenza, con la creazione di un nuovo sistema di rendite catastali, e l’impegno a non aumentare i tributi. In più prevede tutta una serie di principi, come quello della progressività e dell’equità orizzontale e di indicazioni generali – come la razionalizzazione dell’Iva – che però possono essere tradotti in molti modi. E il centrodestra è già riuscito a far sparire il riferimento al sistema di tassazione duale, che avrebbe implicato una tassazione uniforme dei redditi da capitale (affitti compresi), ha difeso, grazie all’aiuto dei Cinque stelle, la flat tax per i lavoratori autonomi, ha ottenuto comunque la riduzione progressiva dell’Irap che pesa sulle imprese. Non a caso in colloqui informali, il premier Mario Draghi ha confidato che la mancanza di richieste nette da parte del centrosinistra, di fronte alla lista del centrodestra, lo metteva persino in difficoltà.

LaPresse

In questo stato di cose, semplicemente l’approvazione della delega fisserebbe una cornice che aiuterebbe qualsiasi maggioranza risultasse vincitrice alle prossime elezioni ad accelerare l’iter dei lavori sui punti che ritiene condivisibili, passando direttamente ai decreti. Eppure la linea della Lega sulle tasse è talmente estrema e la competizione elettorale con l’alleata Giorgia Meloni così pressante che nemmeno questo ora è politicamente affrontabile.

La strategia di Salvini

Dal pugnalamento del governo, la logica di Salvini è molto chiara. Nel giorno in cui il premier incontrava Confindustria per parlare di salari ed emergenza energetica, il 28 luglio scorso, per esempio Salvini ha accusato il governo di aver escluso dagli incontri a palazzo Chigi alcune associazioni datoriali. Il riferimento era alle organizzazioni delle piccole imprese più vicine alle politiche leghiste, tra le quali Confesercenti e Confcommercio, che subito l’esecutivo si è premurato di incontrare e che Salvini ha invitato per un faccia a faccia anche alla festa leghista di Milano Marittima. Poco importa che di fronte all’ultimo sabotaggio dell’esecutivo Draghi, la narrazione leghista del M5s come unico responsabile della crisi risulti insostenibile. Salvini sa bene a chi deve parlare.

© Riproduzione riservata