Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata all’omicidio di Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio del 1988 dopo aver denunciato a più riprese le collusioni tra politica e mafia.

Nel giugno del 1970 viene eletto per la prima volta consigliere comunale. È il suo battesimo del fuoco. Non ha ancora trent’anni; la sua vita e la sua carriera sembrano andare a gonfie vele.

Nel suo Quando eravamo comunisti, corposo saggio sulla «singolare avventura del Partito Comunista in Sicilia», Elio Sanfilippo, che di quel partito è stato militante e dirigente fino al suo scioglimento, ha annotato un ricordo malizioso sul debutto politico di Insalaco. Lo descrive mentre si «compiace nel ricevere pubblicamente, appena eletto consigliere comunale, gli apprezzamenti affettuosi di Michele Greco, in occasione di una sua “visita” a Palazzo delle Aquile».

Palazzo delle Aquile è la sede del Municipio. Così l’antico Palazzo Senatorio è conosciuto fin dall’Ottocento. Deve il nome alle numerose aquile che lo decorano dentro e fuori. L’aquila è il simbolo della città di Palermo. È un nome che si presta a fin troppe ironie, considerando la levatura del personale politico che frequentava quel palazzo. Verrebbe da dire che, con le aquile, svolazzava in quelle stanze anche più di un avvoltoio.

Michele Greco e le visite in Municipio

Il Michele Greco del 1970 non è ancora il «papa» della mafia, il boss che si professa appassionato lettore della Bibbia e che, afferrandosi alle sbarre della sua gabbia, nell’aula del maxiprocesso, augura ambiguamente «la pace» a giudici e giurati che stanno per riunirsi in camera di consiglio.

È invece un ricco possidente, un agricoltore che ha il vezzo di ospitare nella propria tenuta, la Favarella, nella borgata di Ciaculli, alti magistrati e ufficiali dei carabinieri, politici e professionisti. Che sia mafioso, s’intende, lo sanno tutti. Ma non lo dice nessuno. Non a voce alta, almeno. Si sfogherà, anni dopo, in uno dei molti processi per le stragi degli anni Novanta, un mafioso di Brancaccio, Tullio Cannella: «A Palermo, pure ’u gnuri, quello che porta la carrozzella, sa chi è mafioso e chi è una persona comune. Finiamola con questa storia della grande segretezza di Cosa Nostra». Nel quadretto disegnato da Sanfilippo c’è più di un dettaglio da sottolineare.

Il primo è il libero accesso che al mafioso Michele Greco è garantito nelle stanze del Municipio e la deferenza che deve essergli riservata se un consigliere alle prime armi, per giunta notoriamente al servizio del ministro dell’Interno, può compiacersi di ricevere le sue lodi in pubblico. Il secondo dettaglio interessante è l’affettuosità che Sanfilippo sottolinea. Non è difficile intuirne le ragioni.

Da segretario del ministro, Insalaco maneggia pratiche delicate, e per i mafiosi preziose: porti d’armi, patenti, licenze di caccia, per non dire delle misure di polizia, diffide, soggiorni obbligati. Che Michele Greco voglia tenersi buono quel giovane democristiano, è comprensibile. Più ambiguo – ma in pieno accordo con lo spirito del tempo – è il compiacimento del neoconsigliere comunale per il favore manifesto di un mafioso. In quell’inizio di anni Settanta il giovane che, pur «senza espletare», figura nella pianta organica del ministero dell’Interno, fa il suo debutto ufficiale sulla scena dei misteri di Palermo. Il ministro lo invia in avanscoperta per missioni delicate.

L’occasione è la scomparsa di Mauro De Mauro, grande cronista e abilissimo cacciatore di scoop per L’Ora. De Mauro scompare la sera del 16 settembre 1970, dopo essere salito in macchina con tre uomini che l’hanno raggiunto sotto casa.

E scompare proprio nei giorni in cui aveva detto in giro di aver in mano uno scoop da far tremare l’Italia. In bassa fortuna al giornale, stava lavorando per il regista Francesco Rosi, che lo aveva incaricato di procurargli materiale per un film su Enrico Mattei, il patron dell’Eni, morto nella misteriosa esplosione dell’aereo che lo riportava a casa da un viaggio in Sicilia. Qualche giorno dopo la scomparsa, si presenta a casa De Mauro, per «porgere i saluti del ministro», «un tal Insalaco». È Elda De Mauro a evocarlo con quella formula di sbrigativa sufficienza in un colloquio con gli inquirenti.

La moglie del giornalista ha chiesto aiuto a Restivo, amico di famiglia. Ed ecco spuntare, invece del ministro, un giovanotto: «un tal Insalaco», appunto. Alla donna, torturata dall’angoscia per la sorte del marito, la scelta del ministro di inviare il segretario sembra uno sgarbo o, peggio, un modo obliquo per prendere le distanze, per suggerire che, della scomparsa di De Mauro, Restivo non intende occuparsi. Cattivo segno. E fondato timore. Nel gennaio 2014 la magistratura getterà la spugna: assolto Totò Riina, indicato come possibile mandante nell’ultima delle molte inchieste sul caso De Mauro, si è stabilito una volta per tutte che il mistero resterà tale.

Ciancimino sindaco di Palermo

Al di là del ricordo di Sanfilippo, non c’è traccia dell’esordio di Insalaco sulla scena politica palermitana. Ma c’è una buona ragione per ricordarsi dell’anno 1970 nella storia politica della città. Nell’autunno di quell’anno Vito Ciancimino decide di candidarsi a sindaco. È una provocazione destinata a fare scandalo.

Don Vito ha già una sua fosca fama: figura negli atti della Commissione parlamentare antimafia come l’assessore del sacco di Palermo, il responsabile dei lavori pubblici che, d’accordo col sindaco Salvo Lima, ha consentito a una genia di costruttori venuti su dal nulla di stuprare e distruggere la splendida città liberty.

Nei primi anni Sessanta, da assessore, Ciancimino ha distribuito migliaia di licenze edilizie a prestanome, ha fatto la fortuna di costruttori mafiosi («in odor di mafia», si diceva allora: come se la mafia avesse un suo odore speciale). Da Roma il presidente della Commissione antimafia, il senatore Luigi Cattanei, che pure è un democristiano, critica con durezza la candidatura a sindaco di Ciancimino. Ma don Vito non si arrende.

Nella Dc palermitana comincia una fronda sotterranea per sbarazzarsi dell’ingombrante candidato. E chi più briga per sbarrare la strada a Ciancimino è lo stesso personaggio che, da sindaco, l’aveva avuto accanto nel sacco di Palermo: Salvo Lima, che ha da poco abbandonato la corrente fanfaniana e ha stretto un’alleanza con Giulio Andreotti destinata a durare fino alla sua morte. Troppo prudente per esporsi in prima persona, Lima invia il suo braccio destro, Michele Reina, a trattare con Achille Occhetto, segretario provinciale del Pci, per affondare la candidatura di Ciancimino.

Nel suo libro Sanfilippo ricostruisce un inquietante retroscena di quella trattativa. Il democristiano e il comunista si incontrano in segreto nelle stanze malandate del Sunia, il sindacato inquilini, in via xx Settembre.

È uno strano luogo per convocare appuntamenti riservati, nel cuore della città. Occhetto è diffidente, ha paura di essere usato nei giochi di corrente della Dc, chiede a Reina garanzie. E la garanzia che il democristiano gli offre – scrive Sanfilippo – è il rischio che egli stesso corre in quegli incontri: è in gioco, confida, la sua «incolumità personale». Nel ricordo di chi la sentì riferire da Occhetto, la frase di Reina è sincera fino alla brutalità: «Voi comunisti fate politica, ma io qui rischio la vita».

La perderà davvero, la vita, Michele Reina, e sarà la mafia a togliergliela, ma nove anni dopo, nella campagna di sterminio di un anno fatale e misterioso, il 1979. Eppure quella consapevolezza di giocarsi la pelle sui tavoli della politica, quella frase drammatica lanciata nel campo neutro di una scalcagnata sede sindacale, tra due avversari politici che dovevano solo decidere come mandare a casa un sindaco, fa davvero impressione.

Significa che i democristiani sapevano di avere una pistola puntata alla tempia. Sapevano che, a Palermo, le scelte della politica erano questione di vita o di morte. E lo sapevano prima ancora che si aprisse la stagione dei cadaveri eccellenti, come li chiamò il regista Francesco Rosi.

Il delitto che apre ufficialmente quella stagione è l’assassinio del procuratore della Repubblica Salvatore Scaglione. La data è il 5 maggio 1971. Dunque, quando nelle stanze del Sunia il democristiano Reina confida le sue paure al comunista Occhetto, il procuratore Scaglione è ancora ben vivo e non sa che non vivrà un’altra estate.

Non c’è storia della mafia che non ricordi, con una sorta di preoccupata sollecitudine, che don Vito fu sindaco solo per 56 giorni. È una mezza verità, sostenuta con tale foga da somigliare a un esorcismo: come se si volesse dimostrare a tutti i costi che Ciancimino fu una meteora, la sua sindacatura un incidente subito archiviato.

Con maggiore fedeltà alla cronaca e una curiosa imprecisione, il sito del Comune di Palermo lo indica in carica dal 25 novembre 1970 al 27 aprile 1971, che fa un totale di 153 giorni. È un errore, perché Ciancimino venne eletto sindaco il 13 ottobre, non a fine novembre. E sarà certo un caso, un banalissimo errore di trascrizione, ma è curioso che quell’errore equivalga a cancellare un mese e mezzo di sindacatura cianciminiana dagli annali del Comune.

Acciuffata l’elezione per un pelo, con un solo voto in più rispetto al candidato delle sinistre, Ciancimino si dimise il 7 dicembre, travolto dalle polemiche. A impallinarlo, provvide anche il capo della polizia, Angelo Vicari. Volato da Roma a Palermo col pretesto dell’ennesimo omicidio di mafia, Vicari trovò l’occasione per dichiarare alla stampa che, sul nuovo sindaco, condivideva le riserve espresse dall’Antimafia. Parole pesanti, se a pronunciarle è il capo della polizia: un avviso di sfratto. E don Vito dovette intravedere, dietro quella pubblica sconfessione, il profilo del ministro dell’Interno, Franco Restivo, il protettore del giovane Insalaco.

Nel gioco oscuro di coincidenze che segna la storia siciliana, il 7 dicembre, giorno delle dimissioni di Ciancimino, è una data da ricordare. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, a Roma, un’avanguardia di golpisti in armi entrò nei sotterranei del Viminale, salvo poi ritirarsi, per motivi destinati a restare ignoti. Era il golpe Borghese, dal nome dell’uomo che lo guidò: Junio Valerio Borghese, il principe nero – un fascista, sia detto per inciso, al quale il giornalista De Mauro, in gioventù repubblichino, fu legato da ammirazione e affetto.

Di quel tentativo abortito di colpo di Stato, l’Italia seppe un anno dopo, e in versioni edulcorate, come di un golpe da operetta, un’opera buffa messa in scena da un manipolo di guardie forestali e di nostalgici del duce. Ma Cosa Nostra ne era stata informata in anteprima. Si dovranno aspettare gli anni Ottanta per ascoltare, in pieno maxiprocesso, dalla viva voce di Luciano Liggio una versione dei fatti sorprendente. Atteggiandosi a difensore della democrazia, Liggio racconterà che Cosa Nostra era stata interpellata dai golpisti perché fornisse uomini e armi all’impresa di Borghese, ma si era tirata indietro.

Ed è lecito il dubbio che lo scoop clamoroso che De Mauro non riuscì mai a pubblicare fosse, appunto, la storia di un progetto di golpe a doppia firma: mafia e fascisti. Ma l’alleanza saltò. In misteriosa sincronia, tutti si tirarono indietro, quel 7 dicembre 1970: Ciancimino dimettendosi dalla carica di sindaco; Cosa Nostra rifiutando l’offerta di partecipare al golpe; i golpisti arretrando dai sotterranei del Viminale. Indecifrabili coincidenze

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