Dopo gli incassi e le polemiche per le apparizioni a Domenica In, Belve e Avanti popolo, Fabrizio Corona si dedica agli amici con i quali vanta un’esperienza comune: il carcere. Amici che, nonostante condanne e inchieste, vivono tra selfie e comunità di recupero lontani dalle patrie galere.

Basta una foto per sancire un legame, per unire due mondi e, a leggere i loro post, segnare un nuovo inizio per entrambi. Da una parte c’è l’ex fotografo dei vip che dopo la detenzione ha ricominciato con il sito Dillinger e le rivelazioni sul calcioscommesse tra conferme, smentite e querele.

Dall’altra c’è Kevin Di Napoli, una vita per il pugilato e un incrocio pericoloso con la banda di Diabolik, quel Fabrizio Piscitelli, capo ultras della Lazio, re di Roma nord, ucciso in un parco romano il 7 agosto 2019. La batteria degli ex Irriducibili della Lazio aveva tre punti cardinali: la droga, le botte e i soldi da riciclare.

Soldi che sono stati investiti in ogni settore, senza trascurare quello delle scommesse e delle puntate, vecchio pallino di ogni banda criminale che si rispetti a Roma. Di Napoli nella batteria di Roma nord, a guida Piscitelli, era il picchiatore, senza guantoni risolveva problemi e ammansiva chi non voleva piegarsi ai voleri dei capi.

Molti nemici molto onore

Nella foto, pubblicata a fine ottobre ci sono abbracciati Corona in canottiera e Di Napoli con indosso una maglietta della Lazio e sotto la scritta: «Molti nemici molto onore». L’ex uomo di Diabolik parafrasa la retorica mussoliniana. Tra i commenti spunta quello dell’ex fotografo dei vip: «Amici veri da tanto e non per moda. Nella buona e nella cattiva sorte».

Gli altri utenti commentano la maglietta della squadra biancoceleste e qualcuno loda le doti da indovino di Corona, che ha anticipato alcuni nomi di giocatori coinvolti nell’indagine della magistratura sul calcioscommesse e ne indica anche altri non indagati che hanno presentato querela per diffamazione. «Ao diglie di non fa troppi nomi della Lazio», scrive un utente e un altro: «Che Benito sia con voi e con il vostro spirito».

Le altre foto di Di Napoli raccontano la passione per i guantoni e le amicizie che contano, come quella con il calciatore della Lazio, ex Juve, Luca Pellegrini. È stata pubblicata il 10 giugno 2022 e il terzino l’ha commentata così: «Amico mio, a presto».

Il giorno del suo compleanno, il 19 marzo, Di Napoli è stato celebrato anche nella curva Sud della Roma con uno striscione eloquente: «Audentes fortuna iuvat, auguri Kevin», firmato Offensiva ultras, gruppo dell’estrema destra romana. Nelle foto pubblicate dal braccio violento di Diabolik in sua compagnia ci sono attrici, attori e auto di grossa cilindrata.

Il picchiatore

I guai di Di Napoli iniziano nel 2019 quando è stato arrestato in compagnia dell’intera batteria di Ponte Milvio, pochi mesi dopo l’omicidio di Diabolik. Una storia di botte ed estorsioni. L’accusa era pesantissima: faceva parte della squadra di picchiatori a disposizione di Piscitelli e del socio di curva e d’affari Fabrizio Fabietti.

All’inizio era scattata anche l’aggravante per mafia caduta nel corso del processo. Restano agli atti le intercettazioni e le risultanze scaturite dall’indagine della guardia di finanza che ha agito sotto il coordinamento della procura antimafia di Roma. Di Napoli svolgeva l’attività di recupero di crediti, si occupava di piegare ogni resistenza di clienti o debitori della banda.

«Ti devi portare altri due che menano forti, forti, per sfondarlo proprio… lo dobbiamo mandare all’ospedale poi andiamo a chiedergli, andiamo a prendere tutto, orologi, soldi, gli leviamo tutto», diceva Fabietti a Di Napoli prima di una spedizione punitiva. «Oh il manganello prenditelo tu...dice Kevin...gli ha infilato un dito in bocca, gli ha bucato dall’altra parte...oh c’avevo il manganello piegato», diceva uno dei sodali a Fabietti alla fine della rappresaglia.

In un frangente Piscitelli si trovava a dover redarguire l’intraprendenza di Di Napoli che era andato a sfidare un avversario senza avvisare il gruppo, comportamento che rischiava di mettere in imbarazzo la batteria. «E che vai a fa sti appuntamenti e non avvisi manco Fabrizio?», diceva il boss poi freddato con un colpo in testa al parco degli Acquedotti.

In un’altra conversazione Di Napoli raccontava di aver incrociato un nemico in strada: «...L’ho beccato sulla Colombo... “a brutta merda sono sei mesi che te stò a cercà”... l’ho spaccato, gli ho preso la macchina e me ne sono andato».

La droga, le botte e i soldi, tanti quelli che in poco tempo, anche poche ore, riuscivano a rimediare gli uomini di Diabolik. Denaro riciclato ovunque e, di certo, anche nella vecchia lavatrice delle batterie criminali romane: il mondo delle scommesse.

«Mai arrivare con i disperati perché i disperati ti fanno beve (arrestare, ndr)», continuava a ripetere Diabolik ai suoi sodali prima di finire i suoi giorni ucciso per aver osato troppo nel territorio del suo primo dante causa, il boss dei boss, Michele Senese.

Con Senese e i suoi uomini, Di Napoli ha avuto a che fare. Emerge in alcuni atti giudiziari, dove si legge: «Di Napoli, pugile, già affiliato al clan di Esposito Marco alias barboncino ad Ostia, Marotta Aniello e Abramo Ettore detto Plutone, tutti ultras della Lazio appartenenti agli Irriducibili con precedenti per reati contro la persona».

Mica solo i napoletani, Di Napoli conosce i giri giusti come quelli dei gruppi criminali ormai egemoni nel traffico di droga: gli albanesi. Li ha conosciuti grazie a Diabolik e alla sua banda: nell’aprile 2018 Fabietti si trovava in compagnia di Dorian Petoku, Kevin Di Napoli e altri soggetti. Petoku è rappresentante in Italia di una batteria criminale che ha piede in Albania e fa soldi a frotte con il traffico di droga.

Di Napoli è stato condannato nel processo “grande raccordo criminale”. Questa sentenza non è definitiva, ha invece superato il vaglio della cassazione quella per lesioni personali. Nei suoi post continua a difendere la sua storia e a ribadire che lui con la droga non c’entra niente, anche se in questo momento, dopo un pronunciamento della corte d’appello di Roma, sconta i domiciliari in una comunità di recupero per tossicodipendenti.

L’infame

Una comunità dove Corona è andato a trovarlo. Il nuovo corso del popolare ex fotografo dei vip vive di roboanti rivelazioni, la promozione di canali di scommesse, amicizie, ma anche di inciampi come le polemiche seguite all’ultima pubblicazione su alcune presunte frequentazioni di un calciatore romanista.

Notizie che gli sono costate uno striscione, firmato dagli ultrà romanisti della curva Sud, nel quale viene bollato come infame. A loro Corona ha risposto così: «Vi nascondete dietro una curva dove sono sicuro che quelli con le palle non la pensano come voi».

L’occasione per Corona di spiegare il suo concetto di “infame”, digressione che aveva consegnato anche al pubblico di Avanti popolo, su Rai 3. Durante l’ospitata retribuita su un canale del servizio pubblico aveva detto: «Io non sono mai passato dalla parte dei buoni, io non credo nelle istituzioni. Chiunque si permette di pronunciare la parola “infame”, guardo la telecamera, si deve sciacquare la bocca prima di pronunciarlo, io non lavoro con le forze dell’ordine (...) Ho un codice etico che mi ha insegnato la galera e che rispetto», diceva.

Corona avvisava di non voler fare i nomi di chi sta dall’altra parte lasciando intendere di riferirsi ai detentori del banco: i gestori delle scommesse illegali, in cui sarebbero implicati i calciatori, collegati alla criminalità. Se il banco resta oscuro e coperto, in chiaro troviamo le amicizie e le frequentazioni di Corona, come con Di Napoli, la macchina da guerra del clan di Diabolik. (1-continua)

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