Il principio di precauzione ignorato, la frammentazione delle risposte e l’assenza di una normativa . La Corte europea dei diritti dell’uomo chiede interventi entro due anni per evitare i risarcimenti
Anno 1996, Roma, sezione Criminalpol. Un poliziotto scrive un’informativa che racconta di «camorristi, imprenditori "ecomafiosi", usurai, banchieri, bancari e professionisti della finanza», coinvolti con tempi e ruoli diversi nella «realizzazione di un un progetto unico dagli effetti letali per il sistema economico nazionale e per l'ambiente».
L’ambiente era la terra campana. Trent’anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza storica, ha stabilito che lo stato italiano non ha tutelato i cittadini nonostante fosse a conoscenza della compromissione ambientale dei luoghi fin dalla fine degli anni ottanta. E lo fa valorizzando un principio dimenticato in questi anni: quello di precauzione.
Sono passati tre decenni dall’informativa di Roberto Mancini, l’ispettore di polizia, morto di leucemia dopo aver scandagliato terreni compromessi e inseguito trafficanti di veleni, e adesso arriva un pronunciamento che cancella ambiguità e colpevoli silenzi. Quell’informativa è rimasta sepolta nei cassetti per anni, prima di finire nel processo all’inventore dell’ecomafia in Campania, Cipriano Chianese, poi condannato per l’inquinamento della discarica di sua proprietà. Trent’anni di ritardi, omissioni, imprenditori protagonisti degli scarichi diventati padroni di una terra, politici distratti, nella migliore delle ipotesi, e complici, nella peggiore.
La decisione storica
La Corte di Strasburgo boccia le condotte dello Stato italiano perché esisteva un dovere di protezione non annullato dalla mancanza di certezza scientifica «sugli effetti precisi che l'inquinamento potrebbe avere sulla salute di un richiedente», si legge nella storica decisione. Altro punto cruciale è quello relativo alla frammentazione degli enti decisori, una pletora di soggetti istituzionali, province, comuni, autorità sanitarie, regione, ministeri che non hanno fatto altro che aumentare la confusione, tardare le risposte e costruire distanza tra comunità e stato.
Questo ha impedito «una risposta sistematica, coordinata e globale da parte delle autorità» nell’affrontare la situazione della Terra dei Fuochi, si sottolinea nel verdetto che ricostruisce anche i silenzi, i segreti di stato e l’impunità garantita a trafficanti e sodali grazie a una legislazione carente e alla beata prescrizione. Ma come si è arrivati a questa pronuncia?
I cittadini contro il potere
«Si respira aria di giustizia, noi siamo stati per anni derisi, umiliati, accusati di allarmismo. L’Europa stabilisce che c’è stata la violazione del diritto alla salute, noi non volevamo rovinare l’immagine della nostra terra, volevamo difenderla. Ora bonifiche, ma subito. Basta chiacchiere, non ne possiamo più», dice Alessandro Cannavacciuolo tra i firmatari del ricorso alla Cedu.
Cannavacciuolo è un combattente, uno che non si è arreso quando ha visto la tradizione familiare di pastori finire con l’abbattimento delle pecore. Tra quei capi di bestiame alcuni nascevano deformi, mostri, gli ovini erano pieni zeppi di diossina. Loro e anche chi viveva ad Acerra, paesone in provincia di Napoli, come lo zio di Alessandro, morto di tumore. E mica solo lui.
Uomini come agnelli, abbattuti dai veleni e dall’indifferenza. Quante ne hanno sentite da queste parti, il dileggio più grande dalle istituzioni italiane è stato il silenzio. «Il mio pensiero va a tutti i colori che hanno lottato insieme a noi e non sono riusciti ad assaporare questo minimo di giustizia. Ma questa è una terra che ha bisogno anche di risposte, chi ha inquinato non può tornare in possesso di tutto per l’inerzia di un giudice», conclude Alessandro.
Si riferisce ai fratelli Pellini, tra loro anche un ex maresciallo dei carabinieri, condannati per disastro ambientale e al centro di una procedura di confisca incredibilmente arenatasi per il ritardo della corte d’appello nell’emissione del verdetto e la conseguente perdita di efficacia del decreto, nel silenzio del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Ora il procedimento è ripartito da zero. Insieme ad Alessandro altri 40 cittadini, più cinque associazioni, hanno firmato il ricorso alla Corte europea, grazie al supporto di un pool di avvocati (Antonella Mascia, Ambrogio Vallo, Armando Corsini, Valentina Centonze).
«Tecnicamente si chiama pronuncia di accertamento, la Cedu ha accertato la violazione dell’articolo 2, lo stato italiano non ha protetto i cittadini, le istituzioni dovevano prendere atto della situazione e intervenire. Ora l’Italia ha due anni per mettere in atto soluzioni e interventi (bonifiche, mappature, studi, piattaforme per correlare dati), tra queste anche un’informazione chiara sui territori specifici e i rischi collegati», dice l’avvocata Centonze. Mentre elenca i nominativi dei ricorrenti dice: «Scriva anche Luciano Centonze, mio padre, c’è anche lui nel ricorso. Ora non c’è più, è morto di leucemia».
Ogni famiglia ha un dolore, un ricordo, una mancanza. Da queste parti, proprio ad Acerra, ha lavorato per anni Michele Liguori, il vigile, morto di tumore, che combatteva contro i trafficanti di morte. Il pentito di camorra lo disse chiaramente: «Ad Acerra c’è ampia copertura, l’eccezione è solo il vigile con la barba». Quello con la barba era Michele Liguori, l’indomabile. «Ora bisogna vigilare perché non ci fidiamo più dello stato, questa sentenza apre una nuova stagione di lotta», dice Enzo Tosti, storico attivista.
La decisione di Strasburgo apre un varco e impone immediati interventi in terra campana, decorsi due anni la corte si riserva di decidere sui risarcimenti morali richiesti. Roberto Mancini, prima di morire, continuava a ripetere che forse, nel 1996, non erano maturi i tempi per affrontare complicità e il sistema criminale che aveva favorito il saccheggio. Oggi, tre decenni dopo, è già troppo tardi: serve la bonifica dei terreni e della verità, la commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti ha ancora tempo per mettere in fila le imprese che hanno avvelenato i terreni e che ora si occupano di green e rinnovabili. Sarebbe una risposta, insieme alle altre, per iniziare a ricostruire un rapporto di fiducia con un popolo avvelenato e ignorato.
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