Per Domenico Arcuri, commissario straordinario all'emergenza Covid 19, la fase quattro della pandemia è già iniziata. Da giovedì scorso l'amministratore delegato di Invitalia è tornato a ritagliarsi un canale di comunicazione diretta con la stampa. Ovviamente non è un buon segno. I giovedì del commissario ci accompagneranno durante le settimane del prossimo lockdown, anche se è ancora da intendersi quale versione deciderà di adottare il governo e con quali limitazioni alla libertà personale.

Dalla fase 1 a oggi

La prima fase è stata quella dell'azione contro qualcosa di completamente inatteso, dei contratti per la produzione di mascherine stretti con aziende di tutti i tipi per aumentare la distribuzione a prezzo calmierato e della penuria di reagenti. Alla fine di quella fase Arcuri si è fatto i complimenti da solo, dichiarando che la gestione era stata straordinaria e paragonando quello che aveva fatto a una guerra di trincea.

La fase due è andata peggio: c'è stata la questione dei banchi, con rotelle o meno, il bando ritoccato più volte, la promessa poi ritrattata di farli consegnare per l'apertura delle scuole, le scene delle poche consegne a settembre filmate a favore di tiggì. Intanto si è aperta una terza fase di aspre polemiche anche con le regioni.

La polemica sui ventilatori

A un certo punto il commissario ha detto che le cifre non tornavano: che i numeri dei ventilatori da lui consegnati erano di più di quelli che le regioni gli trasmettevano indietro. Per due giorni il commissario ha rilasciato interviste ai giornali chiedendosi dove erano finiti i ventilatori, come se i presidenti di regione li avessero nascosti o rivenduti.

Eppure in quei giorni bastava alzare il telefono e chiedere alle regioni - a noi è successo di farlo - per sentirsi spiegare che il motivo del divario tra i numeri era che le regioni trasmettevano i ventilatori attivati per la cura dei pazienti. Erano gli stessi giorni in cui noi denunciavamo il ritardo dei piani di riorganizzazione degli ospedali. Alla fine anche il commissario Arcuri è arrivato alla stessa conclusione e in una intervista di pochi giorni fa ha detto che sulla questione dei ventilatori «non c’è più nessuna polemica». 

La solitudine dei numeri utili

Nella quarta fase come in quelle precedenti Arcuri ha il compito di procurare materiale che serve per affrontare l'emergenza. Arcuri ha detto in un’intervista all’Huffington Post che lui non deve pensare, ma attuare quello che gli altri gli dicono. Eppure è difficile che si cali nel ruolo del mero esecutore. La sua ultima conferenza stampa si è aperta con una lunga sequela di numeri. «I numeri valgono più delle parole», ha detto Arcuri. In realtà ci sono numeri utili e numeri che utili non sono e quelli del commissario sono usati spesso più per stordire che per spiegare.

Non si capisce, per esempio, a cosa serva la cifra che campeggia a tutta pagina in una delle slide del commissario, se non a dimostrare quanto ha lavorato il commissario: 1.606.027.704, numero a nove zeri che comprende tutti i materiali distribuiti dalla sua struttura, dalle mascherine al gel ai tamponi, tutto insieme in un calderone poco logico.

O se non sia sfidare la sorte il triste ranking mondiale del tasso di contagi con cui si aprono le slide e con cui il commissario vuole mostrare che l’Italia è oggi al tredicesimo posto, rispetto al secondo posto di marzo. Una rivendicazione a danni degli altri per cui i tedeschi hanno inventato una parola molto precisa. 

Una vigilia molto attiva

Molto più utile, invece, è sapere a che punto sono i lavori per gli ospedali o i numeri dei tamponi. In questi giorni, arrivati ormai alla vigilia di un nuovo lockdown, Arcuri è stato molto attivo, ha avviato diverse indagini sui fabbisogni di materiale per la seconda ondata: il 14 ottobre ha avviato l’analisi per la fornitura di tamponi, test antigenici e test molecolari da distribuire alle regioni. Il 16 ottobre una ricognizione dello stato delle terapie intensive e dei ventilatori non utilizzati per ridistribuirli meglio. Il 28 ottobre ha mandato una nuova comunicazione per verificare i fabbisogni di altri ventilatori nonché delle strutture temporanee che erano previste con il decreto rilancio: quattro reparti mobili da 300 letti che possono essere messi a disposizione dove servono.

Adesso le regioni chiedono il doppio dei test

Fino al 27 ottobre il fabbisogno comunicato dalle regioni era di quasi 316 mila test molecolari al giorno e 186 mila test antigenici, cioè quelli che sono più rapidi ma che rischiano anche di dare maggiori risultati falso negativi.  Sono dati in aumento del 110 per cento rispetto all’ultima settimana, la richiesta è più che raddoppiata.

Per quelli antigenici la struttura commissariale ha appena concluso l'approvvigionamento di 10 milioni di nuovi tamponi nasofaringei, un quantitativo che potrebbe bastare per due mesi, ma solo nel caso si rimanesse al fabbisogno segnalato oggi, quando già è difficile prenotare un test e diverse regioni hanno ordinato anche di smettere di testare gli asintomatici.

Per quelli molecolari  si pensa ad aprire una nuova gara per la fornitura da gennaio a marzo, ma occorre ancora definirne il quantitativo, in base a quanto chiederanno le regioni. Alcune amministrazioni regionali come Calabria e Sicilia hanno chiesto più test, secondo quanto riferisce chi ha partecipato all’ultima riunione. Arcuri di fronte allo sbalzo di richiesta si è raccomandato che l’aumento corrisponda alla capacità di testare e si è sentito rispondere dalle stesse regioni che durante la prima ondata, ormai sette mesi fa, avevano testato poco. 

Ventilatori e ospedali

La struttura commissariale ha distribuito 3300 ventilatori, ne può distribuire altri 1849: questo vuol dire che mancano poche centinaia di ventilatori per arrivare all’obiettivo di 14 ventilatori per 100 mila abitanti. Un enorme passo avanti in questi sette mesi. Ma un ventilatore non è una terapia intensiva, come spesso Arcuri sembra tentare di far credere. 

Domani, 2 novembre, saranno pubblicati gli elenchi provvisori di chi si è aggiudicato il bando per i servizi tecnici per la riorganizzazione degli ospedali di cui abbiamo testimoniato i ritardi, assieme a un elenco di fornitori di attrezzature per le terapie intensive.

Arcuri ha detto di voler chiudere «la polemica» citando l’articolo del decreto rilancio che prevedeva i rimborsi per chi aveva effettuato i lavori prima del decreto: esattamente il caso dell’Emilia Romagna che ha costruito un hub delle terapie intensive già ad aprile e che abbiamo raccontato su questo giornale.

Cosa non torna

Peccato che il commissario subito dopo, forse contando sulla distrazione degli ascoltatori, abbia detto che questo significava anche che le regioni potevano avviare i lavori da maggio, cosa non vera, tanto che diverse hanno atteso le deleghe. Ha anche detto che evitava di dire cosa erano quei piani «per carità di patria», eppure il ministero della salute aveva la facoltà di rifiutare i programmi non adeguati e anche di definirli lui stesso. Non è successo. Ma se dovevano essere riscritti, allora sarebbe stato il ministero a doversi assumere questa reponsabilità.

In base al cronoprogramma mostrato dalla struttura commissariale, quattro regioni su venti avrebbero pure terminati i programmi di ristrutturazione entro i primi mesi del 2021, le altre avrebbero avviato i lavori da mesi, magari partendo dall’adeguamento dei pronti soccorsi per isolare i positivi.

Ora nei casi di bisogno vengono utilizzate anche le ambulanze. Ma almeno su questo ci sono passi avanti: la gara per le ambulanze è stata lanciata il 24 ottobre. L’elenco per l'acquisto dei veicoli sarà pubblicato il nove novembre, chissà se allora saremo già in lockdown.

 

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