A due anni dall’inizio dell’occupazione di fabbrica più lunga della storia italiana, il collettivo dell’ex Gkn Driveline di Campi Bisenzio (nella città metropolitana di Firenze) ha messo a terra un altro tassello del suo ambizioso progetto di re-industrializzazione ecologica dal basso come pezzo di una possibile risposta alla crisi dell’industria automobilistica. Il 9 luglio del 2021 con una mail venivano licenziati tutti gli oltre 420 lavoratori della Gkn Driveline, che produceva semi-asse per l’automotive di lusso. Sembrava solo l’ennesima crisi industriale italiana, nuovo capitolo del processo permanente di dismissione e delocalizzazione di un settore con un futuro sempre più incerto. È stato invece l’inizio di qualcosa di diverso, non c’erano solo l’occupazione a difesa del lavoro, con la solidarietà e la partecipazione di tutto il territorio intorno alla fabbrica, ma anche la convergenza con i movimenti per il clima e Fridays for Future e l’idea di far rinascere da quella delocalizzazione una fabbrica eco-consapevole.

Il microcosmo rivoluzionario

È stata una strada lunga e sfiancante, che ha lasciato a lungo i lavoratori senza reddito (degli originari 420 sono rimasti coinvolti circa 200), ma a luglio del 2023 è nata Gff, la cooperativa che vuole far rinascere la fabbrica con la produzione di cargo-bike (i primi prototipi sono già operativi a Firenze con la cooperativa solidale di rider Robin Food) e soprattutto con i pannelli fotovoltaici, in partnership con una startup italo-tedesca SemperAmpere, che ha anche in mano un prototipo innovativo che affrancherebbe la produzione dalle filiere più critiche per le catene del valore delle materie prime. C’è anche in previsione un secondo step che metterebbe in produzione a Campi Bisenzio anche batterie per i veicoli elettrici. Insomma, un microcosmo industriale che rappresenterebbe in piccolo l’intera decarbonizzazione italiana. Tanti condizionali, per una storia che in due anni ha vissuto fasi alterne di euforia e incertezza e che ha conquistato un significato che va ben oltre la fabbrica: laboratorio, modello, esperimento di politica industriale dal basso.

L’idea di un’appropriazione della fabbrica in chiave ecologica viene da lontano: il primo piano industriale degli occupanti era stato scritto insieme ai ricercatori della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, del centro di ricerca sulla robotica Artes 4.0 e di altri gruppi di competenza solidali, e con l’appoggio politico di Fridays for Future, con i quali sono state organizzate diverse manifestazioni congiunte. L’alleanza tra gli operai e il movimento aveva trasformato la fabbrica in un laboratorio di alleanze nuove nel campo della sinistra tra mondo del lavoro ed ecologia. Ai movimenti, il collettivo di fabbrica aveva fornito un nuovo radicamento sociale. Al collettivo, Fridays for Future aveva dato invece un orizzonte che andasse oltre Campi Bisenzio. Questo è il solco che porta dal semi-asse per la Maserati, punto in cui si era interrotta l’attività della fabbrica, al pannello solare, che potrebbe farla ripartire. La prima idea partorita dalla collaborazione tra collettivo di fabbrica e accademici era in realtà convertire i macchinari alla produzione di semi-asse per autobus elettrici del trasporto pubblico locale. Come spiega Leonard Mazzone, ricercatore dell’Università di Firenze che ha seguito la vertenza come membro della Rete italiana imprese recuperate, «quel progetto non è andato in porto per la scarsa volontà politica di realizzarlo e di investirci. La pecca di quel piano era la sua logicità, e il fatto che fosse subalterno alla politica». Invece i due governi (Draghi e Meloni) che hanno avuto in mano la vertenza non hanno mai mostrato la volontà di andare oltre la dismissione, mentre l’ambizione degli occupanti della fabbrica andava molto più in là, vedeva l’ex Gkn come parte di un polo pubblico della mobilità integrata. Per costruirla, però, serviva il pubblico. E il pubblico non è mai arrivato, nemmeno quando la fabbrica è passata di mano ed è stata rilevata dalla QF di Francesco Borgomeo, imprenditore che ha solo dilatato lo stallo prima di mettere la nuova azienda in liquidazione.

Re-industrializzazione

Quando il piano per i bus pubblici si è arenato, la vertenza sembrava essere finita in un vicolo cieco, una storia di grande valore simbolico e politico ma con poche prospettive industriali concrete. E invece è arrivato il secondo tempo, grazie allo scouting dal basso fatto dal collettivo e gruppi solidali, che ha iscritto alla partita la startup italo-tedesca del fotovoltaico e ha portato alla nascita della cooperativa. In mezzo c’è stato l’iperattivismo politico del collettivo di fabbrica, che ha creato connessioni che andavano molto oltre la specifica vertenza e ha permesso anche di raccogliere quasi 200mila euro con un crowdfunding. Alle pratiche tradizionali di lotta, come la recente occupazione della Torre San Niccolò in Oltrarno, si è alternato lo sforzo di immaginazione industriale per pensare davvero una fabbrica nuova.

«Questa non vuole essere solo una lotta bella», spiega Mazzone, «Qui c’è l’obiettivo di portarla a casa, questa re-industrializzazione. Possiamo davvero creare un precedente storico». L’idea è di fare dell’ex Gkn un modello per altre fabbriche in crisi, un format scalabile che è anche una novità per le storie di aziende recuperate dai lavoratori attraverso il workers buyout, che dal 1987 (secondo dati di Legacoop) ha coinvolto 323 imprese e oltre 10mila lavoratori, con una longevità media superiore a quella delle aziende italiane. «Tradizionalmente parliamo di soggetti piccoli, di poche decine di unità, qui c’è invece la possibilità di far ripartire la produzione su una scala molto più grande e ambiziosa». Ambizione è l’idea chiave di quello che sta succedendo a Campi Bisenzio, come spiega Massimo Barbetti, delegato della RSU. «Quando vai a lavorare in fabbrica non ti interpellano per chiederti cosa produrre, ma quando ti si presenta l’opportunità di sceglierlo, puoi davvero orientarti verso qualcosa di eco-compatibile che non sia basato sull’estrattivismo, sul fossile o magari sulle armi. La convergenza con i movimenti per il clima è stata fondamentale per dare la consapevolezza a tutti i lavoratori del collettivo».

La strada per far ripartire l’ex Gkn a Campi Bisenzio è ancora lunga, serviranno tempo e risorse, ma la creazione della cooperativa e il nuovo piano industriale a base di fotovoltaico hanno restituito linfa a un percorso che a molti sembrava aver esaurito la sua forza originaria. Uno dei tasselli decisivi riguarda in realtà tutta la riconversione dell’industria all’elettrico: la formazione degli operai, che erano specializzati in tutt’altro settore. Con la cooperativa c’è un accordo con la Regione Toscana (ancora solo verbale) per un ammortizzatore sociale ad hoc, che copra il periodo ponte prima della ripartenza. Con la produzione di pannelli fotovoltaici e cargo-bike si può impegnare circa metà della capacità della fabbrica, c’è spazio per altri soggetti. Anche la Regione Toscana ha avviato il suo scouting, l’idea operativa è quella di un «condominio-industriale» che possa ospitare diverse produzioni in contemporanea. Come ricorda Barbetti, l’obiettivo è tornare ai livelli di occupazione che c’erano prima della tentata dismissione, circa 500 persone, contando l’indotto, e la fabbrica potrebbe arrivare anche a 800. In questo momento il lato partito dal basso della storia di riconversione dell’ex Gkn è il più avanzato e concreto, oltre a essere in linea con gli obiettivi (teorici) della transizione ecologica dell’industria italiana. «La conversione nell’ex Gkn arriverà prima dal basso non perché dal basso sia di per sé meglio», conclude Mazzone, «ma perché se guardiamo a quello che viene fatto dall’alto in questo processo di transizione non c’è niente: o aspettiamo la catastrofe industriale ed ecologica oppure ci attiviamo e ci svegliamo».

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