Il difficile è scegliere da dove cominciare per raccontare il più grande di sempre. Che se n'è andato via come un eroe stanco, nel silenzio, avvolto dal sudario di un anno maledetto e distratto dalla pandemia. E stanco lo era davvero Diego. Lo si era capito nel giorno di quasi un mese fa in cui compiva 60 anni. Doveva essere un giorno di festa e invece lui era apparso fiaccato da una fatica che evidentemente non riusciva a sostenere più. La fatica di vivere un'esistenza da mito in una quotidianità che non apparteneva a quella dimensione.

La festa del compleanno non è mai iniziata e nelle ore successive è intervenuto il ricovero. Uno dei tanti, reso necessario dalle condizioni gravi di tante altre volte. Un ripetersi dell’evento che nel corso degli anni ha indotto a pensare non fosse, la sua vita, a rischio più delle circostanze precedenti. E che in fondo questo continuo avventurarsi in dribbling sul confine estremo fosse la testimonianza ultima della sua sostanza mitica, prova provata d'immortalità. E invece Diego era umano come noi. E è giunto alla morte sfinito, forse con nemmeno più la voglia di lottare. Scegliendo pure un altro anniversario per andarsene: il giorno in cui sono morti Fidel Castro e George Best, due altri miti che per rapporto personale o affinità calcistica sono stati a lui prossimi.

(AP Photo/Gregorio Borgia, File)

Il peso degli anniversari

Per questo adesso tornano alla mente le parole del medico che in quei primi giorni lo ha seguito. Disse che Diego stava soffrendo proprio il suo 60° compleanno. La malinconia d'essere messo innanzi al traguardo tondo e alla sua terza età.

Come se fino a 59 anni e 364 giorni si fosse illuso che il tempo non lo irretisse. Ma infine, entrato nei sessanta, non ha retto. Possibile che un mito invecchi? Sicché un malessere dell'anima più spietato del virus l'ha catturato.

È stato davvero così? Non lo sapremo mai, tanto più che subito dopo si sono diffuse le notizie sul suo grave stato di salute, complicato abbastanza da scacciare qualsiasi interpretazione psicologica del suo precipitare. Ma adesso che l'evento ultimo è avvenuto, forse è il caso di ridare qualche credito a quella versione delle cose.

E immaginare l'ultimo mese di Diego alla stregua del generale di García Márquez, perso nel suo labirinto. In fondo, il posto più confortevole per ritirarsi e dimenticarsi del mondo. Quello stesso mondo che rimarrà per sempre ai suoi piedi.

(AP Photo/Carlo Fumagalli, File)

L'imperfezione

Certo, non è stato un santo. E non ha nemmeno mai provato a esserlo. Però chiedete a qualsiasi compagno di squadra, a qualsiasi compagno di spogliatoio, che tipo di leader fosse Diego Armando Maradona. Non ne troverete uno che non mostri adorazione per un capitano vero, pronto a mettere tutto il peso del suo carisma in difesa anche dell'ultima delle riserve.

E in fondo è di quel Diego Armando che stiamo parlando. Perché di tutto ciò che è stato al di fuori della dimensione calcistica non fa conto discutere. Molto ha sbagliato, moltissimo ha pagato, mai ha cercato indulgenze. Grandioso nella gloria e nella rovina. E comunque il più immenso genio del calcio che sia mai nato e mai nascerà. Ineguagliabile, lo si metta agli atti.

Straordinario per aver vinto un mondiale, quello di Messico 1986, trascinando una squadra fatta di buoni giocatori e nulla più. Soprattutto, unico per avere vinte le proprie stesse imperfezioni. Perché guardateli un po’ i calciatori che nel corso dei decenni sono stati candidati a essere i più grandi della storia. Tutti alti, tonici, atletici, ambidestri, persino forti di testa se servisse.

E invece guardate com’era lui. Bassotto, tendente alla pinguedine, atleticamente normale, tagliato fuori dal gioco aereo, capace di usare soltanto il sinistro. Un campionario di imperfezioni, se paragonato agli altri. E guardate poi cosa questo Sommo Imperfetto sia stato capace di fare. Di rovesciare il mondo e metterlo sotto il tallone del suo sinistro. Dimostrando che il calcio è il mistero più grande dell'umanità, una magia che bacia soltanto il talento vero.

(AP Photo/Massimo Sambucetti, File )

Il gioco dell'arancia

Già, la magia. Quella che trasforma un gesto di estrema slealtà in dimostrazione di destrezza (la mano de Dios). O quella che scatena il meccanismo dell'illusione e nasconde la verità. Come quando, nei giorni dei Mondiali di Italia 90, Diego si mise a palleggiare con un'arancia sotto gli occhi dello scrittore connazionale Osvaldo Soriano. Lo scrittore era ipnotizzato, sarebbe rimasto a guardarlo per giorni.

Talmente straniato da non accorgersi di un dettaglio che poi fu lo stesso Diego a svelargli: «L'arancia ha toccato due volte terra e non te ne sei nemmeno accorto». Non se ne sarebbe accorto nessuno. Perché Diego faceva questo: regalava illusioni. E adesso che non c'è più ci ha forse regalato l'ultima: quella di credere impossibile che uno così grande sia mai esistito, e che tutti noi si possa essere stati contemporanei di questo gigante.

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