Piovischiava a Parigi, sabato 10 giugno 1989. Quando Mansour Bahrami scese in campo per la finale di doppio c’era poca luce. La sera si avvicinava e chi aveva deciso di dedicare il pomeriggio al tennis si era saziato con la finale del torneo femminile: Arantxa Sánchez aveva battuto Steffi Graf al termine di tre set di scontro fisico. Di spettatori sulle tribune dello Chatrier ne erano rimasti pochini e più passava il tempo più il loro numero diminuiva. Mansour era alla sua prima finale slam al fianco di Eric Winogradsky e dall’altra parte della rete c’erano il meno talentuoso dei fratelli McEnroe, Patrick, e Jim Grabb. Mansour, l’iraniano esule dopo la rivoluzione khomeinista, forse il più celebre dopo lo Scià e Farah Diba, s’intristì dopo aver vinto il secondo set. «Non c’è più nessuno da intrattenere, che ci facciamo qui?».

In quel verbo, intrattenere, c’è il senso del doppio almeno secondo il pensiero di Bahrami. Che dopo quel match avrebbe continuato, e talvolta lo fa ancora, a mettere in scena la sua arte tennistico-circense fatta di tocchi e tocchetti, pallonetti, colpi contro la fisica e sorrisi spalancati così simili a quelli di Lemon, il “clown prince” degli Harlem Globetrotter che prendeva i bambini in campo e faceva loro tirare a canestro durante le partite.

L’aspetto ludico

Intrattenimento: negli ultimi decenni il dibattito se il doppio sia diventato sostanzialmente questo, un’esibizione di tocco e fantasia perlopiù disertato dalle e dai big o se invece conservi un fascino unico che sublima la bellezza del tennis, è tornato di attualità. Ai nostri occhi italiani soprattutto in questi giorni con Vavassori-Bolelli capaci di conquistare a Parigi la seconda finale Slam nella stagione e Paolini-Errani che oggi giocheranno quella femminile. Hanno ammazzato il doppio ma il doppio è vivo, come il Pablo di Gregori, oppure è soprattutto una “memoria” come la virilità dell’ “Alejandro” di Checco Zalone, che del Principe è il più recente compagno di doppio musicale?

Rino Tommasi e Gianni Clerici, l’inimitabile coppia della telecronaca tennistica, non avevano dubbi: «Il doppio è morto quando hanno smesso di giocarlo i numeri uno» diceva Rino. E Gianni, che della disciplina se ne intendeva in modo particolare visto che fu campione italiano juniores al fianco di Fausto Gardini nell’immediato dopoguerra, era convinto che senza una rivoluzione mentale e organizzativa i tornei di doppio si sarebbero via via ridotti al ruolo di riempitivo della programmazione quotidiana. E quella previsione, che diventava palese dopo il tramonto dei grandi australiani e che nemmeno l’epopea dei fratelli Bryan è riuscita a confutare, si è avverata.

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Certe coppie storiche

Le storie certo non mancano. Basti pensare all’eco che qualche anno fa ebbe il connubio fra il pakistano Qureshi e l’indiano Bopanna: una formazione nata a inizio 2000 che divenne a più riprese simbolo di dialogo (forse l’unico) fra due paesi e due culture (musulmano l’uno, induista l’altro) che invece si guardano in cagnesco di continuo. E all’Australian Open di quest’anno lo stesso Bopanna a quasi 44 anni ha vinto il primo titolo Slam della sua vita in coppia con Ebden battendo proprio i nostri eroi Vavassori e Bolelli.

Nel femminile storia ancora più succosa con la taiwanese Hsieh che a 38 anni suonati ha conquistato il titolo nel doppio femminile e nel misto trasformando sé stessa in un’iniezione di orgoglio per un Paese mai così minacciato di annessione forzata da parte delle Cina. Per non parlare dei 38 anni di Simone Bolelli e dei 37 di Sara Errani. «Comunque – ha detto Adriano Panatta – se si spera di risollevare il doppio grazie ai quarantenni non si andrà da nessuna parte». E Adriano sa bene cosa possa essere una partita di doppio: in quello che resta il più importante della storia del tennis italiano, la partita di Santiago ’76 contro Fillol-Cornejo che consegnò la Davis all’Italia, fu lui a imporre a Bertolucci di scendere in campo con la maglietta rossa per lanciare un segnale di opposizione alla dittatura macellaia di Pinochet.

Le prospettive

Eppure nonostante la storia, il fascino, i successi azzurri e l’oggettiva bellezza dell’agone il doppio soffre. E non solo perché la bellezza, in questi nostri tempi, non è esattamente una categoria dominante. Per dire: Jasmine Paolini, grazie alla finale persa ieri contro la Swiatek, ha guadagnato 1,2 milioni di euro. Se oggi lei e la Errani dovessero superare Coco Gauff e la Siniakova incasserebbero un assegno di 590.000 euro totali. A un numero 100, a un numero 200 del singolare, può capitare di farne la fonte principale di guadagno. La coppia delle “Chichis” Vinci-Errani capace di vincere cinque titoli dello Slam e di conquistare il Career Grande Slam alla pari di coppie come Navratilova-Shriver e le sorelle Williams hanno rappresentato un unicum che ha permesso a loro volta di diventare un marchio vincente con tutti i conseguenti guadagni del caso. Ma nemmeno il loro traino ha scatenato una doppio-mania, almeno dalle nostre parti. L’audience non solo televisiva delle finali continua a risultare assai inferiore a quelle dei singolari tanto da portare il patron di Tennis Australia, Craig Tiley, a dire nel febbraio scorso: «Abbiamo smarrito la strada giusta e adesso in qualche modo dobbiamo rimediare». Già, ma come?

Strategia

Nel format di Coppa Davis inaugurato da Piquè e mantenuto, almeno per il momento, anche dopo la rottura fra la Federazione Internazionale e la società che l’ex giocatore blaugrana ha co-fondato, la Kosmos, il doppio ha un peso diverso rispetto al passato. Non più un punto su cinque disponibili ma uno su tre. E giocato dopo i singolari dunque con il carisma dell’incontro decisivo. Nelle finali del novembre scorso a Malaga il doppio azzurro Sinner-Sonego ha offerto momenti di entusiasmo indimenticabili prima battendo gli olandesi Griekspoor e Koolhof (quest’ultimo vero esperto della disciplina) e poi annichilendo Djokovic e Kecmanovic. C’erano in campo Sinner e Djokovic e i più hanno visto, con una certa dose di ragione, nella loro presenza e nel valore decisivo degli incontri il motivo del loro successo di pubblico. Ma con i calendari che scandiscono la vita dei tennis è impensabile che oggi Sinner, Djokovic e compagnia giocante programmino i loro impegni tenendo conto anche del doppio, Davis a parte, oppure nell’anno olimpico come questo. Non ne hanno né il tempo né, a parte alcuni casi sporadici, la convenienza.

Ha ragione Tiley: bisognerebbe cambiare tutto, in nome della bellezza. Anche perché il tennis ha davanti a sé l’occasione di diventare simbolo di qualcos’altro e proprio grazie al doppio. Lo sport più individualista del pianeta potrebbe insegnare come si passa dall’io al noi e come il noi può rivelarsi vincente. Tanto per cambiare il campo da tennis è un perfetto spazio dove si gioca ben altro che un match: il doppio è coesistenza di spazi e di talenti, condivisione di rischi e responsabilità, scambio di ruoli fra due diversi. Ma qui il discorso si farebbe troppo ampio, specie se ci guardiamo intorno, ben oltre i corridoi del campo.

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