«I sacchi per cadaveri, da quando sono tornata a lavoro, non erano disponibili, eravamo costretti a utilizzare i sacchi rossi di plastica per la biancheria infetta per riporvi all’interno delle persone decedute: due sacchi da sopra, due da sotto e racchiusi con nastro adesivo e l’indicazione dei dati del defunto».

A metà marzo l’infermiera Erminia Bianconi rientra in servizio dopo due settimane di malattia e trova una situazione raccapricciante. Bianconi aveva contratto il virus sul luogo di lavoro nei giorni in cui nessuno immaginava che sarebbero persino terminati i sacchi per sigillare i cadaveri. Aveva iniziato ad avere i sintomi tra il 21 e il 22 febbraio.

Il virus a metà febbraio

Sabato 22 febbraio 2020, ospedale “Pesenti-Fenaroli” di Alzano Lombardo, Val Seriana, provincia di Bergamo. Il virus era già penetrato nel profondo di questa comunità, i segnali c’erano da qualche giorno, ma nessuno dei dirigenti sanitari né la regione Lombardia aveva adottato protocolli per affrontare il Covid-19. Che fosse l’inizio di un’ecatombe lo aveva intuito, quel giorno, l’anestetista Martino Gelmi.

Alle otto di sera Gelmi aveva terminato il turno di dodici ore. La mattina successiva gli sarebbe toccato un altro turno identico. La testimonianza di Gelmi di quelle ore in cui il virus iniziava la strage silenziosa è straordinaria perché restituisce gli attimi concitati e confusi all’interno dell’ospedale di Alzano Lombardo.

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La notizia del primo caso Covid-19 italiano era di due giorni prima, 20 febbraio, in una zona distante 100 chilometri esatti dalla bergamasca, a Codogno, provincia di Lodi. L’attenzione delle autorità, della politica e del paese era concentrata su Mattia Maestri, il primo positivo in Italia. Ma in Val Seriana da almeno una settimana qualcosa di strano stava accadendo.

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Torniamo, dunque, al 22 febbraio, ad Alzano. Gelmi lo ricorda con queste parole: «Nel frattempo in pronto soccorso vengo chiamato dal collega in servizio di guardia, perché aveva in carico due pazienti con casco Cpap e uno grave appena arrivato da gestire. Qui comincia la giornata infernale». I Cpap sono i ventilatori polmonari per pazienti che presentano gravi difficoltà respiratorie, diventati icona funesta della prima ondata della pandemia.

«Tengo a precisare che, come anestesista, mi trovavo in una situazione che reputo grave in quanto avevo sei pazienti con casco Cpap tutti gravi, uno dei quali in attesa dell’esito del tampone, ai quali si aggiungeva il paziente in pronto soccorso, senza Cpap, che presentava insufficienza respiratoria con febbre anche lui tamponato».

Al di là delle chat che custodiscono i segreti dei vertici politici e sanitari, al di là delle polemiche politiche, delle accuse alla magistratura cui si imputa di avere iniziato una personale caccia alle streghe, al di là di tutto questo resta il dolore di una comunità scolpito in quasi 200 testimonianze, raccolte in verbali confluiti nell’inchiesta della procura di Bergamo sulla gestione della prima fase della pandemia.

I verbali, come tutti i documenti giudiziari, rientrano per definizione nella categoria di materiale freddo, burocratico. In questo caso siamo di fronte a un’eccezione, grazie alla quale possiamo ricostruire in presa diretta la genesi del disastro in Val Seriana. Oggi, 9 marzo, ricorrono i tre anni dal primo lockdown nazionale imposto con un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm).

L’indagine e la Storia

Il racconto di Gelmi, che rappresenta una denuncia dell’immobilismo dei più alti vertici sanitari e politici, è contenuto nell’informativa della guardia di Finanza di Bergamo che, coordinata dalla procura, ha condotto l’indagine sulla gestione della prima fase della pandemia in Lombardia. L’inchiesta è arrivata al termine della fase preliminare: 19 indagati, inclusi l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, l’attuale presidente della regione Lombardia Attilio Fontana e il suo ex assessore al Welfare, Giulio Gallera.

La lista dei personaggi sotto inchiesta prosegue con i componenti del Comitato tecnico scientifico, dirigenti del ministero della Salute e della sanità regionale lombarda. Le accuse più pesanti sono due: epidemia e omicidio colposo.

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La dimensione giudiziaria è diversa però dalla verità storica, che testimonianze, atti, circolari e decisioni prese o non prese, contribuiscono a formare. I racconti di 196 persone, confluiti nel fascicolo dell’indagine, tra dirigenti medici, personale sanitario e amministrativo dipendenti del presidio ospedaliero di Alzano Lombardo «hanno consentito di avere importanti riscontri su come sia stata affrontata/gestita presso il presidio la fase precedente al 23 febbraio 2020, la fase di chiusura/apertura della struttura in quella domenica, i successivi accadimenti che vedono quale linea di demarcazione il lockdown nazionale operato il 9 marzo 2020», scrivono nel loro rapporto i finanzieri.

Gli investigatori definiscono «preziosa» la testimonianza di Gelmi, perché conferma come già da sabato 22 febbraio 2020, all’interno del presidio di Alzano Lombardo, fossero presenti «tre pazienti che avevano necessità di Cpap tutti con febbre e gravi problemi respiratori, pazienti che erano stati ricoverati nel reparto medicina».

Una delle ipotesi su cui si fonda l’accusa di epidemia colposa per un gruppo di indagati eccellenti, tra cui Conte e Fontana, è la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana alla fine di febbraio, quando una misura drastica avrebbe potuto salvare molte vite. La regione Lombardia ha sempre sostenuto che alla fine di febbraio nessuno poteva immaginare che Alzano e Nembro potessero diventare epicentro di un focolaio di tali proporzioni. La forza di queste testimonianze demolisce anni di omertà, scuse, leggerezze e giustificazioni.

Dimostrano innanzitutto che ad Alzano il virus circolava da almeno metà febbraio, i casi di polmoniti con cui hanno avuto a che fare i sanitari dell’ospedale confermano questa tesi. E certificano l’inefficienza dei vertici regionali nell’applicare protocolli rigidi sulla gestione di un eventuale pandemia da Covid-19, nonostante da settimane si parlasse di una possibile diffusione in Europa. Secondo la consulenza tecnica del professor Andrea Crisanti il 23 febbraio 2020 all’ospedale di Alzano c’erano già una ottantina di persone positive al Covid-19 tra pazienti e operatori sanitari. Ma nessuno si preoccupò di scattare la fotografia di quel contagio.

La politica inesistente

Nella vicina Nembro tra il 23 febbraio e il 5 marzo sono risultati positivi al Covid, scrivono i finanziari sulla base dei dati acquisiti dagli uffici sanitari regionali, 86 persone, 40 di queste sono decedute. Un dato che costituisce «indubbiamente un elemento significativo per far comprendere come tale realtà sia stata pesantemente colpita sin dai primi giorni dell’emergenza Covid 19».

Non solo, fanno notare i detective che «tale dato è incompleto tenuto conto che all’epoca dei fatti solo un ristretto numero di persone veniva sottoposto a tampone; infatti, alcune di queste, sentite in atti, hanno segnalato di aver avuto sintomi tipici del Covid-19 nel periodo in oggetto, scoprendo solo successivamente (anche a metà marzo ndr) di essere positivi».

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Il chirurgo in servizio presso il pronto soccorso, Armando Matteucci, ha denunciato una situazione di totale disorganizzazione a tal punto che «sino alla domenica 23 febbraio, prima che venisse ricoverato il primo paziente sospettato di positività al Covid-19, non c’erano state fornite indicazioni precise a indossare Dpi(i dispositivi di protezione individuale, ndr)».

Ancora Matteucci: «L’ospedale andava chiuso e sanificato. L’abbiamo pensato tutti. L’indicazione era purtroppo quella della regione. Mi chiedete della direzione, vi rispondo che ha cercato di risolvere quanto accaduto basandosi sulle scarne direttive della regione che non forniva protocolli ben definiti. Nessun algoritmo diagnostico, ci si limitava al solito discorso del contatti con la Cina e null’altro».

Il chirurgo, in pratica, accusa la regione di non aver fornito regole stringenti e che secondo lui il pronto soccorso non andava riaperto «senza averlo prima sanificato correttamente». Diversi testimoni, infatti, ricordano davanti ai detective che l’unica sala a essere stata sanificata a dovere era stata la shock room, «non il resto del pronto soccorso, tanto meno i reparti dai quali erano transitati i pazienti poi risultati positivi».

Orazio Bergamelli è un chirurgo, come Matteucci. La sua testimonianza aggiunge a un quadro già fosco la sciatteria di chi aveva la responsabilità di agire rapidamente. Bergamelli racconta: «Il 27 e il 28 febbraio Ats Bergamo (l’Azienda di tutela della salute, ndr), quelle rare volte che mi ha risposto, ha sempre negato la gravità delle condizioni dei miei genitori e, dirò di più, ha negato la possibilità che potessero essere stati contagiati dal Covid-19, nonostante io fossi un medico che lavorava anche ad Alzano Lombardo. Le risposte erano di questo genere: “Lei non è in un ospedale a rischio...il suo reparto non è a rischio esposizione...la sua non è una zona rossa”. Dei sintomi non fregava niente a nessuno. Come medico mi sentivo impotente perché nessuno mi ascoltava».

La risposta dell’Ats Bergamo è importante per due motivi: per la sottovalutazione del virus alla data del 28 febbraio; per il peso che danno alla zona rossa che, se fosse stata istituita in quei giorni, avrebbe sottolineato la gravità del momento e funzionato da stimolo per la popolazione, ma soprattutto per l’intero sistema sanitario affinché vigilasse meglio sui territori.

Nei giorni di fine febbraio in cui Bergamelli riceveva le risposte scocciate da Ats Bergamo, il presidente Fontana inviava una mail alla Protezione civile e al governo per chiedere il mantenimento delle misure già in vigore, la zona gialla, non la rossa, nonostante dalla Val Seriana arrivassero storie di questo genere. «È difficile trovare le parole per qualificare la loro non gestione dell’emergenza. Non sono stati assolutamente in grado di gestire la situazione, i fatti parlano da soli», ha aggiunto.

Marco Rizzi è il direttore del reparto malattie infettive dell’ospedale di Bergamo Papa Giovanni XXIII. La sua testimonianza dà l’idea di quanta preoccupazione ci fosse sul territorio nel periodo in cui né la regione né il governo avevano intenzione di chiudere tutto sprecando tempo prezioso: «Tra il 23 e il 28 febbraio era chiaro che si era in presenza di un problema grave e che il virus era ampiamente circolato all’interno dell’ospedale di Alzano Lombardo nonché nella bassa Valle Seriana e che, quindi, sarebbe stato opportuno intervenire in modo aggressivo con misure di contenimento: ivi inclusa la chiusura dell’ospedale».

Rizzi ricorda poi una riunione cui aveva partecipato: «Rappresento che il 28 febbraio 2020 sono stato invitato a partecipare, unitamente ai miei colleghi infettivologi. Era presente l’assessore Gallera, il direttore generale Cajazzo e poi intervenne il presidente della regione Fontana. La riunione venne presentata da Gallera come necessaria per fornire un parere tecnico alla regione Lombardia, in quel momento impegnata con interlocutori ministeriali, sul problema Covid-19 e sulle relative misure di contenimento. Posso riferire che il parere espresso da me e dagli altri colleghi presenti era che la situazione era grave e che andavano prese misure drastiche di contenimento. Personalmente feci presente che la bassa Valle Seriana era compromessa ma che misure di contenimento avrebbero potuto limitare la diffusione del contagio ad altre parti della provincia e della regione, ricordo in quella riunione sia l’assessore Gallera che Fontana mi parevano ricettivi alle nostre proposte e non espressero pareri contrari».

Rizzi non poteva sapere che quello stesso giorno Fontana avrebbe inviato la mail per chiedere il mantenimento delle misure blande. Nonostante Rizzi e lo scenario in Val Seriana, nessuno della regione aveva deciso di istituire la zona rossa, pur potendolo fare. Pur avendo contezza della tragedia in corso.

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Solo tre tamponi

All’ospedale di Alzano è «mancata la fotografia del contagio», scrive Crisanti nella sua consulenza tecnica. Leggendo le testimonianze degli operatori sanitari si capisce il perché. L’anestesista Gelmi racconta: «Con riguardo ai tamponi posso dire che vi era penuria, rammento che il 23 febbraio ne avevo 4 e che, comunque, è stato un problema per qualche settimana; forse anche più di un mese. I tamponi venivano forniti principalmente per i pazienti. La carenza di tamponi per il personale è stata una delle cause principali di altissima percentuale di positività del personale stesso».

La dotazione iniziale, precisano gli inquirenti, sarebbe stata di tre tamponi per il presidio di Alzano Lombardo, ai quali si sarebbero aggiunti «i quindici tamponi portati da Seriate (sede della Asst Bergamo est, ndr) dal dott. Marzulli Giuseppe (direttore medico dell’ospedale “Pesenti-Fenaroli” di Alzano, ndr) la sera del 23 febbraio 2020». Nel febbraio 2020, si legge nell’informativa della guardia di Finanza, «la disponibilità di tamponi in tutta la Asst Bergamo est ammontava a circa una cinquantina di tamponi, quantitativo che si rivelerà irrisorio rispetto alle sopravvenute necessità che, sommato alle decisioni della regione Lombardia di accentrare in soli tre laboratori l’analisi dei tamponi, ha generato tutta una serie di problematiche ben note».

Poi Gelmi continua: «Purtroppo c’è stata una forte carenza di Cpap. A un certo punto si è dovuto decidere a quali pazienti destinare questi caschi. Nei fatti mancavano gli attacchi non tanto i caschi». Ed è qui che il dottor Gelmi, costretto a lavorare per quasi 36 ore di fila per carenza di anestesisti (tutti malati), consegna agli inquirenti la testimonianza più emblematica del suo personale inferno.

«Purtroppo avevamo un problema oggettivo: pur avendo i caschi, mancavano gli erogatori – riferisce durante l’audizione in procura – tenete conto che in 35 anni di professione medica non mi era mai capitato di avere la necessità di un numero così alto di caschi contemporaneamente. Pertanto mi è venuta l’idea di fare un sopralluogo nei reparti per cercare una presa compatibile con un erogatore che, alla fine, avevo realizzato artigianalmente con diverse componenti di materiale medico. Trovo, finalmente in una camera singola, del reparto del primo piano di chirurgia, un attacco compatibile con l’attrezzatura che ero riuscito a mettere assieme. Contatto telefonicamente il primario di quel reparto, dottor Mariani, e gli chiedo l’autorizzazione a ricoverare il paziente – non di sua competenza – nel suo reparto. Era una questione di salvare la vita a questa persona, diversamente sarebbe morta subito».

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Gelmi aggiunge: «Dalla direzione dell’ospedale tra domenica 23 e lunedì 24 febbraio come medico non ho ricevuto alcuna indicazione. Nessuno della dirigenza dell’ospedale di Alzano mi ha mai contattato. Se come medico non sono stato contattato, ed ero in prima linea in quei giorni, figuriamoci il personale infermieristico si è sentito abbandonato dalla dirigenza».

Infine Gelmi fa una precisazione: «Come medico ho fatto l’impossibile, stessa cosa i miei colleghi. Ci sono voluti 15 giorni per far partire una macchina che, poi, si è dimostrata perfettamente funzionante». Gelmi si riferisce all’arrivo dei medici militari giunti sul territorio l’8 marzo, i quali hanno messo mano rapidamente ai protocolli e alle procedure per evitare contatti con i positivi.

In sostanza, riferisce Gelmi, «è mancato un indirizzo su come muoverci, sia organizzativo sia clinico. Vi porto un esempio esemplificativo: non è mai arrivato un protocollo dell’Ats di Bergamo o della regione sul trattamento clinico dei pazienti. Questa è stata una cosa grave perché dimostra che non sono stati in grado di organizzare una linea di difesa comune palesando la completa assenza, quantomeno in relazione ai protocolli connessi al trattamento clinico dei pazienti, da parte dell’Ats Bergamo nonché della regione Lombardia».

In realtà, un’indicazione è stata inviata nella tarda serata del 22 febbraio, quasi allo scoccare della mezzanotte, alle 23.48. A mandarla via mail a tutte le Asst e Ats lombarde fu l’allora direttore dell’assessorato al Welfare di regione Lombardia, Luigi Cajazzo, indagato per epidemia e omicidio colposo.

L’oggetto è: «Aggiornamento indicazioni polmoniti da nuovo coronavirus in Cina» nella quale si comunicano 54 casi in infezione accertati in diversi ospedali della regione e si danno sintetiche indicazioni sulla «gestione di pazienti positivi». Una missiva molto generica, in cui non imponevano nulla ma suggerivano di valutare azioni. In ogni caso era già troppo tardi. Quella mail rimase lettera morta. Il focolaio era già esploso.

Il medico eroe, Gelmi, si è guadagnato sul campo questa definizione. Con i finanzieri ha ricordato di quando per isolarsi e proteggere la sua famiglia ha preferito «vivere in camper». A tre anni dal primo lockdown sembra tutto così distante nel tempo.

Non vale lo stesso per chi stava in prima linea in Val Seriana, i ricordi fanno ancora male. E la rabbia è tuttora forte per non aver trovato una politica all’altezza della situazione, che ha bilanciato gli interessi della catena produttiva e industriale con la vita delle persone.

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