«L’unico carico residuale che conosciamo è il patriarcato!». Così il movimento femminista e transfemminista Non una di meno ha invitato a prendere parte al corteo in occasione del 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, facendo riferimento alle parole «carico residuale» usate qualche settimana fa dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Con questa definizione erano state indicate le persone soccorse in mare rimaste sulla nave Humanity 1 dell'ong Sos Humanity: naufraghi, giovani maschi sani, a cui inizialmente non è stato consentito di sbarcare. 

Una distesa di corpi, provenienti da tutta Italia, ha riempito il centro di Roma. Partita da piazza della Repubblica è arrivata a piazza San Giovanni. Pullman da più di 20 città sono confluiti a Roma perché «è importante essere tutti insieme e fondamentale alzare la voce», dice Janet Robertson, attivista di Non una di meno Siena. «La violenza è agita a vari livelli, non è solo quella fisica», spiega, «per me è violenza anche l’utilizzo di pressione e la strumentalizzazione di posizioni», riferendosi al governo attuale e sottolineando che «la religione deve essere una scelta personale, non un elemento di stato».

La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, il 25 novembre ha detto che «siamo tutte contro la violenza», ma secondo Antonella Veltri, presidente di Donne in rete contro la violenza – una rete che gestisce 100 Centri antiviolenza e più di 50 case rifugio – ciò che dice Meloni «non è vero perché non può essere così per chi propone una famiglia patriarcale in cui i ruoli sono già definiti». E ricorda alla leader di Fratelli d’Italia che la violenza non interessa solo le altre culture: il 77 per cento delle donne accolte dai Centri antiviolenza che appartengono a D.i.Re è di origine italiana e quasi l’80 per cento dei maltrattanti è italiano.

La punta dell’iceberg

Anche l’Osservatorio femminicidi e transicidi di Non una di meno mostra che nel 2022 nel 74,8 per cento dei casi la persona uccisa era di origine italiana. Secondo i dati, aggiornati allo scorso 25 novembre, nell’anno in corso, fino a ora, si sono registrati «95 femminicidi, 4 trans*cidi, e 8 suicidi indotti o sospetti indotti da violenza patriarcale e omolesbobitrans*fobica» e nel 44 per cento dei casi l’assassino è il partner o il marito. Ed è per questo che durante il corteo le manifestanti hanno fatto suonare le chiavi di casa, perché l’assassino nella maggior parte dei casi è all’interno delle mura domestiche.

«Il femminicidio è solo l’estrema espressione della violenza. Ma noi la viviamo quotidianamente», dice Maria Monina, iscritta al secondo anno della facoltà di lettere all’università Roma 3, che fa parte della rete di studenti e studentesse degli atenei e delle scuole. «Viviamo forme di discriminazione tutti i giorni nelle scuole. I professori dicono che le gonne sono troppo corte, che siamo vestite in modo sbagliato», continua Monina, raccontando che quando frequentava il liceo le è capitato diverse volte di sentirsi dire che aveva «le spalle troppo scoperte e non da docenti maschi, ma da docenti donne».

Occorre quindi agire sulla formazione e sulla prevenzione, inserendo «all’interno dei programmi, in particolare nelle scuole, l’educazione all’affettività, alla sessualità, allo star bene con l’altro», spiega la studentessa, definendolo un problema culturale, «di sistema, che deve essere affrontato fin dalla scuola primaria».

La legge 194

Al grido «donna, vita, libertà», al fianco delle donne iraniane che da mesi stanno manifestando contro il regime, la piazza riafferma l’autodeterminazione sui corpi. Per questo Obiezione respinta, una mappa per contrastare l’obiezione di coscienza, denuncia il giudizio stigmatizzante che non solo i medici obiettori ma tutto il personale medico può esprimere su chi chiede di abortire.

«C’è bisogno di un profondo cambiamento culturale che non riguarda solo l’interruzione volontaria di gravidanza ma anche la salute sessuale e riproduttiva», spiega Obiezione respinta, sollecitando «un cambiamento della 194» e l’abolizione dell’articolo 9 della legge che prevedere la possibilità per il personale medico di obiettare. Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, del 2019, il 67 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza. Ma in base ai dati della ricerca “Legge 194. Mai dati” dell’associazione Luca Coscioni, «in alcune strutture si arriva anche al 100 per cento del personale obiettore».

«La legge è disseminata di clausole e cavilli che alimentano l’asimmetria medico paziente e inibiscono l’autodeterminazione della persona che vuole abortire e decidere del proprio corpo», dice Bianca di Obiezione respinta, sollecitando un rilancio dei consultori come luoghi «non solo di somministrazione di cura, ma di condivisione e riappropriazione di saperi sui propri corpi e diritti riproduttivi».

Per contrastare la politica ultraconservatrice e antiabortista del governo in carica, lo strumento di cui si avvale Obiezione respinta «è la condivisione di testimonianze, non solo come mezzo di inchiesta, ma prima di tutto come strumento di riappropriazione delle narrazioni e di condivisione», conclude Bianca.

Un nuovo giornale

L’ultimo rapporto di D.i.Re mostra che su quasi 6mila donne solo il 27 per cento ha intrapreso un percorso giudiziale, che sia civile o penale. Non c’è fiducia nelle istituzioni, perché «in ogni percorso di fuoriuscita dalla violenza vi è vittimizzazione istituzionale», praticata da tutte le professionalità: medici, servizi sociali, forze dell’ordine, avvocati e giudici.

Ed è proprio in un’aula di tribunale che le attiviste di Lucha y Siesta, una realtà raccontata anche sulle pagine di questo giornale – associazione, centro antiviolenza, casa rifugio – sono state portate dall’Atac, l’azienda municipalizzata di Roma. Lo stabile di via Lucio Sestio, abbandonato di proprietà dell’Atac, era stato occupato nel 2008 dando vita a un’esperienza fondamentale per la rete antiviolenza romana. Oggi l’immobile è un bene comune, di proprietà della regione Lazio, e nonostante ciò l’Atac non ha ritirato la denuncia.

Ed è per questo che Lucha y Siesta ha fondato un giornale “Lə cerbottanə. Sassolini contro le finestre del patriarcato”, uno spazio in cui raccogliere solidarietà e in cui raccontare la vicenda. La prima udienza del processo si terrà il 10 gennaio, data in cui probabilmente uscirà il prossimo numero del giornale: «Per dire sveglia!», dice Viola dell’associazione, «Noi siamo ancora qua nonostante la richiesta di sgombero, nonostante questo processo», come le cerbottane che «nell’800 andavano nei quartieri popolari a svegliare gli operai quando era il momento di andare al lavoro, tirando sassolini contro le finestre».

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