Le conversazioni emergono tra i documenti della causa promossa dal Dipartimento di Giustizia e da quaranta Stati contro il gruppo dell’intrattenimento dal vivo. Nei messaggi due dipendenti commentano rincari e servizi accessori applicati agli spettatori durante i concerti
«Li derubiamo, senza pietà, baby, è così che facciamo». Questo è il tenore dei messaggi che Ben Baker e Jeff Weinhold, dipendenti di Live Nation, si scambiavano nel 2022 sulla chat aziendale ospitata da Slack. Lo scambio testimonia come i due si vantassero di “spennare” i clienti con tariffe e costi di parcheggio esorbitanti ai concerti: «Sono così stupidi», scrivono parlando degli spettatori dei tanti eventi curati dalla multinazionale dell’intrattenimento che, oltre a numerosi impianti negli Stati Uniti, detiene dal 2010 anche la proprietà del circuito di rivendita di biglietti Ticketmaster. Le battute tra Baker e Weinhold fanno parte dei documenti desecretati nell’ambito del procedimento legale per monopolio intentato dal Dipartimento di Giustizia americano e 40 Stati contro il colosso della musica dal vivo.
Accusata di gonfiare illegalmente i prezzi dei biglietti dei concerti danneggiando gli artisti che, peraltro, visto il presunto monopolio, rimanevano senza player alternativi a cui affidare l’organizzazione dei loro show ed eventi, Live Nation aveva provato a sostenere che i messaggi non fossero rilevanti per il caso. Di tutt’altro avviso i querelanti secondo i quali quelle conversazioni non solo riflettono il potere della compagnia, ma dimostrano come non siano i cantanti a volersi approfittare dei propri fan: «È Live Nation che è in grado di compromettere l'esperienza degli spettatori applicando prezzi eccessivi per i servizi accessori senza timore che gli artisti cambino piattaforma», la tesi. «Le comunicazioni su Slack tra un membro junior dello staff e un amico non rispecchiano assolutamente i nostri valori né il nostro modo di operare», spiega la multinazionale in una dichiarazione.
«Dato che si trattava di uno scambio privato, i vertici ne sono venuti a conoscenza solo quando è stato reso pubblico e indagheranno tempestivamente sulla questione», aggiunge un rappresentante di Live Nation. «La nostra attività funziona solo quando i fan vivono esperienze fantastiche. È per questo che abbiamo fissato un tetto massimo del 15 per cento alle commissioni per gli anfiteatri e abbiamo investito un miliardo di dollari negli ultimi 18 mesi in strutture statunitensi e servizi per gli spettatori», conclude.
Nella chat Baker, all’epoca responsabile della biglietteria per la divisione Venue Nation della compagnia, definiva alcuni aumenti di prezzo «assolutamente oltraggiosi». Weinhold, invece, ridacchiava: «Ho parcheggi vip che arrivano a 250 dollari, lol». L’amico passava dal sentirsi «quasi in colpa» a uscite del tipo: «Li spremo sui prezzi dei servizi aggiuntivi per compensare (riferendosi alle commissioni extra sui biglietti standard, ndr)».
Le conversazioni fanno parte dei documenti depositati dopo che il 9 marzo Live Nation e il Dipartimento di Giustizia hanno raggiunto un accordo extragiudiziale al quale, però, avrebbero aderito solo una manciata di Stati come Arkansas, Iowa, Mississippi, Nebraska, Oklahoma, South Carolina e South Dakota. Secondo l’intesa raggiunta, alla fine, Live Nation e Ticketmaster non saranno smembrate, come inizialmente richiesto nel 2024. Dovranno, però, pagare un’ammenda di 280 milioni di dollari ai querelanti, vendere almeno 13 delle venue di proprietà di Live Nation, consentire a società rivali come SeatGeek ed Eventbrite di rendere disponibili i biglietti degli eventi organizzati dalla compagnia anche sulle loro piattaforme e sottoporre le location degli show a contratti di esclusiva non superiori ai quattro anni. Inoltre, l’accordo fissa al 15 per cento il limite delle commissioni sui biglietti dei concerti nelle sale di proprietà del colosso dell’entertainment che rappresentano il 78 per cento delle venue più grandi del Paese.
L’accordo, comunque, è stato bocciato da Letitia James, la procuratrice generale di New York nota per aver inquisito Donald Trump (e di conseguenza per essere finita nel mirino del tycoon), e dalla maggioranza degli Stati querelanti, che hanno annunciato l’intenzione di proseguire con la causa. Secondo la nemica giurata del presidente Usa, l’intesa non affronterebbe il monopolio, il problema al centro del caso, e avvantaggerebbe la compagnia a discapito dei consumatori: «Non è accettabile. Con i miei colleghi procuratori generali abbiamo istruito un procedimento solido contro Live Nation e continueremo la nostra azione legale al fine di proteggere gli spettatori e ripristinare la concorrenza leale nel settore dell’intrattenimento dal vivo»
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