Lo scandalo giudiziario che ha coinvolto il fedelissimo dell'ex premier Giuseppe Conte, il legale Luca Di Donna, rischia di avere adesso riflessi importanti anche dentro i nostri servizi segreti e nei dipartimenti dell'intelligence di Palazzo Chigi. Domani ha raccontato come il 5 maggio 2020 durante un incontro tra Di Donna e l'imprenditore Giovanni Buini - che cercava intermediari importanti per vendere mascherine alla struttura commissariale – nello studio Alpa fosse presente anche Enrico Tedeschi. Non un generale della finanza qualsiasi, ma il numero tre dell'Aise, l'agenzia informazioni e sicurezza estera diretta da poco più di un anno da Giovanni Caravelli.

L'avvocato del sistema: lobbisti e affaristi, chi sono i fedelissimi di Conte

La notizia ha terremotato non solo Forte Braschi, ma anche il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) guidato da Elisabetta Belloni e gli uffici del sottosegretario Franco Gabrielli. Tedeschi è infatti uno 007 considerato vicino a Marco Mancini e Nicolò Pollari, in ottimi rapporti con Gianni Letta, ma soprattutto è da anni capo di gabinetto dell'Aise, una poltrona delicatissima e sensibile. Che ci faceva la spia nello studio dell'avvocato d'affari Di Donna, ex socio dell'allora premier Conte che al tempo era pure autorità delegata responsabile della nostra intelligence? Interrogato dai pm anticorruzione come persona informata sui fatti, Tedeschi ha minimizzato il suo ruolo, spiegando di aver conosciuto Di Donna in salotti privati. Dopo essere stato sentito dai pm ha però dovuto relazionare dei fatti anche al suo attuale capo Caravelli (all’epoca dell’incontro tra Tedeschi e Di Donna era vicedirettore con delega alla Libia), al quale ha spiegato come all'inizio dell'emergenza pandemia aveva avuto il compito, da parte dell'allora numero uno Luciano Carta, di trovare ogni canale utile per importare mascherine necessarie a contrastare il Covid. Un’incombenza che in effetti Carta (a maggio era ormai in uscita) aveva qualche mese prima affidato a lui e ad altre spie dell'agenzia.

I rapporti della nostra intelligence, però, venivano sviluppati con aziende italiane o estere specializzate in protezioni individuali e forniture sanitarie: nessuno pare avesse autorizzato Tedeschi a stringere legami con un avvocato vicinissimo al premier Conte e che, secondo le accuse della procura di Roma, che indaga Di Donna per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite, in quel momento stava intermediando business opachi con le mascherine per profitti privati. Tedeschi dovrà probabilmente chiarire i contorni della faccenda ai suoi superiori, e chiarire se si trovava lì su ordine diretto e solo per scovare mascherine per la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri o se sapeva (fonti vicino a Tedeschi escludono però con forza) che Di Donna aveva chiesto all’imprenditore Buini una commissione come scambio dell'intermediazione e che l’avvocato sarebbe stato in grado di far ottenere a Buini «affidamenti diretti da parte della struttura commissariale» scrivono i pm Gennaro Varone e Fabrizio Tucci.

I magistrati credono che Di Donna “trafficasse”, dunque utilizzasse a loro insaputa, i nomi dello stesso Arcuri e di Conte. Non sappiamo ad ora se il sottosegretario con delega all'intelligence Franco Gabrielli, uomo di fiducia di Mario Draghi, abbia anche lui aperto un faro sulla faccenda. I precedenti lasciano immaginare quale possano essere le conseguenze su vicende di questo tenore interne al comparto: quando mesi fa la superspia Mancini fu fotografata in un'area di servizio a parlare con il senatore Matteo Renzi, Gabrielli e Belloni impiegarono pochi giorni a chiedere e ottenere il pensionamento anticipato dell'agente. Vedremo se stavolta Tedeschi riuscirà a convincere invece che non esistono né scandali né motivi di inopportunità nell'aver incontrato Di Donna durante la chiusura di un affare.

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L’imprenditore e il sistema

In questa storia di influenze, amicizie, spie e mascherine, è finito anche Buini: l’imprenditore di Perugia si è infatti trovato nel mezzo dell’inchiesta che lambisce il sistema di potere dell’ex presidente del consiglio Conte. Il sistema sotto accusa funzionava così: da un lato l’impresa che proponeva la fornitura, dall’altro la struttura commissariale per l’emergenza (l’acquirente) ai tempi guidata da Arcuri (messo lì da Conte), nel mezzo Di Donna, secondo i pm, il mediatore.

L'antiriciclaggio indaga sul fedelissimo di Conte

Buini ha incontrato una prima volta ad aprile 2020 Di Donna e Gianluca Esposito, partner d’affari del primo e anche lui indagato. L’imprenditore perugino aveva in ballo con il commissario per l’emergenza una fornitura di 160 milioni di mascherine da distribuire alle farmacie a prezzi calmierati. «Avevo un accordo verbale con la struttura», ha detto Buini a Repubblica. Un suo amico, però, suggerisce all’imprenditore di incontrare due avvocati, Di Donna ed Esposito. Buini sostiene che fin dal primo incontro i due professionisti hanno fatto pesare i loro agganci con il capo del governo, facendogli firmare un accordo con cui lui si impegnava a versare ai due una consulenza pari all’8 per cento della commessa. Esposito, conferma Buini a Domani, gli ha detto che con Di Donna avrebbero potuto garantire affidamenti diretti dalla struttura di Arcuri perché l’avvocato professore alla Sapienza era il braccio destro del premier. Segue un secondo appuntamento nello studio Alpa, alla presenza stavolta di Tedeschi.

Dopo l’incontro, però, Buini chiude i rapporti con Di Donna e compagnia, sicuro che avrebbe comunque concluso per suo conto il contratto con la struttura commissariale. Nel giro di poco, capisce che gli uffici del commissario non erano più interessati alla sua proposta, «più vantaggiosa rispetto ad altre», sostiene l’imprenditore, che aggiunge: «Tutto quello che dovevo dire l’ho riferito ai magistrati, le connessioni eventuali fatele voi giornalisti, io voglio solo dimenticare, ho paura di ritorsioni, preferisco dimenticare».

Di certo sappiamo che Buini era un cliente considerato affidabile fino a poche settimane prima: aveva già fatto arrivare ad Arcuri un milione di mascherine. E di certo c’è anche che i mediatori che trafficavano il nome di Conte avevano avuto contatti costanti con Arcuri e la sua struttura commissariale: gli investigatori definiscono in particolare «di elevato interesse» i contatti tra Arcuri e Di Donna avvenuti tra il 5 e il 15 maggio 2020: nel mezzo, l’11 maggio, si colloca una delle offerte di forniture finite al centro dell’inchiesta.

Per Buini il periodo post Di Donna sarà molto tormentato. Anche perché già un anno fa aveva subito una denuncia per truffa per una partita di mascherine considerate non a norma: «Si è chiarito tutto, dopo è stata autorizzata la vendita. Mi risulta sia una vicenda chiusa». Poi è finito sotto inchiesta pure a Perugia in un giro di colletti bianchi e prestanome di società: «Da un accertamento tributario con una contestazione di 50 mila euro l’anno sono finito sotto indagine per associazione a delinquere e intestazione fittizia. Ma non c’entro nulla».

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