Il re dell’eolico. Il re dei supermercati. Il senatore a disposizione. Se badassimo ai soprannomi dati al cerchio di complici politici e finanziatori dell’ultimo padrino della mafia delle stragi, penseremmo che Matteo Messina Denaro non si sia mai sporcato le mani col sangue degli onesti. La storia criminale del boss che fugge e si nasconde da 27 anni è invece una parabola di sangue e omicidi, di armi e di bombe.

 Insomma, Matteo Messina Denaro non è solo il boss in giacca e cravatta, l’elegante padrino che da giovane era famoso per essere uno sciupafemmine, frequentatore dei locali alla moda sulla costa trapanese. È vero che Il mammasantissima di Castelvetrano, tra Marsala e Agrigento, è stato capace di portare nella sua corte imprenditori affermati nel settore della grande distribuzione e delle energie rinnovabili. Ma è altrettanto documentato che Messina Denaro, latitante dal 1993, è soprattutto uno stragista, come conferma la sentenza della corte d’Assise di Caltanissetta, che lo ha condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del 1992: le bombe al tritolo di Capaci e via D’Amelio, quelle cioè che hanno ucciso i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il verdetto di ieri , dunque, certifica il suo ruolo attivo nelle stragi. Al pari del sanguinario Totò Riina, Messina Denaro ha acconsentito al massacro dove hanno perso la vita oltreché la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, anche gli agenti di scorta dei due magistrati: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

L’avvocato Vincenzo Greco – che rappresenta la famiglia Borsellino – ha parlato di «un ulteriore tassello per trovare la verità». Già, un altro tassello, non l’ultimo però. Perché in questa storia di tritolo, morti ammazzati e strategie criminali, mancano ancora molti frammenti per completare il puzzle di responsabilità. A partire dal ruolo dei servizi segreti deviati. Nelle numerose inchieste sugli attentati sono emerse alcune figure di collegamento tra apparati sporchi dello stato e Cosa nostra. Ma su questo aspetto ancora manca una verità giudiziaria. La storia di Messina Denaro, al pari di quella di Riina e di Provenzano, è un giallo nel quale ricorrono mancate catture, soffiate, rapporti confidenziali con agenti segreti o presunti tali. Il tipico gioco di specchi, parte integrante del metodo di cosa nostra, la mafia sicialiana, che con a capo Totò Riina ha cambiato faccia: il gruppo dei Corleonesi ha usato la violenza come strumento di mediazione e accordo, archiviando la stagione dei padrini palermitani che invece usavano il dialogo e i compromessi con politica, forze dell’ordine e magistratura, usando come collante le logge massoniche. «Viddani», questo era l’appellativo usato dai palermitani per  Riina e i suoi seguaci. Tra questi c’erano anche i Messina Denaro: prima il padre, Francesco e poi il figlio Matteo, il pupillo del boss di Corleone.  I palermitani guidati da Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia”,  verranno sterminati dai Corleonesi. Inizia così il regno di Riina, di Provenzano e di Messina Denaro.  
«Matteo Messina Denaro è uno che brucia le tappe perché nel corso degli anni Ottonta si dimostra un cavallo di razza. Commette decine di omicidi, anche eccellenti. Sotto il profilo della capacità non c’è proprio da discutere. Un fedele di Totò Riina fin da ragazzo». Questo è un passaggio dell’atto d’accusa presentato in aula dal pubblico ministero Gabriele Paci. Poi negli anni, Riina chiuso nel carcere duro, Messina Denaro si emancipa dal sanguinario Riina e punta tutto sugli affari. «E io l’ho fatto buono», diceva Riina intercettato in carcere, ma alla fine lo considera un pavido perché aveva smesso di usare bombe e fucili. Ha ricordato anche questo Paci, proprio per sottolineare la duplice carriera di Messina Denaro: stragista e affarista. 

Oltre all’ergastolo, il padrino Messina Denaro, conosciuto anche con il soprannome di “Diabolik” o “lo Zio”, è stato condannato «all’isolamento diurno per la durata di 18 mesi». Dovrà pagare le spese processuali e risarcire le parti civili. La corte ha infine dichiarato l'imputato «interdetto dai pubblici uffici» e «decaduto dalla responsabilità genitoriale».

Quest’ultima è una condanna pesante. È messo in discussione il suo ruolo di padre, una procedura che il tribunale dei minorenni di Reggio Calabria ha avviato da tempo. Una misura che ha scardinato alcune dinamiche interne ai clan, che vedono nell’allontamento dei figli un pericolo peggiore del sequestro dei beni.

L’impero economico e finanziario messo in piedi dalla famiglia Messina Denaro, nonostante la lunga latitanza di Matteo “lo Zio”, è descritta in migliaia di pagine giudiziarie: il padrino di Castelvetrano si è cinrcondato infatti di imprenditori di altissimo profilo, che hanno investito per conto suo. Dalla grande distribuzione all’affare delle energie rinnovabili, eolico e fotovoltaico.

Un boss che ama la bella vita, si è detto. Ricco anche da latitante, per questo diventato icona per le giovani leve della mafia. Ma Messina Denaro adesso è prima di tutto uno stragista,

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