«Eravamo in dodici su un bus diretti al monte Kailash per un pellegrinaggio quando abbiamo visto una enorme nube marrone che veniva verso di noi e abbiamo sentito un boato immenso. Quando abbiamo realizzato che era una valanga l'autista ha aperto le porte e siamo scapparti a piedi». Così, Valentina Piccinini, italiana sopravvissuta all'alluvione in Nepal, racconta a proposito della piena improvvisa causata dalla caduta di un blocco di ghiaccio e detriti.

«Mentre scendevo sono inciampata e ho perso la ciabatta, sentivo urlare il mio nome ma in quel momento non vedevo altro se non la nube marrone che mi veniva addosso. Così, senza rendermene conto sono andata nella direzione opposta agli altri. Sono scappata sulle montagne, mi sono arrampicata più in alto che potevo. Senza l'aiuto dei nepalesi non sarei qui adesso. Il mio compagno Stefano e la nostra guida Tashi erano convinti che fossi morta. Tashi è stato il mio angelo custode, ha rischiato più volte la vita per me». 

Dalle valli al confine con il Tibet colpite dalla devastante alluvione, continuano ad arrivare racconti terribili: centri abitati, impianti industriali e infrastrutture fondamentali sono stati travolti da una furia distruttiva di acqua, fango e detriti, rendendo estremamente complesse le operazioni di soccorso. Al momento, le vittime accertate oltre 500. Secondo quanto ha riferito la Croce Rossa a Reuters, sarebbero più di 90mila le persone direttamente colpite dal disastro. Sei strutture sanitarie sono state danneggiate e otto operatori sanitari risultano dispersi. 

Tre italiani dispersi

La zona, che rientra nella riserva naturale di Langtang, è molto frequentata dai turisti che esplorano le vette dell’Himalaya ed è anche sede di numerosi luoghi di pellegrinaggio indù. Per questa ragione, tra i dispersi ci sono anche molti cittadini stranieri. Tra questi anche tre italiani ha fatto sapere la Farnesina che ha mandato, per rafforzare assistenza e presenza diplomatica, anche una task force dell’Unità di crisi, arrivata a Kathmandu. Di uno dei tre italiani dispersi è nota l’identità: Marco Ratto, orefice di Rapallo. Nella giornata di ieri, altri due connazionali sono stati rintracciati e messi in sicurezza, Valentina Piccinini e Stefano Tumolo.

Le cause dell’alluvione

Dopo le prime ore segnate da confusione e paura, le immagini satellitari hanno chiarito le cause dell’alluvione improvvisa: una parete di un ghiacciaio si è staccata ed è crollata sul bacino del fiume Lhende Khola. Il successivo cedimento della diga naturale ha liberato un’imponente colata d’acqua e detriti. La scossa di magnitudo 4.4 registrata poco prima sarebbe stata provocata proprio dall’impatto del ghiaccio, e non viceversa, come si ipotizzava in un primo momento. Gli analisti, inoltre, avvertono che il pericolo di una nuova inondazione non è ancora del tutto scongiurato, qualora altre porzioni del ghiacciaio dovessero subire un ulteriore collasso.

Andando al cuore della questione, molti scienziati individuano nel riscaldamento climatico la causa scatenante. La climatologa del Cnr Marina Baldi ha spiegato all’Ansa che il crollo della parete è legato al generale scioglimento dei ghiacciai, «senz’altro causato dal riscaldamento globale». Resta da chiarire quale specifico meccanismo abbia provocato l’evento, ma, come ha notato ieri su Domani Ferdinando Cotugno, l’area del disastro «è piena di ghiaccio e si riscalda al triplo della media globale: una pessima combinazione».

Il valico di Gyirong

Nelle ore successive al disastro, sui social sono circolati molti video dei fiumi Bhote Koshi e Trishuli che crescevano a dismisura sommergendo ogni cosa. Uno dei filmati è stato registrato dalle telecamere di sicurezza del valico di Gyirong: mostra una dogana al confine tra Nepal e Cina, sommerso da acqua e fango. Questo snodo rappresenta il punto di contatto principale fra i due paesi, cruciale per i trasporti, posizionato in una delle valli più profonde del paese. Quel video, come gli altri che sono girati, è oggettivamente impressionante. La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un’arteria commerciale così importante fosse situata in un punto geologicamente così fragile e costantemente esposto ai disastri naturali?

Diversi esperti sottolineano infatti che quella regione del Nepal è soggetta a fenomeni di questa portata. L’anno scorso, 17 persone per una frana provocata dalle forti piogge, e nel 2015 il terremoto del Langtang provocò una valanga che causò 215 vittime. Eppure, nonostante questi precedenti, la densità abitativa lungo le rive del fiume Bhote Koshi ha continuato a crescere. Le risposte, ovviamente, sono ancora premature.

C’è poi la questione prevenzione: un monitoraggio efficiente avrebbe garantito minuti preziosi per salvarsi. Come spiega Zeit, per anni sono rimasti inascoltati i numerosi allarmi degli scienziati. È vero che monitorare le valanghe in Himalaya è difficilissimo poiché l’area è inaccessibile e i versanti troppi, ma una proposta esiste: il Centro di ricerca tedesco per le geoscienze (Gfz) ha studiato una rete di geofoni per monitorare continuamente l’attività sismica della zona, in maniera tale da poter avvertire con estrema rapidità chi si trova in zone di pericolo. Tuttavia, questo sistema non ha ancora superato la fase di test.

Il pericolo del lago

Dopo il collasso del ghiacciaio, i detriti portati dall’alluvione hanno ostruito un corso d’acqua, creando una nuova diga naturale. Dietro lo sbarramento improvvisato nelle ore successive l’acqua ha continuato ad accumularsi, formando un lago e facendo temere una seconda piena lungo il fiume Bhotekoshi.  

Per ore si è temuto che la diga di rocce e detriti che ha creato il lago cedesse all’improvviso, liberando tutta insieme l’acqua raccolta nel bacino. Nelle ultime ore, però, il lago ha iniziato a tracimare e a scaricare l’acqua più gradualmente del previsto. La pressione sullo sbarramento sta diminuendo anche se il pericolo di una nuova catastrofe non è scomparso. Le operazioni di soccorso, sospese nelle fasi di maggiore allarme, stanno riprendendo.

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