Proprio in questi giorni si ricorda il famoso episodio dei fratelli Cervi che, all’indomani del 25 luglio 1943, organizzarono una grande distribuzione di pastasciutta a tutti i loro compaesani di Gattatico, in provincia di Reggio Emilia, per festeggiare la caduta del fascismo. Poi, come si sa, il fascismo rinacque dalle proprie ceneri e durante i mesi terribili della Repubblica di Salò, i fratelli Cervi pagarono con la vita questo loro amore per la libertà. In ricordo di questo straordinario atto di coraggio, ogni 25 luglio a Gattatico si prepara la cosiddetta “pastasciutta antifascista” che viene servita gratuitamente a tutti coloro che vi vogliono partecipare.

Una moda americana

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Per questo, noi oggi attribuiamo un valore democratico e antifascista a quella specifica pasta, ma il rapporto tra il fascismo e la pastasciutta era stato conflittuale fin dall’inizio, forse ancor prima della Marcia su Roma.

Lo stesso Mussolini, romagnolo di nascita, probabilmente era poco avvezzo al consumo di pasta, come quasi tutti gli italiani, esclusi i napoletani e i siciliani, fino alla Prima guerra mondiale. Ma proprio nel primo dopoguerra, mentre il fascismo inizia la sua lenta ma inesorabile conquista del potere, gli italiani scoprono la pasta e se ne innamorano immediatamente.

La scoprono in America, dove le varie comunità italiane, così distanti nella madrepatria, si mescolano e creano una cultura nazionale, che in Italia ancora non esiste.

La pasta, in qualche modo, ne diventa il simbolo, perché è a buon mercato, perché è facile da conservare e da preparare e perché si adatta a tutti i condimenti regionali. Per tutti questi motivi, i molti emigrati che tornano dall’America non possono più fare a meno della pasta e del resto è automatico associarla all’indistruttibile sogno americano, che accompagnerà gli italiani per quasi tutto il XX secolo.

Tutto questo spiega in buona misura l’ostilità del regime fascista nei confronti della pasta, che negli anni Venti veniva vista come una sorta di moda americana di importazione. Il ruralismo che stava alla base dell’ideologia fascista, non poteva non considerare la pasta come qualcosa di estraneo e quindi da rifiutare, dal momento che le masse contadine italiane avevano da sempre basato la loro alimentazione sulle minestre in brodo e sulla polenta.

La battaglia del grano e i futuristi

L’ostilità, inizialmente ideologica e culturale, si fece via via più concreta, soprattutto dopo il 1925, quando venne lanciata la famosa “Battaglia del grano”, che aveva lo scopo di far raggiungere all’Italia l’autosufficienza cerealicola. E la pasta era un problema da questo punto di vista, dato che il grano duro per produrla è sempre stato coltivato in quantità insufficiente nel nostro paese. Quindi meno pasta mangiavano gli italiani e meno grano duro si doveva importare.

Una buona alternativa poteva essere il riso, che normalmente veniva consumato in brodo, ma che all’occorrenza poteva sostituire la pastasciutta; così nel 1931 il neonato Ente Risi lanciò una grande campagna con l’intento di diffondere il consumo di riso a livello nazionale. Gli effetti, però, furono decisamente modesti: al di fuori delle aree di produzione, il riso rimase un cibo praticamente sconosciuto fino agli anni Cinquanta.

Poi ci si misero anche i futuristi, in particolare Filippo Tommaso Marinetti, il quale, sempre nel 1931, pubblicò il Manifesto della cucina futurista, nel quale la pasta è additata come la causa principale dei maggiori difetti degli italiani.

«A differenza del pane e del riso, la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato (…). Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo».

La pasta e la Resistenza

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Nel progetto fascista di costruzione dell’uomo nuovo, l’alimentazione giocava un ruolo fondamentale. Non è un caso se lo stesso Mussolini, a più riprese, intervenne in vari congressi medici per esporre le sue teorie in materia alimentare, che escludevano in maniera categorica il consumo di pasta e di alcool, entrambi accusati di ottundere i sensi e quindi di rendere gli italiani meno attivi e meno combattivi.

Tutti questi sforzi propagandistici si scontravano però con una passione incontenibile. Le statistiche ci dicono che il consumo di pasta in effetti diminuì in Italia negli anni Trenta, ma più per effetto della crisi economica che non a seguito degli anatemi fascisti.

Anzi, la vicenda dei fratelli Cervi ci dimostra che in qualche modo la pastasciutta era considerata da sempre un simbolo di libertà; un piccolo, silenzioso e quotidiano gesto di resistenza nei confronti del Regime, il cui consenso era solo apparentemente monolitico.

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