C’era una volta il primo maggio, la festa dei lavoratori: un giorno di non-lavoro istituito in ricordo delle lotte operaie che avevano portato a fissare per legge, in America nella seconda metà dell’Ottocento, un massimo di otto ore lavorative quotidiane.

E noi come stiamo trascorrendo questa ricorrenza? Probabilmente in casa, col laptop sulle ginocchia, a lavorare. La pandemia ha accelerato un processo, già in atto da un paio di decenni, di confusione tra lavoro e ozio. Confusione spaziale innanzitutto, dal momento che il lavoro da remoto trasforma in ufficio persino la camera da letto. E confusione temporale, sicché sono diventate comuni le serate di famiglia in cui ciascuno in silenzio se ne sta curvo a scrivere mail, le domeniche interrotte da chiamate di lavoro e i giorni di festa impegnati a chiudere un progetto.

D’altronde le alternative non sono tante, in un contesto in cui le occasioni di svago sono limitate, mentre la pressione per non perdere il lavoro (o i lavori) cresce di fronte alla minaccia della disoccupazione. L’esperienza personale è confermata dai numeri: il 37 per cento dei lavoratori europei ha iniziato a lavorare da casa con il lockdown, e tra chi lavora da casa, il 27 per cento dichiara di lavorare anche durante il proprio tempo libero. È come se il lavoro, che le lotte operaie dell’ultimo secolo erano riuscite a circoscrivere entro spazi, tempi, regole sempre più stringenti, fosse infine riuscito a divincolarsi per riconquistare il dominio perduto sulle nostre esistenze. A fronte di un trend globale, sugli ultimi 150 anni, di diminuzione delle ore lavorate, assistiamo oggi a un fenomeno di “messa al lavoro” del tempo libero in forme capillari che spesso sfuggono alla misura quantitativa.

Cambiamenti

Il processo, va detto, è di lungo periodo. Risale agli anni Settanta la constatazione che il vecchio modello fordista in occidente si stava esaurendo, e che entrando nel tunnel della cosiddetta società post-industriale si sarebbero modificati anche i rapporti di produzione. Innanzitutto perché non esiste una società post-industriale, ma una divisione internazionale del lavoro che ha progressivamente occultato le attività manifatturiere ed estrattive, esternalizzandole – lontano dagli occhi, lontano dal cuore, lontano soprattutto dalle classiche strutture sindacali.

Una parte considerevole delle attività produttive e riproduttive è così diventata invisibile, dal lavoro di cura sul quale regge l’equilibrio delle società tradizionali a quello dei lavoratori irregolari nei campi e sui cantieri italiani, in aumento per effetto (paradossale ma prevedibile) delle restrizioni adottate negli ultimi anni da gran parte dei governi europei. La notizia di pochi giorni fa di un bracciante maliano ferito a fucilate in Puglia non ha fatto molto rumore.

Come se non bastasse, lo sviluppo dell’economia della conoscenza ha fatto apparire un soggetto nuovo e ibrido, il lavoratore cognitivo, che con la sua elevata capitalizzazione intellettuale – ovvero un numero crescente di anni di studio alle spalle – è stato gettato in un mercato occupazionale già saturo, dove ha trovato un esercito di concorrenti.

Ormai in questa giungla sopravvive solo un pugno di eletti, issati verso la gloria dall’ascensore meritocratico o presunto tale, assediati da una folla di competentissimi soprannumerari costretti ad abbassare all’inverosimile le proprie pretese economiche, mostrandosi più docili, lavorando di più per sempre meno, insomma svendendo sottocosto il proprio capitale intellettuale come nella più classica delle crisi di sovrapproduzione.

I disperati esperimenti legislativi che, da metà degli anni Novanta, avrebbero dovuto dinamizzare il mercato del lavoro “flessibilizzandolo”, al contrario hanno contribuito a indebolire la forza contrattuale dei lavoratori.

L’unione fa la forza?

Quanto a cooperare o sindacalizzarsi, nemmeno a pensarci: ognuno pensa al suo piccolo posto al sole e anche volendo non esistono le strutture. Nell’intera area Ocse, il tasso di iscrizione ai sindacati si è più che dimezzato tra il 1975 al 2018, passando dal 33 per cento al 16 per cento. In Italia, un po’ meglio che altrove, si è scesi dal 48 per cento al 34,4 per cento. La nascita di associazioni di freelance, in assenza di un contropotere negoziale, non basta a invertire la tendenza.

La pandemia ha accelerato una serie di processi già in corso. Secondo il rapporto McKinsey sul futuro del lavoro dopo il Covid-19, un quarto dei lavoratori passerà al remoto. Se il telelavoro presenta vantaggi evidenti per il personale, come un’organizzazione più flessibile del proprio tempo, in questa grande transizione potrebbero emergere anche degli svantaggi.

In effetti per le aziende si tratterà di un’occasione per ristrutturare, esternalizzare o automatizzare certe mansioni, nonché tagliare certe spese (affitti, materiale informatico, cancelleria, utenze) senza ridistribuire il beneficio ai dipendenti che finiranno invece per sostenerle direttamente. Al momento sono i governi che si prendono carico di rimborsi forfettizzati (Italia) e bonus fiscali (Germania), ma quando la transizione sarà compiuta il risultato rischia di essere uno squilibrio ancora maggiore nel potere negoziale tra padroni e dipendenti.

Il “distanziamento sociale” dei lavoratori ha anche come effetto di dissolvere i legami di corpo che costituivano il sostrato della cooperazione e da lì di un’eventuale sindacalizzazione. Quanto alla libertà guadagnata, accanto all’indubbio piacere di compilare fogli excel in mutande, magari con la figlia che piange nell’altra stanza, bisognerà prendere in considerazione l’effetto alienante dello sviluppo di sistemi informatici di organizzazione e di controllo a distanza, come ben raccontato da Antonio Aloisi e Valerio de Stefano in Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano (Laterza).

C’era una volta il primo maggio, e oggi? Non c’è dubbio che la nostra condizione d’impiegati nel terziario, freelance o professioni creative sia di gran lunga migliore rispetto a quella dei proletari della rivoluzione industriale, e tendenzialmente privilegiata rispetto a tanti altri lavoratori a noi contemporanei: ce lo ricorda un meme che ha circolato negli ultimi mesi, secondo cui quello che abbiamo chiamato lockdown descrive semmai una situazione in cui la classe media si nasconde mentre altri producono e le recapitano a domicilio le merci da consumare. Lo spettacolo della «società signorile di massa» teorizzata da Luca Ricolfi si è fatto sempre più vivido.

Vita in cattività

Ma la gabbia dorata del terziario può rivelarsi parecchio angusta. L’intrusione del lavoro nel contesto domestico ha degli effetti documentati sui diritti dei lavoratori cognitivi, che faticano a proteggersi dal sovraccarico di mansioni, e quindi sulla loro salute fisica e mentale – gli effetti più frequenti sono esaurimento nervoso, ansia e burnout. È la più classica scena da film horror: la vittima fugge da una minaccia e si rinchiude in casa, convinta finalmente di essere al sicuro dietro quattro mura. Ma è troppo tardi, perché il male è già dentro, lì con lei. Nello smartphone su cui guarda l’ora, sul computer che manda una serie tv in streaming, nel calendario condiviso, ovunque. Per cercare di mettere una pezza ai possibili abusi, il parlamento europeo ha votato in gennaio una risoluzione sul «diritto alla disconnessione», per non essere perseguitati da mail e telefonate di lavoro anche nel tempo libero. Già a maggio 2020, l’allora ministro per il Sud e la coesione territoriale Peppe Provenzano aveva espresso la necessità di ripensare lo statuto dei lavoratori integrando al suo interno questo diritto al fine di conciliare in maniera più efficace i tempi di vita. Infine, poche settimane fa, è stato approvato un emendamento al decreto Covid, proposto dal Movimento 5 stelle, che garantisce formalmente il diritto alla disconnessione.

Applicarlo è un altro paio di maniche. Perché la flessibilizzazione del mercato del lavoro crea di fatto delle situazioni in cui il lavoratore atipico dovendo accumulare fin troppi progetti (per spiccare in mezzo alla concorrenza) o clienti (nessuno dei quali direttamente responsabile dei suoi diritti) si trova costretto a lavorare di più, lavorare ovunque, lavorare sempre. Quelle che un tempo erano patologie da quadri dirigenti si generalizzano e a ognuno ormai spetta inquadrare sé stesso, sostituendo alle vecchie gerarchie aziendali il governo severo dei nostri super-io resi ipertrofici.

Il designer Ian Bogost ha parlato di iperoccupazione per definire questa nuova condizione che contamina lo spazio privato, come un virus. Un altro designer, Silvio Lorusso, ha proposto il neologismo “imprendicariato” per evocare il modo in cui nell’ultimo decennio la precarizzazione del lavoro si è ammantata delle retoriche vincenti dell’imprenditorialità – indipendenza, creatività, rischio… – per nascondere una vita quotidiana ben più faticosa. «Siamo tutti imprenditori» chiosa Lorusso, «nessuno è al sicuro». Questa condizione di frammentazione professionale e di dissoluzione del professionale nel privato viene incoraggiata da una serie di strumenti informatici, applicazioni e piattaforme di micro-lavoro che permettono di mettere a profitto gli spazi domestici inutilizzati (da affittare su AirBnb), il tempo libero (consegne a domicilio per servizi di food delivery), o anche talenti speciali (Upwork, Freelancer) o più banali (data entry su Fiverr). Nessun primo maggio è oggi davvero in grado di sospendere o regolare questa disseminazione del lavoro.

«Otto ore di lavoro, otto ore di sonno, otto ore di ozio»: era questa la rivendicazione degli operai a fine Ottocento. Oggi oltre alla confusione spaziale e temporale c’è ancora una confusione ancora più subdola, ed è quella tra le attività produttive e quelle improduttive: stiamo lavorando quando curiamo le nostre relazioni personali su Facebook, quando promuoviamo la nostra immagine su Twitter, quando assimiliamo il contenuto di un libro che poi citeremo in una slide PowerPoint? E per chi lavoriamo quando in rete clicchiamo su un test di riconoscimento dell’immagine, i cosiddetti Captcha? Il sociologo Antonio Casilli non ha dubbi: stiamo addestrando le intelligenze artificiali di domani, attraverso infinite forme ibride di lavoro mascherato come il playbor (lavoro+gioco), l’audience labor (lavoro degli spettatori), l’hope labor (lavoro per trovare lavoro)... È un po’ come se il nostro intero corpo fosse collegato a una dinamo che genera elettricità da ogni nostro minuscolo movimento: bellissimo, fantastico, meraviglioso – ad alcuni ricorderà un vecchio film di Pasquale Festa Campanile, Conviene far bene l’amore, nel quale un eccentrico scienziato interpretato da Gigi Proietti inventa un apparecchio che ricava energia dai rapporti sessuali – ma ogni tanto viene voglia di staccare tutto per essere improduttivi anche per un attimo solo. Si tratta della logica della cosiddetta gamification, che vorrebbe trasformare le attività produttive in un grande gioco che le renderebbe addirittura piacevoli. Sul magazine online Prismo, qualche anno fa Valerio Mattioli spiegava come persino le apericene da lui tanto amati fossero diventati la prosecuzione del lavoro con altri mezzi: davanti a un drink si cercano clienti, si creano progetti, ci si fa conoscere. L’economia dell’attenzione, come viene ormai chiamata, è una divinità gelosa che divora ogni attimo mettendolo a profitto.

Pericolo smartphone

Gran parte di questo lavoro passa dai nostri dispositivi elettronici, attraverso i quali riceviamo e diamo lavoro, spesso senza nemmeno accorgercene. Una mail, un commento su Facebook che deve essere moderato, un ordine su Amazon, una consegna di cibo dal ristorante. La tecnologia, che doveva liberarci, ha prodotto gli strumenti perfetti per incatenarci al lavoro; ma è sul piano culturale, nel momento in cui abbiamo iniziato ad accettare questa trasformazione, che si è davvero deciso il nostro destino. In fondo tutte le tradizioni religiose prevedevano un giorno di riposo settimanale: il venerdì dei musulmani, la domenica dei cristiani e soprattutto lo Shabbat degli ebrei, che con la sua lunga lista d’interdetti (dall’accendere il fuoco al dividere due fili) opponeva una barriera insormontabile a ogni subdolo tentativo del lavoro, foss’anche quello di cura spesso assegnato alle donne, di reintrodursi nella vita domestica. Questa è fin dall’origine la definizione del sacro, ovvero il sottrarre all’uso le cose, i luoghi, i tempi.

Molti secoli più tardi, è questa stessa sottrazione all’uso che siamo chiamati a festeggiare il primo maggio. Festa non del lavoro, bensì dell’inoperosità conquistata dai lavoratori.

Sfortunatamente le condizioni dell’economia mondiale sembrano spingerci, più per disperazione che per avidità, in tutt’altra direzione: quella di una valorizzazione forsennata di tutto quello che può essere valorizzato, annientando la linea di separazione tra sacro e profano, otium e negotium, per assorbire ogni cosa nella sfera della produzione e del consumo.

Lo slogan sessantottino «Vivere senza tempi morti e godere senza ostacoli» si è rovesciato in «Lavorare senza tempi morti» – uno senza escludere l’altro, come in un intreccio inestricabile, eventualmente schizofrenico, tra lavoro e godimento permanente.

In certi casi, come quello della gamification, lavoro per mezzo del godimento.

San Precario

Il primo maggio, festa sacra? Gli ultimi a dare voce alle trasformazioni del lavoro, e di conseguenza del senso stesso della festa dei lavoratori, furono in effetti i seguaci di un Santo, ovvero San Precario, che fuori dal sindacato hanno tentato di dare voce ai lavoratori atipici, esternalizzati, a progetto, a partire dai primi anni Duemila.

Per l’ultima volta si è provato a immaginare un soggetto politico unitario che potesse includere interessi tanto diversi, se non divergenti, quanto quelli del terziario e della classica working class.

Il loro primo maggio, la Euro MayDay, era un tentativo di rivendicare la necessità di aggiornare la festa dei lavoratori, su scala europea, alle trasformazioni del capitalismo.

Ma come molte forme di contestazione contemporanea, anche la MayDay sembra essere servita più a testimoniare l’impotenza di una generazione che a rovesciare i rapporti di produzione.

Insomma è tutto da rifare, da riprendere da capo, perché per molti aspetti ci troviamo all’alba del ventunesimo secolo in una situazione simile a quella della prima rivoluzione industriale.

Ancora una volta è Antonio Casilli a raccontarcelo, facendo nei suoi studi un parallelismo tra certe pratiche ottocentesche come il mercanteggiamento dei salari, il cottimo e le filiere di subfornitura, che ritroviamo oggi nell’economia digitale, vera terra selvaggia dove il diritto del lavoro fa fatica ad addentrarsi.

Non è un caso che le lotte più mediatiche siano oggi quelle dei rider delle consegne a domicilio e dei corrieri di Amazon: essi costituiscono la parte visibile dell’e-commerce, che a sua volta è la parte più visibile della “covid economy” uscita trionfante dalla pandemia.

C’era una volta il primo maggio, e oggi forse non c’è più. Sta a noi reinventarlo, riconquistarne la sua sacralità inoperosa.

Sfuggire per un attimo alla produzione e al consumo, “resistere all’economia dell’attenzione” come ha scritto l’artista americana Jenny Odell nel suo libro del 2019 How to Do Nothing.

Tracciare un limite, un campo di forza, un pentacolo disegnato col gesso per proteggere noi stessi e gli altri dal lavoro; per un giorno soltanto all’anno, se necessario, seguire rigidamente il Talmud e la Mishnah e aggiungere alle trentanove attività proibite agli ebrei osservanti, assieme ad arare, trebbiare, formare covoni, tingere e cardare, anche chattare, briffare, cliccare.

Per fortuna questi antichi testi religiosi forniscono qualche idea per passare una giornata realmente improduttiva, col computer spento: far visita a parenti e amici, cantare brani popolari e salmi, leggere, fare giochi da tavolo, avere rapporti sessuali. Buon primo maggio.

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