Un esercito di lavoratori della scuola in questi giorni continua a programmare verifiche, partecipare ai consigli di classe, accompagnare gli studenti agli esami – mentre frequenta percorsi abilitanti – sapendo che dal primo luglio sarà disoccupato
La fine dell’anno scolastico è vicina. Nelle classi si contano i giorni, si chiudono i programmi, si preparano gli esami. Per centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici della scuola, però, questo tempo coincide con un’altra scadenza: quella del contratto. È in queste settimane che si misura una delle contraddizioni più evidenti del sistema scolastico, quando tutto scorre e arriva a compimento, proprio mentre i contratti stanno per scadere.
I precari continuano a lavorare come se nulla dovesse fermarsi: programmano verifiche, concludono percorsi didattici, partecipano ai consigli di classe, accompagnano gli studenti agli esami. Una parte consistente di loro — circa 300mila — svolge queste attività mentre frequenta anche i percorsi abilitanti. Il secondo ciclo, attivato per l’anno accademico 2025/2026, coinvolge circa 64 mila persone, con lezioni durante la settimana, nel fine settimana e, nel caso delle università telematiche, anche nei festivi.
Ma questi lavoratori e lavoratrici sanno già che dal primo luglio, abilitati o meno, saranno senza contratto, pronti ad accedere alla Naspi. Senza alcuna garanzia di rientrare a settembre, spesso costretti a ricominciare tra nuove graduatorie e nuove domande.
I numeri indicano che non si tratta di una dinamica temporanea. Secondo i dati del ministero rielaborati da Flc Cgil, i contratti a tempo determinato per i docenti avevano già raggiunto quota 182mila a settembre.
Le immissioni in ruolo effettive si fermano a 29.685 a fronte di oltre 52 mila posti vacanti. Dopo le procedure concorsuali legate al Pnrr, resteranno scoperte decine di migliaia di cattedre, molte delle quali non ancora convertite in organico di diritto.
Storie di chi lascia
La dimensione del fenomeno ha un rilievo europeo: la Commissione ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per l’uso reiterato dei contratti a termine nel settore scolastico.
Le conseguenze si vedono nelle classi. In una scuola superiore, un docente di filosofia e storia, chiamato da graduatoria incrociata sul sostegno, ha ricostruito da zero una squadra di scacchi che non esisteva più, organizzando allenamenti settimanali e partecipando ai campionati fino alla qualificazione alle fasi regionali.
Un progetto riconosciuto dagli studenti come uno dei momenti più significativi dell’anno, destinato però a interrompersi con la fine del contratto. In un liceo classico, uno studente del primo anno ha detto al docente di voler impegnarsi di più dal settembre successivo. Un momento apparentemente normale, che si ripete spesso nelle ultime settimane di scuola, i cosiddetti buoni propositi.
Peccato che quello stesso docente, l’anno successivo, non ci sarà più e ciò che si era iniziato a costruire dovrà ripartire da capo con un altro insegnante.
A queste si aggiunge la testimonianza di una docente che, negli ultimi giorni di scuola, ha ricevuto dalla propria classe una lettera collettiva con il racconto dei momenti condivisi durante l’anno, accompagnata da un piccolo regalo e da un messaggio di affetto sulla lavagna digitale. Un gesto che segna la chiusura di un percorso costruito tra difficoltà, relazioni e fiducia, destinato a non proseguire.
Ricominciare da capo
Nel frattempo, sul piano normativo, vengono introdotti nuovi strumenti di reclutamento. Con il decreto Mim n. 68 del 22 aprile 2026 sono stati previsti gli elenchi regionali per l’anno scolastico 2026/2027, aperti a chi ha partecipato alle procedure concorsuali dal 2020 in poi.
L’obiettivo è accelerare le assunzioni, ma il numero dei posti vacanti continua a rappresentare il nodo principale. Una dinamica analoga riguarda il personale Ata, dove secondo fonti sindacali una lavoratrice su cinque è assunta con contratto a tempo determinato.
È in questo passaggio che si concentra il nodo del sistema. Nell’ultimo mese di scuola tutto continua come se nulla dovesse finire: le lezioni arrivano a compimento, i progetti si chiudono, le relazioni si fanno più dense.
È qui che la contraddizione diventa visibile: nel tempo in cui la scuola dovrebbe consolidare ciò che ha costruito, è costretta a interromperlo. Non per scelta educativa, ma per la scadenza di un contratto.
E così ciò che si è costruito — legami, fiducia, lavoro condiviso — si scioglie sul più bello. A settembre si riparte, ma non dallo stesso punto: gli stessi precari si ritrovano in scuole e cattedre diverse, costretti ogni anno a ricominciare da capo, tra nuove storie e gli stessi vuoti da colmare. Una dinamica che ricorda un gioco dell’oca senza fine.
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