Uno è nato a Parma ma gioca per la Francia, un altro è nato in Argentina e ha la maglia azzurra dell’Italia, il terzo è italiano ma poteva scegliere la Costa d’Avorio dei genitori. Nessuno segna più di Marcus Thuram, Mateo Retegui e Moise Kean, ai vertici della classifica cannonieri con le loro storie più interessanti, significative e complesse di quanto non racconti il concetto di cittadinanza
Un ragazzo nato a Parma e vissuto in Italia fino ai 10 anni, ma francese; un argentino che sino a una manciata di anni fa, dell’Italia, aveva visto solo la Sardegna, ma italiano; un altro giovane della generazione Z nato a Vercelli, italianissimo, figlio di genitori originari della Costa d’Avorio: questo è il podio della classifica cannonieri in Serie A, occupato in questo momento da tre giocatori le cui storie sono molto più interessanti, significative e complesse di quanto non racconti il concetto di cittadinanza.
Sono 12 i gol di Marcus Thuram, altrettanti quelli di Mateo Retegui, ne ha segnato appena uno in meno Moise Kean, rispettivamente primo, secondo e terzo della lista citata in apertura. Nemmeno troppi anni fa un podio del genere sarebbe stato analizzato secondo la dicotomia più canonica e semplice: quanti italiani e quanti stranieri, e il risultato avrebbe detto qualcosa in merito alla quantità e alla qualità della scuola calcistica nostrana, almeno riguardo agli attaccanti.
Va da sé che un discorso del genere oggi non ha più alcun senso, e la triade Thuram-Retegui-Kean evidenzia, da un lato, l’impossibilità di fare categorie con gli individui (in questo caso i calciatori) attraverso schemi non più utilizzabili; dall’altro quanto i passaporti nello sport siano un aspetto ormai slegato dalla rappresentazione di un’identità che si vorrebbe univoca ma è, al contrario, sfaccettata e multiforme, almeno quanto far parte di una nazionale o di un’altra, oggi, è una scelta dettata anche dall’opportunismo.
Gli stessi Thuram, Retegui e Kean, in altre circostanze e attraverso altre scelte, loro e dei genitori, avrebbero potuto vestire le maglie di altre nazionali, a riprova di quanto siano ormai labili, sfumati e tutt’altro che univoci certi aspetti.
Il numero 9 dell’Inter – il cui fratello, lo juventino Khephren, peraltro è nato a Reggio Emilia, per una curiosa rivalità campanilistica tutta italiana nel caso di due ragazzi appunto francesi – parla un italiano perfetto, ha conosciuto Parma e Torino, sarebbe stato italiano per ius soli puro o temperato se l’Italia avesse avuto una legge di cittadinanza diversa, lo sarebbe stato eventualmente anche per ius scholae o ius culturae, o avrebbe potuto scegliere di diventarlo se papà Lilian, che qui ha vissuto dieci anni, avesse deciso di farsi italiano.
Lo ius sanguinis ha permesso invece a Retegui di diventare il bomber della Nazionale azzurra. Chissà se ci aveva mai pensato da ragazzino, quando legittimamente sognava l’Albiceleste; dopo tutto papà Carlos José ha una storia di allenatore proprio delle selezioni argentine di hockey su prato sia maschile che femminile, ma tanto è il potere di un documento, se c’è qualcuno a proporti l’idea, e il Retegui che oggi si sente italiano – e ha tutto il diritto di sentirsi ed essere tale – a prescindere dall’accento è una manna per Spalletti.
Moise Kean di Retegui è compagno di Nazionale, e vedendolo splendere oggi alla Fiorentina e con l’azzurro in tasca non si può non ricordare dei cori razzisti che si è trovato a dover sentire, sfociati in particolare in un episodio avvenuto durante un Cagliari-Juventus di una manciata di anni fa, quando per tanti addirittura il bersaglio finì per essere considerato provocatore.
Del resto a lungo sugli spalti, per Balotelli, si è cantato che «non ci sono neri italiani», perché il retroterra storico, politico e culturale quello è. Ma Kean è italiano dalla nascita, sia la madre sia il padre avevano ottenuto la cittadinanza e così, per discendenza, italiano è stato subito Moise.
Il quale, appunto, avrebbe anche eventualmente potuto scegliere la Costa d’Avorio (peraltro mai visitata), se alcune vicende fossero andate diversamente, e sarebbe stato anche qui legittimo, ma Kean è azzurro ormai dai tempi dell’Under 15, non ha mai pensato a un’altra eventualità.
Ma il punto non è nemmeno questo: sono più italiani o stranieri, i tre migliori marcatori della Serie A? Sono cittadini del mondo, essendo giovani che hanno conosciuto storie di migrazione nella famiglia d’origine (allo scorso Europeo, era una condizione comune a circa un quarto dei convocati totali), completamente diverse l’una dall’altra per origine e condizioni economiche.
A loro volta si sono mossi per la carriera. E così Thuram, che grazie a papà ha conosciuto Italia, Spagna e Francia, prima di tornare in Italia non si è fatto problemi a trasferirsi in Germania, Kean ha provato cosa significa essere straniero a Liverpool e Parigi, Retegui è quasi un migrante di ritorno, utilizzando una definizione più retorica che effettiva e aderente alla realtà.
Dietro di loro, a proposito, c’è Ademola Lookman, nigeriano della Greater London, calciatore africano dell’anno, nazionale delle Super Aquile e campione mondiale Under 17 con l’Inghilterra nel 2020, in possesso di doppio passaporto, diventato grande in Italia: un altro con una storia da raccontare, una storia tutta sua che va oltre documenti e confini, oltre termini, come quello di patria per esempio, il cui valore semantico è oggi tutto da dimostrare, e come quello stesso di cittadinanza, prettamente burocratico, ma comunque entrambi, da soli, inadatti a definire un individuo, tanto sul podio della classifica di cannonieri della Serie A quanto in ogni scuola primaria.
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