La politica di segregazione carceraria e di progressivo annullamento dell’individualità trova la sua espressione più subdola, profonda e devastante nell’introduzione strutturata di agenti infiltrati all’interno degli istituti di pena, previsto dall’ultimo decreto Sicurezza. Una misura giustificata a parole da ragioni di sicurezza e di prevenzione di reati che finisce, però, per trasformare lo spazio della reclusione in un panopticon psicologico totalizzante, dove l’identità stessa del singolo viene aggredita e definitivamente calpestata.

il clima di sospetto

All'interno di una realtà istituzionale già geneticamente orientata alla depersonalizzazione, l'idea che chiunque condivida gli spazi della sofferenza possa in realtà essere un emissario occulto dello Stato instaura un clima di sospetto sistematico e di paranoia collettiva.

Crolla in questo modo l'ultimo barlume di socialità e di solidarietà spontanea tra i reclusi, poiché ogni compagno di cella, ogni vicino di branda si trasforma in un potenziale nemico e ogni confidenza, anche la più intima o terapeutica, si muta in un pericolo di auto incolpazione. La conseguenza immediata di questa dinamica è un isolamento relazionale assoluto che spinge i detenuti verso un mutismo totale e artificiale, privandoli persino dell'ultimo spazio mentale, emotivo e verbale di libertà che la detenzione non era ancora riuscita a erodere. L’individuo cui è negata la possibilità di fidarsi dell’altro, si chiude in un guscio di alienazione distruttiva che annulla ogni residuo di umanità, riducendo la persona a oggetto da sorvegliare, catalogare e sezionare.

è legittimo?

Dal punto di vista prettamente giuridico ed etico, una simile pratica solleva enormi profili di illegittimità che contrastano in modo insanabile con i principi cardine dello Stato di diritto e con le democrazie contemporanee. In Italia, l'articolo 27 della Costituzione sancisce chiaramente e senza mezzi termini che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono, per loro natura e finalità, tendere alla rieducazione del condannato. L'inganno sistematico e istituzionalizzato orchestrato dalle autorità tradisce in modo radicale anche l’ipocrisia della missione pedagogica delle pene, convertendo la detenzione in una forma occulta di tortura psicologica continua e destabilizzante.

Esiste poi il concreto pericolo che l'agente infiltrato non si limiti a un ruolo di passivo osservatore, ma che passi al ruolo attivo e spregiudicato di agente provocatore, istigando condotte illecite, rivolte o reati interni per incastrare soggetti psicologicamente vulnerabili o per legittimare l'adozione di misure ancora più restrittive e punitive.

Questa metodologia di controllo capillare, mascherato e fondato sulla delazione evoca inevitabilmente lo spettro del Regolamento fascista per gli istituti di prevenzione e di pena del 1931. Quel testo normativo concepiva il carcere non come luogo di recupero, ma come mero strumento di afflizione, punizione e addomesticamento dei corpi. La sovrapposizione concettuale tra lo stato attuale e la logica fascista emerge con chiarezza nella gestione del dissenso interno e nella criminalizzazione della solidarietà tra reclusi. L’ irrigidimento odierno delle norme sulla resistenza e sui reati di rivolta carceraria richiama direttamente i tassativi divieti del 1931, epoca in cui ai detenuti era proibito rivolgere domande collettive, reclami ed era imposto un silenzio forzato, il divieto di cantare e l'obbligo di parlare a voce bassa. Introdurre oggi agenti infiltrati in cella riattualizza proprio quella filosofia securitaria che mirava a disarticolare ogni forma di aggregazione o di resistenza interiore, isolando il detenuto in una condizione di totale vulnerabilità di fronte all'apparato punitivo.

Quando uno Stato mutua tecniche subdole di controllo sociale, finisce per legittimare la medesima dottrina totalitaria secondo cui l'individuo è un corpo docile da sottomettere attraverso il sospetto istituzionalizzato e l'annientamento delle relazioni umane.

il vuoto normativo

Il vuoto normativo che spesso circonda queste pratiche di captazione ingannevole delle prove è stato più volte censurato dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. La CEDU ha chiarito a più riprese che l'utilizzo di agenti infiltrati o provocatori senza un quadro normativo rigido, trasparente e sottoposto a severo controllo giudiziario viola l'articolo 6 della Convenzione, che garantisce il diritto a un equo processo. Per l'Europa, l'inganno istituzionale non può diventare un metodo ordinario di investigazione penale all'interno delle mura carcerarie, poiché corrompe l'integrità stessa della giustizia e trasforma lo Stato da garante delle regole a baro sistematico.

Le ripercussioni di tale modello detentivo non si esauriscono entro i confini temporali della condanna, ma possono produrre devastanti conseguenze psichiatriche a lungo termine che accompagnano i detenuti anche una volta tornati in libertà. L'esposizione prolungata a un ambiente in cui il sospetto è l'unica strategia di sopravvivenza strutturalmente possibile genera gravi patologie psichiche, tra cui una sindrome paranoide permanente e disturbi post-traumatici da stress cronicizzati. Una volta scarcerato, l'individuo non è più in grado di disattivare i meccanismi di difesa appresi in cella innestati dalla paura costante di essere ingannato o tradito e la capacità di strutturare relazioni affettive sane, di riporre fiducia nel prossimo, nei datori di lavoro, negli amici o persino nei familiari può risultare irrimediabilmente compromessa.

Sul piano della gestione quotidiana e della sicurezza interna dei penitenziari, tale strategia si rivela controproducente e fallimentare. Alimentando una guerra tra poveri basata sulla delazione, sul tradimento e sul sospetto reciproco, l'amministrazione carceraria mina alla base la stabilità stessa delle sezioni detentive. La scoperta, o anche solo il sospetto, di una spia o di un infiltrato tra le mura della prigione è prevedibilmente miccia di violenze incontrollabili, sommosse e regolamenti di conti spietati che mettono a repentaglio l'incolumità non solo dei detenuti, ma degli stessi agenti di polizia penitenziaria e degli operatori intramurari. Al contempo, questa infiltrazione distrugge irrimediabilmente la credibilità e l'autorevolezza degli operatori trattamentali, dei mediatori culturali, degli psicologi e degli educatori. Il loro delicato lavoro di ascolto e di faticosa ricostruzione del tessuto sociale e individuale viene totalmente vanificato e rigettato dalla popolazione detenuta, che tende a confondere l'intera istituzione carceraria in un unico grande apparato ostile e ingannevole. Quando la cultura del sospetto trionfa sulla trasparenza delle regole, lo Stato abdica definitivamente alla sua funzione e nell’ indulgere al sotterfugio mina definitivamente la buona fede e l’ affidamento dei cittadini nelle istituzioni.

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