Oggi si è svolta l’apertura dell’anno giudiziario presso la Corte di Cassazione. Alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è andato in scena un sottile confronto sulla riforma della magistratura al centro del dibattito referendario.

L’intervento del ministro Carlo Nordio è stato tutto in difesa della riforma e dei suoi interventi anche in materia penale, parlando addirittura di «ripugnanti insinuazioni» sulla volontà di sottomettere i giudici all’esecutivo. In difesa della magistratura ha parlato soprattutto il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, che ha ricordato sì che spetta alla politica dettare le regole ma «è altrettanto necessario evitare posizioni che possano svilire il nevralgico ed insostituibile ruolo che la Costituzione assegna alla magistratura, dimenticando che il potere giudiziario è uno dei pilastri sui quali poggia la democrazia».

D’ascola

Il primo presidente della Corte, Pasquale D’Ascola, ha esordito citando la fine della relazione di Margherita Cassano, prima presidente uscente nel 2025, che aveva auspicato un patto per lo stato di diritto, auspicando il rispetto reciproco tra le varie istituzioni.

Quanto ai dati, nel 2025 alla Cassazione sono arrivati 44mila ricorsi penali, di cui sono stati definiti 41mila. L’arretrato è di 13mila, che la corte può definire in quattro mesi. Quanto alla durata, le sopravvenienze penali vengono esaurite in 120 giorni, un po’ più rispetto all’anno scorso ma perchè è stata data attenzione all’equilibrio dei ai carichi d’udienza.

Nel civile, l’arretrato si è ridotto e ora sono pendenti 80mila pratiche, la definizione media è passata da 1530 giorni nel2020 a 863 giorni nel 2025, 100 in meno rispetto ai vincoli posti dal Pnrr.

I 75mila ricorsi civili e penali definiti sono stati smaltiti grazie a 300 consiglieri, ora saliti a 357 con innesti autunnali.

Quanto alla durata, D’Ascola ha sottolineato la «continua rimodulazione della risposta giudiziaria a causa dei frequenti interventi normativi come nel trattenimento delle persone straniere» e ha sottolineato «quanto nuociono all’ordinamento giudiziario le aspre reazioni contro persone che assumono difficili decisioni giudiziarie».

D’Ascola ha anche fatto un passaggio sull’ufficio del processo, ricordando come molti addetti, «non sapendo la stabilizzazione, si sono dirette verso professioni più certe e remunerative. Meglio sarebbe stato poterli tenere tutti per affiancarli agli organici che stanno per essere completati».

Quanto ai problemi, quello che è stato fatto emergere è stato soprattutto quello legato al processo civile e penale telematici, che «non hanno dato risultati sufficienti» e ha aggiunto che i sistemi avrebbero dovuto essere prodotti anche attraverso l’ascolto degli uffici. In merito, ha parlato anche della costituzionalizzazione soft dei rapporti con l’Ia, perchè «l’intelligenza artificiale non deve incidere sull’attività interpretativa e la ponderazione probatoria».

D’Ascola ha poi fatto un chiaro accenno anche alla riforma, citando l’assemblema straordinaria della Cassazione del 2025: «L'assemblea si è rivolta al Parlamento e al Governo per prospettare l'esigenza di - leggo testualmente - 'riservare la massima attenzione alla concreta e futura attuazione delle riforme costituzionali in corso di approvazione aventi a oggetto la funzione giurisdizionale, con il preoccupato auspicio (pur nell'assoluto rispetto delle prerogative proprie e intangibili del decisore politico) che venga escluso ogni possibile rischio di indebolimento o solo anche di appannamento dei principi costituzionali fondanti della giurisdizione, primo tra tutti quello della sua indipendenza e in ogni articolazione o componente, e che il dibattito in corso e futuro su dette riforme abbia nella serenità e nello spirito istituzionale costruttivo le proprie essenziali connotazioni di metodo».

Così ha aggiunto che «va pertanto coltivato con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della giustizia. È da evitare che si diffonda nella società la falsa convinzione che il magistrato sia incerto e titubante circa la tutela complessiva della funzione giurisdizionale e che quindi sorga la tentazione di influire sul magistrato stesso, immaginandolo avvicinabile, pavido, condizionabile».

La sua conclusione è stata che «la preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l'indipendenza e l'autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale» e che «in una Costituzione che ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale, la magistratura, che esercita la funzione giurisdizionale affinché la legge sia uguale per tutti, sente di aver adempiuto il proprio dovere se il diritto, ogni diritto, ha effettiva tutela e non se è soltanto declamato. La sua autonomia e la sua indipendenza non sono un privilegio, ma sono presupposti perché il giudice sia sempre imparziale».

Pinelli

Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm, ha ricordato la significativa riduzione dell’arretrato grazie alla nuova circolare 2024 e che l’assegnazione degli incarichi direttivi e semidirettivi è avvenuta all’80 per cento all’unanimità.

Ha ringraziato i consiglieri tutti, «per il senso di responsabilità e spirito di sacrificio», anche per i pareri dati al ministero della Giustizia.

«Questa esigenza di armonia deve essere affermata con ancora più forza in un periodo, qual è quello che stiamo vivendo, caratterizzato da tensioni, un periodo nel quale, dunque, è davvero necessario che gli attori istituzionali prestino ossequio a quel principio di leale collaborazione che è speculare al principio di separazione dei poteriQuesta esigenza di armonia deve essere affermata con ancora più forza in un periodo, qual è quello che stiamo vivendo, caratterizzato da tensioni, un periodo nel quale, dunque, è davvero necessario che gli attori istituzionali prestino ossequio a quel principio di leale collaborazione che è speculare al principio di separazione dei poteri».

Il riferimento indiretto è certamente al referendum sulla giustizia, su cui Pinelli ha aggiunto che «Queste generali considerazioni dovrebbero costituire il condiviso punto di partenza di ogni dibattito anche sui temi della giustizia, dove in fondo si tratta di confrontarsi su posizioni ancorché radicalmente diverse, tutte legittime, vieppiù se espresse con continenza e nel rispetto delle funzioni e prerogative istituzionali ricoperte da ciascuno».

Pinelli proprio su questo ha sottolineato che «In una moderna liberaldemocrazia le visioni sul modello più efficace per disciplinare la giustizia possono prevedere anche radicali divergenze, ma sul presupposto che gli attori istituzionali si riconoscano come parte di un comune orizzonte» e «la delegittimazione reciproca, viceversa, indebolisce le Istituzioni, e rompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini che, disorientati, possono chiedersi se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide, a vario titolo, le loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme, anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto, nell’esercizio della giurisdizione».

Pinelli ha aggiunto che spetta alla politica dettare le regole ma «è altrettanto necessario evitare posizioni che possano svilire il nevralgico ed insostituibile ruolo che la Costituzione assegna alla magistratura, dimenticando che il potere giudiziario è uno dei pilastri sui quali poggia la democrazia».

L’intervento di Pinelli è stato tutto votato a difendere la magistratura e il suo ruolo nell’ordinamento, citando anche l’ultimo intervento del presidente Sergio Mattarella, e ha chiuso dicendo che «senza una giustizia riconosciuta, senza riconoscimento morale e sociale del ruolo della magistratura, non c’è fiducia, e senza fiducia non c’è comunità. La giustizia non è un bene di qualcuno, ma un bene di tutti. Funziona solo se condivisa».

Nordio

il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha invece fatto un intervento tutto in difesa del ministero.

Sul penale, detto che «non ci siamo accaniti in una proliferazione dissennata di indiscriminati interventi persecutori, piuttosto abbiamo inteso colmare alcuni vuoti di tutela determinati da intollerabili forme di aggressività, di sopruso e di frode soprattutto verso i soggetti più deboli e da nuove forme di criminalità connesse all'uso improprio delle innovative tecnologie informatiche e dell'intelligenza artificiale».

Poi ha rivendicato i nuovi concorsi per la copertura integrale degli organici e dii stabilizzazione del personale del Pnrr, con un impegno aggiuntivo di 349 milioni di risorse, con l’assunzione di oltre 9000 addetti.

Dopo una breve introduzione, il ministro ha parlato soprattutto della riforma ora oggetto di referendum. «Troverei persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni che in questi giorni sono state diffuse sull'ipotesi di interferenze illecite da parte nostra nell'attività esclusiva e sovrana della magistratura», ha detto con molta durezza, e «blasfemo ritenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, che è principio non negoziabile e che mi indusse a far parte a quel nobile ordine al quale mi sento ancora di appartenere». Poi ha citato l’articolo 104 che individua la magistratura come organo autonomo e indipendente.

Ha poi chiesto che ill dibattito sulla riforma «si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza. Abbiamo già detto che vi sono buone ragioni per criticarla, e abbiamo anche aggiunto - citando il poeta - che le buone ragioni cedono alle ragioni migliori, o almeno a quelle che noi riteniamo essere le migliori. Entrambe possono comunque senza rancori e soprattutto senza retropensieri elettorali».

La notazione finale è sull’esito del referendum: «Se il popolo la rifiuterà, resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione. Se al contrario le confermerà, inizieremo il corso successivo: un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l'avvocatura, per elaborare le necessarie norme attuative».

Gaeta

Il procuratore generale Pietro Gaeta ha parlato di un paradosso: «All’apogeo storico dell’efficienza fanno da contraltare sengnali di rottura del patto di fiducia tra cittadini e mondo della giustizia, specie nella giustizia penale e della sua complessiva credibilità».

Gaeta ha sottolineato che i risultati del Pnrr sono stati raggiunti nel penale e in via di raggiungimento nel civile, con parametri di produttività dei magistrati italiani al vertice di quelli europei. «La giurisdizione non è più la cenerentola dei servizi essenziali», ha detto, «anche se la serietà spesso non lascia tracce».

Eppure, ha spiegato, le giurisdizioni oggi «faticano a farsi comprendere perchè gli esiti decisori non vengono intesi sempre come esito di giustizia, ma come strumento che approdando a ciò che è corretto quasi impedisce di realizzare ciò che è giusto».

Tuttavia, «la fiducia sociale nella giustizia è il vero bene troppo prezioso perchè si possa rischiare di intaccarlo, ogni appannamtento della giustizia è un disagio per la democrazia».

Gaeta ha evidenziato alcuni vizi della magistratura – «deprecabili forme di protagonismo e ignava» e «la burocrazia» – e «sarebbe assenza di lealtà se noi magistrati non scandagliassimo fino in fondo questi fenomeni per emendarli, senza autoindulgenza e con ansia costante di capire».

Tuttavia, «lo scontro tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un paese culla di liberalismo giuridico. Sulla giustizia bisognerebbe abolire la logica della semplificazione dei problemi. Lo schema binario della contrapposizione poco funziona quando la questione da risolvere è un affare complesso come la giustizia di un paese».

L’auspicio di Gaeta è stato quello di un «recupero della razionalità e dell’armonia, abbandonando sentimenti estremi che possono ferire le istituzioni. Le istituzioni non ci appartengono e noi ne siamo solo servi inutili e temporanei interpreti, con il legato di consegnarle potenzialmente migliorate e certamente preservate per chi verrà dopo».

La conclusione è un auspicio che può essere letto anche in relazione al clima di questi mesi: «Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo non giova a nessuno» e «l’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale solo demolitiva, che presuppone chiara distinzione dei ruoli: senza pretesa di poter supplire le inerzie altrui e senza tentennamenti nel rivendicare a pieno l’integrità dei propri spazi funzionali».

L’ultimo accenno è stato a quella che Gaeta ha definito la vera emergenza: «Profondere ogni possibile energia per far cessare lo scandalo del carcere, questo sì davvero è un appuntamento con la storia che non possiamo mancare».

Greco

Il presidente del Cnf, Francesco Greco, ha detto che «con spirito collaborativo e costruttivo proponiamo alla magistratura un “Patto per la Giustizia”, che impegni entrambi nella ricerca delle soluzioni per affrontare i problemi che ben conosciamo. Siamo pronti a stipularlo, mettendo da parte appartenenze e schieramenti: la giustizia misura la qualità della democrazia e tutti abbiamo il dovere di adoperaci per migliorarla».

Greco ha criticato le riforme approvate in nome della sola rapidità, sottolineando che «i diritti fondamentali non sono negoziabili e non possono essere compressi in nome della rapidità, che non può essere l’unico criterio di riferimento delle riforme. La giustizia deve essere resa più accessibile, più efficiente, più moderna, ma non può essere giusta se non resta fedele ai principi che la fondano» e «l’avvocato non è un mero operatore tecnico. La nostra funzione non può essere svilita né marginalizzata, come invece hanno fatto le ultime riforme, riforma Cartabia in testa».

Poi ha sottolineato quali sono le emergenze giudiziarie: carcere e sicurezza sul lavoro. «Chi ha violato la legge non può essere privato della dignità: il sovraffollamento, le condizioni strutturali inadeguate, la carenza di personale, l’insufficienza dei programmi rieducativi sono problemi che non possono più essere rinviati». Secondo Greco, «va ridotta al minimo la carcerazione preventiva e rafforzate le misure alternative, occorre pensare all'edilizia giudiziaria, che non significa costruire nuove carceri, ma rendere meno disumane quelle esistenti, ampliare le misure alternative e quelle sostitutive, immaginare percorsi di recupero nelle comunità». E ancora, «la sicurezza sul lavoro continua a rappresentare una delle più dolorose emergenze del nostro Paese. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta. Ogni incidente evitabile è un fallimento delle istituzioni, delle imprese, della società civile».

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