L’avvocato Nicola Canestrini è stato l'unico osservatore internazionale su mandato del Movimento Nonviolento al processo contro Vitaliy Vasyliovych Alekseienko, obiettore di coscienza ucraino, davanti alla Corte d’Appello del Tribunale di Ivano-Frankivsk. Il Movimento Nonviolento, insiema Un Ponte Per, difende gli obiettori ucraini nell’ambito della campagna “Obiezione alla guerra”. Questo è il suo diario di tre giorni in Ucraina.


Dopo un lungo tratto stradale di avvicinamento su territorio polacco insieme ad un collega, Ihor, segretario dell’Ordine degli avvocati ucraini venuto in mio soccorso per questa missione, finalmente ecco il confine con l’Ucraina.

Una coda di molte ore sballa completamente i nostri programmi, e da un assaggio del diverso valore del tempo. «It’s Ukraine», continuerà a ripetere Ihor.

Il benvenuto sono i mitra spianati dei militari ucraini che, armi in pugno, perquisiscono ogni mezzo in entrata. Una funzionaria della polizia di frontiera, non contenta della spiegazione di Ihor, mi convoca davanti al vetro a specchio e mi scruta, aprendo anche l’anta. Mi dà l’impressione di essere capace di cogliere ogni insicurezza, esitazione o contraddizione di chi deve attraversare il confine.

Supero la perquisizione visiva, e apposto il timbro nel passaporto, ripartiamo: i primi kilometri successivi sono segnati da posti di blocco volanti nella carreggiata opposta, che esce dall‘Ucraina. Le forze dell’ordine cercano chi tenta di lasciare il paese in guerra.
Più ci addentriamo nel territorio, più è evidente che la guerra c’è, ed è impossibile non notarla.

Bagliori e lampi dei bombardamenti si amplificano nelle nuvole, posti di blocco stradali in cemento con aperture riparate da sacchetti di sabbia e sorvegliati da militari fanno capire che qui si è pronti a difendere ogni metro. Nelle settimane successive all’invasione russa, mi racconta Ihor, i posti di blocco con questi fortini in mezzo alla strada erano così frequenti da far durare tre giorni un viaggio di 4 ore. «It’s Ukraine».

Grazie all’avvocato autista i militari - che stanno distanti fra loro per evitare di essere falcidiati da un un’unica sventagliata o da una bomba  - ci fermano per poco tempo, ma si tratta comunque di 15 minuti ogni volta.

Anche il nostro atteggiamento è di massima prudenza: ci avviciniamo a passo d’uomo, spegniamo i fari dell’auto e accendiamo la luce interna per facilitare il controllo.

I toni sono formali ma cordiali, e gli sguardi verificano corrispondenza del nome con la faccia, si verificano sempre sedili posteriori e bagagliaio.
Ihor ha la famiglia, moglie e due figli (l’ultimo nato a pochi mesi dall’invasione russa), sfollata in Repubblica Ceca. «Don’t you miss them?», non ti mancano? Gli chiedo. «It’s Ukraine».

Dopo oltre 12 ore di viaggio, con Internet che passa da “nessun servizio” a 5g in pochi metri, arriviamo finalmente a Ivano-Frankivsk.
La città capoluogo dell’Oblast si presenta spettrale, le strade e l’albergo hanno luci spente, per evitare spreco di energia o forse per non facilitare eventuali incursioni. 
Però il riscaldamento in albergo funziona, l’elettricità per Internet e per caricare il cellulare c’è.

Vediamo cosa succederà domani: il rischio maggiore è che salti l’udienza per un black out. Succede spesso.

Il processo all’obiettore

La giornata non inizia benissimo, in ritardo. A tavola, mentre trangugio una imitazione di cappuccino con deliziosa omelette speziatissima, incontro i miei interlocutori che saranno amici entro sera: Eugenia Mnyshenko, avvocata e representative of Ukrainian Parliament e ombudsman for Ivano-Frankivsk Oblast e Svetlana Petrova, Chair of Ivano-Frankivsk Regional Bar Council. Un inedito Ihor Kolesnikov in cravatta, Secretary of the Bar Council of Ukraine e avvocato, è ora accompagnato da Oleg Klymyuk, avvocato ma sopratutto interprete in italiano.
Attraversiamo la strada e siamo in tribunale, con sacchetti di sabbia addossati alla porta di vetro.

Mi fa impressione: la guerra è la negazione del diritto e dei diritti e vedere la guerra in un palazzo di giustizia stona. I simboli sono importanti.

I corridoi sono freddi e bui, la gente vaga del buio e si urta. Capisco che qualcosa non sta andando nel verso giusto e infatti arriva la notizia: causa blackout, la Corte di appello non può usare il sistema informatico centralizzato e quindi l’udienza è rinviata di un’ora.

Andiamo quindi tutti in delegazione dal presidente della Corte di appello che - come tutti i magistrati in tutti tribunali al mondo - si lamenta della carenza di magistrati. Ci rassicura sull’indipendenza dal potere esecutivo della magistratura giudicante, sulla inquirente qualche dubbio sembra averlo, nonostante godano dello stesso status. Ci salutiamo con stima: non deve essere facile amministrare la giustizia in tempo di guerra, coniugare la civiltà con la barbarie.

Nessuna notizia del sistema informatico e l’udienza salta definitivamente. Parlo con l’avvocato dell’obiettore, Mykhailo O. Mi sforzo, ma non capisco quale sia la linea difensiva.

Il collega mi dice che il pm non ha chiesto misure cautelari e che il tribunale ha irrogato una pena bassa perché l’imputato ha riconosciuto i fatti, ma ha negato la condizionale (cioè la possibilità di non andare in carcere a condizione della buona condotta) perché non aveva «provato rimorso».

Alle 12 ci raggiunge l’imputato con la madre, poi rivelatasi un’amica. Il ragazzo, obiettore per motivi religiosi, dice che non saprebbe per cosa provare rimorso. Lui ha fatto quel che doveva, altroché rimorso. «Sai che per questo rischi la galera?», «Si». Gli prometto di continuare a seguire il suo caso e spero che le scadenze processuali dei miei processi in Italia mi consentano di tenere fede alla promessa.

Dopo pranzo andiamo alla sede del Consiglio dell’ordine per parlare con la presidente e la ombudsmen regionale dei diritti delle persone ristrette che tornava dal carcere dove aveva visitato un quattordicenne che minacciava il suicidio perché il suo amico era stato trasferito.

Gli avvocati ucraini

In Ucraina ho conosciuto colleghe e colleghi molto motivati e affatto ideologizzati dalla retorica bellicista.

Anzi: inquieti per certe tendenze del governo, che vorrebbe controllare l’indipendenza delle avvocate e degli avvocati e che incrimina le colleghe e i colleghi per collaborazionismo, se garantiscono la difesa nei territori occupati dai russi.
Nel mezzo della conversazione salta la luce, perchè alle 16 viene tolta la corrente al quartiere.

Al ritorno in albergo la strada è buia, semafori spenti, e mi raccontano che sono aumentati gli incidenti d’auto.

Sacchetti e bunker improvvisati ricordano che c’è la guerra e che si temeva l’invasione, per questo si era preparati a combattere strada per strada. «Don’t take pictures, you would be subject to arrest and extrajudicial custody», non fare fotografie, potresti essere arrestato e tenuto in custodia, mi dicono. Cioè sequestro di persona, penso: in effetti davanti all’ipotesi di terrorismo tutti gli Stati si comportano nello stesso modo.

Il rientro

Nel mio soggiorno in Ucraina ho visto che in questo paese in guerra c’è di più della semplice retorica bellicista. Ho conosciuto un ragazzo con coraggio da vendere, che ha avuto il coraggio di dire no a imbracciare un’arma e si trova il per questo condannato e sotto processo.

Lungo la strada del rientro, la polizia militare sta sempre pattugliando per cercare renitenti alla leva e i posti di blocco sembrano esserci anche per impedire alle persone di migrare. L’impressione, però, è che non saranno poliziotti, bunker o frontiere a fermare queste persone, renderanno solo la loro migrazione più pericolosa.

Intanto, sul canale VIber dedicato, arriva il segnale dell’allarme antiaereo in tutta l’Ucraina: centinaia di migliaia di persone staranno quindi cercando notizie, riparo, aiuto. E il pensiero corre alla gente che ho incontrato, alle coraggiose avvocate e avvocati che si battono ancora per i diritti, esposti al pericolo.

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