Estate 2019, Sardegna.

Il figlio di un uomo potente, si diverte in una villa. Una musica ad alto volume rompe l’incantesimo del mormorio del mare e tutt’intorno sono frizzi, lazzi, vodka e belle ragazze. Una abbandonata su un divano, l’altra al centro, circondata. Ballano, si divertono. Era la notte tra il 16 ed il 17 luglio e quel che successe dopo non si sa, ma è una brutta storia.

Nelle stesse ore, in Parlamento, gli uomini di suo padre davano vita al “codice rosso”.  Non potevano sapere che dopo otto giorni lei lo avrebbe denunciato.

Sembra l’inizio di un romanzo, ma è la verità: il 17 luglio 2019, il giorno stesso in cui avveniva la presunta violenza sessuale di gruppo perpetrata dal figlio di Beppe Grillo, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede faceva approvare la legge n. 69 promulgata il 19 luglio 2019, il cosiddetto Codice rosso.

Una legge che ha aggravato il già draconiano quadro normativo in materia di reati sessuali, quelli di cui è indagato Ciro Grillo.

Il codice rosso

Un terreno delicato, dove il garantismo lascia il passo all’emotività, dove la prova è inafferrabile, dove l’errore giudiziario è in agguato e non raro. Per questi reati vi è un rito parallelo, regole specifiche, un regime carcerario più rigido. In carcere si va in un settore speciale perché la vita in comune è pericolosa.

Ma punire è eccitante e la voglia di trovare un colpevole non è mai abbastanza soddisfatta e quindi non era sufficiente la pena da cinque a dieci anni, ci voleva quella da sei a dodici (per la violenza sessuale); e non era sufficiente quella da sei a dodici anni, ci voleva quella da otto a quattordici (per la violenza sessuale di gruppo).

Ma adesso il capo dei grillini, il fondatore e il garante, urla. Urla contro la sua stessa cultura che si è fatta legge. Urla contro i suoi uomini, la sua classe dirigente, la sua visione del mondo, quella per la quale l’imputato permanente è colpevole da subito, anzi, da prima, quando era solo un delinquente che l’aveva fatta franca.

Ha poco da strepitare Grillo.

Perché se lui è preoccupato e si dispera per il figlio, vi sono altri padri, meno ricchi e potenti, che, grazie alle leggi che nascono dalla sua poetica, saranno ancora più disperati di lui.

Perché se lui trova impossibile che si possa credere ad una ragazza se questa lascia trascorrere otto giorni prima di denunciare, deve sapere che la sua legge ha aumentato a 12 mesi il termine per querelare (irrevocabilmente) nel caso di violenza sessuale. 

Questo perché, secondo gli estensori, è normale che si subisca una violenza, che non si dica nulla, che magari si trascorra ancora del tempo con il carnefice e poi dopo un anno ci decida di raccontare.

Infatti, la persona offesa di così gravi reati non può certo avere la stessa reattività di chi ha subito un furto. Tuttavia, una ricostruzione offerta dopo aver rielaborato, dopo averne parlato con altri, dopo che la sedimentazione mnestica può aver giocato bruttissimi scherzi, va valutata con estremo rigore.

L’introduzione di un parametro legislativo così dilatato, offre invece il destro a conferire ab origine patenti di credibilità e, se da un lato il tempo trascorso non trasforma la realtà in fantasia, dall’altro non può essere un dato sempre e comunque neutro.

Invece per la cultura di e alimentata da Beppe Grillo un racconto inopinato di un fatto risalente, quando ormai la prova coincide solo con la parola della presunta vittima e diventa difficile difendersi, può portare ad anni di galera. Meno di quelli che rischia Ciro perché la riforma, che non è retroattiva, vale solo per i figli degli altri. Singolari contrappassi, per così dire.

La prescrizione

Perché se lui si indigna ed è snervato da un’indagine durata due anni, lui che ha soldi e potere, gli altri padri e gli altri figli lo saranno ancora di più perché il suo Bonafede, sempre nel 2019, con decorrenza gennaio 2010, ha di fatto abrogato l’istituto della prescrizione. Per lui due anni di indagini, di limbo, sono un’enormità. Ma lui, per quelli che credeva “altri”, ha introdotto il processo a vita.

Perché se lui, quello del voto ai sedicenni, ritiene che non vi sia nulla di penalmente rilevante nella condotta del figlio perché a diciannove anni si è stupidotti (lui usa altro termine) e ci si diverte così, deve sapere che la giurisprudenza ha qualificato come violenza sessuale anche lo sfiorare, ioci causa (sono parole che si trovano nelle sentenze), una qualsiasi zona che si possa definire erogena.

Lui, l’uomo nuovo ed il riformatore, è fermo a secoli fa. Non si legge neanche quella giurisprudenza in cui crede, rectius, credeva ciecamente.

Perché se Grillo si lamenta del clamore mediatico che avrebbe investito la vicenda, deve invece rendersi conto che, prima del suo improvvido intervento, si registrava un diffuso silenzio.

Il ragazzo ha avuto un evidente trattamento di favore. Basti pensare a quella “terrazza sentimento”, sulla quale invece vi sono state fluviali trasmissioni televisive, con tanto di video ed interviste alle vittime in una sorta di moderno feuilleton. E deve ricordarsi che sono proprio i giornali a lui vicini ad averci abituato alla cronaca giudiziaria portata alle estreme conseguenze.

Quel che sta succedendo non va commentato entrando nel merito: comunque la si guardi è una storia tragica per tutti i protagonisti e se ci siano carnefici e vittime non lo sappiamo.

Sappiamo però che c’è un padre disperato perché ha assaggiato la giustizia. E quel padre è un esempio paradigmatico di come l’indagato non vada mai considerato un “altro da sé” e di come la cultura sommaria e giustizialista sia un problema di ognuno di noi, anche i più puri.

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