Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


L’esame delle dichiarazioni passate in rassegna, nonché l’utilizzo dei dati introdotti da vari testimoni, consentono di dire che a ottobre del 1992 fu collocato un ordigno nel Giardino di Boboli ad opera di Santo Mazzei, che si avvalse della collaborazione di persone a lui vicine (Gullotta, Cannavò, Facella). L’iniziativa di questa azione criminale non fu del Mazzei ma dei capi di «cosa nostra». In particolare, del gruppo a cui Mazzei s’era legato, formalmente, qualche mese prima (i «corleonesi»).

Le finalità dell’azione furono, con ogni probabilità, quelle di lanciare un avvertimento allo Stato e stimolare o ravvivare le trattative in corso. Tanto è possibile dire anche se, come si è visto, vi sono alcune significative contraddizioni tra il racconto di Brusca e quello di La Barbera. Queste contraddizioni, però, come si vedrà, non toccano la sostanza del discorso che ci riguarda, in quanto concernono un aspetto (quello dei mandanti di questa limitata azione terroristica) su cui è possibile far luce per altre vie.

Conviene comunque iniziare il discorso dai dati incontrovertibili.

- L’istruttoria dibattimentale ha rivelato che il 5-11-92 fu rinvenuto, dal personale di servizio nel giardino di Boboli, un ordigno in una zona del Giardino chiamata «Le Scesine», dietro la statua di Marco Cautius, ai margini di una siepe.

L’ordigno era avvolto in un sacchetto di plastica simile a quelli della nettezza urbana, di colore nero. Era chiuso con nastro da imballaggio. Si trovava a circa dieci minuti di cammino dall’entrata del giardino. Si trattava, come ha precisato il mar.llo Errico, a cui l’ordigno fu consegnato per la distruzione, di una bomba da mortaio da 45 millimetri chiamata bomba Brixia, perché veniva sparata da un mortaio modello Brixia dell’anno 1935. Era un proiettile usato nella Seconda Guerra Mondiale, non più in dotazione all’Esercito.

Era lungo circa 12 cm e largo 45 millimetri, caricato con circa 70 grammi di esplosivo. Aveva la testa di forma ogivale, di colore rosso, e quattro alette di colore grigio ai lati. Sulla testa aveva un tappo d’alluminio di colore grigiastro.

Si tratta, inequivocabilmente, del «razzo» di cui ha parlato Gullotta Antonino. Che questi abbia detto la verità è confermato dal fatto che ha esattamente descritto l’ordigno, le sue dimensioni, la sua forma, il suo confezionamento, i tempi e il luogo in cui fu collocato.

Infatti, confrontando quello che dice il collaboratore e quello che ha detto il teste Errico si comprende che parlano della stessa cosa.

Inoltre, rileggendo ciò che ha detto il teste Samuelli si constata che, come detto da Gullotta, il proiettile era avvolto in un sacchetto della spazzatura di colore nero; era stato realmente collocato dietro una statua (come disse Cannavò al Gullotta tornando dal Giardino); era stato collocato in un punto del Giardino distante una decina di minuti dal portone di ingresso (Gullotta ha detto che Cannavò fece rientro dopo circa 20 minuti: il tempo di andare e tornare).

Circa il periodo dell’azione criminosa, è stato accertato che, effettivamente (come detto da Gullotta), il 7 ottobre del 1992 Cannavò Roberto acquistò, presso il Centro Automobili Vincenti di Milano, una Opel Kadett 1600 Diesel targata Milano 3A6478.

Questo dato è congruente con quanto detto dal collaboratore circa l’epoca di collocazione dell’ordigno nel Giardino (un paio di giorni dopo l’acquisto dell’autovettura suddetta) ed è congruente con l’epoca di ritrovamento dell’ordigno.

Sempre sui tempi, il racconto di Gullotta si è rivelato attendibile anche per un altro dato: la necessità di pagare un biglietto per l’accesso al Giardino di Boboli. Quest’obbligo fu imposto, infatti, a partire dal 2-6-92. L’ingresso al Giardino avveniva solo dal portone di Palazzo Pitti.

Nel mese di ottobre del 1992 l’accesso ai visitatori era consentito dalle 9,00 alle 16,301633 (infatti, il Gullotta ha precisato che, quando giunsero sul posto, verso le 16,30, l’ingresso al giardino stava per essere precluso ai visitatori).

Tutte le altre indicazioni di persona date da Gullotta si sono rivelate, infine, ampiamente veritiere.

È vero, infatti, che Facella Salvatore era in stretto contatto con Santo Mazzei, come confermato da tutti coloro che hanno parlato di questo personaggio (Brusca, Sinacori, La Barbera, Patti); è vero che possedeva l’autovettura FIAT Tempra Station Wagon Select 1600 targata Torino 23642S e che abitava nei pressi di Torino (Moncalieri), come riferito dal teste Dalle Mura.

Facella era tanto «stretto» a Mazzei che, quando questi fu arrestato, il 10-11-92, a Belpasso (Catania), aveva addosso una carta di identità rilasciata dal comune di Torino a nome di Volpe Angelo.Sulla carta v’era la fotografia del Mazzei. Volpe Angelo è coniugato con Facella Maria Alba, sorella di Facella Salvatore.

È vero che Mazzei era in stretto contatto con Giovanni Bastone, come riferito, ancora una volta, da tutti i collaboratori che hanno parlato di lui.

I contatti, poi, di Mazzei con La Barbera risultano non solo da ciò che ne hanno detto i collaboratori, ma anche dal cellulare dello stesso Mazzei. Questi, al momento dell’arresto, era insieme a Rannesi Girolamo (lo stesso insieme a cui, a dire di Pulvirenti e Malvagna, fu «combinato») e fu trovato in possesso del cellulare con utenza 0336-880872 intestata a tale Evola Maria Rita.

L’esame del traffico telefonico rivelò che era stato in contatto con La barbera Gioacchino.

Per quanto sopra detto può dirsi certo che Gullotta non mente quando parla dell’azione posta in essere al Giardino di Boboli nell’ottobre del 1992; che non si sbagli sul luogo è provato dal fatto che vi condusse (fermandosi davanti alla facciata principale di Palazzo Pitti) il Pubblico Ministero nel corso di un sopralluogo effettuato in data 20-6-96.1639

- L’esame incrociato di ciò che dice Gullotta e di ciò che dicono Brusca e La Barbera Gioacchino dimostrano, poi, che questa azione delittuosa fu posta in essere sotto la direzione di Santo Mazzei.

Su ciò è stato chiaro il La Barbera non solo a dibattimento, ma lo fu già agli inizi del 1994, allorché cominciò a rendere le prime dichiarazioni sul punto. Il fatto poi che quest’aspetto della vicenda sia stato confermato, integrato e chiarito dalle dichiarazioni di Gullotta a giugno del 1996 costituisce un importante elemento di riscontro.

Occorre considerare, infatti, che Gullotta non è mai stato sottoposto a questo procedimento. Perciò, non è mai stato destinatario di provvedimenti da cui potesse apprendere le modalità dell’episodio.

Inoltre, ed è quello che più conta, nel giugno del 1996 le sole cose che si sapevano su quest’azione erano quelle (confuse, scarne e indirette) raccontate da La Barbera. Invece, la dinamica, i tempi, le modalità precise dell’azione, il numero e l’identità dei soggetti coinvolti divennero note proprio per le dichiarazioni sue (per le dichiarazioni, cioè, di Gullotta).

Le cose che raccontò erano, perciò, sicuramente farina del suo sacco e sicuramente veritiere. D’altra parte, che Santo Mazzei sia stato protagonista dell’azione commentata in questo paragrafo è confermato, sia pure indirettamente, da Malvagna Filippo. Anche questi, invero, sapeva di azioni importanti che Mazzei avrebbe dovuto porre in essere, dopo l’affiliazione, nel Nord Italia. In particolare, a Torino e in Toscana.

Circa queste azioni va detto che, a parte le congetture di Malvagna (questi ritiene che non si dovesse trattare di omicidi, in quanto sarebbe stato «un lavoro che si sbrigava all’interno dell’associazione»), dopo l’affiliazione, fu dato effettivamente incarico a Mazzei di commettere un omicidio a Torino (quello di Pietro Scimemi - ne hanno parlato ampiamente Sinacori e Patti).

Da ciò si arguisce che anche l’altra informazione posseduta, sia pure genericamente, da Malvagna, era fondata: l’azione da commettere in Toscana era, con ogni probabilità, quella di cui si discute.

- L’altro aspetto certo di tutta questa vicenda è il collegamento stretto di Santo Mazzei con il gruppo dei «corleonesi»; vale a dire, Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro, Riina, ecc. Tutti quelli che hanno parlato di Mazzei (ne sono stati indicati almeno otto, ma non sono nemmeno tutti quelli che hanno reso dichiarazioni su di lui) hanno concordemente riferito che il suo avvicinamento ai corleonesi cominciò, quantomeno, già all’epoca della sua detenzione, negli anni ’80.

Le notizie più risalenti nel tempo le ha fornite Malvagna: lo conobbe in carcere a Milano, nel 1987, e già allora si parlava di «discorsi aperti» con lui.

Quest’apertura derivava dal fatto che Mazzei s’era ingraziato un «corleonese» importante, il quale aveva suggerito di «tenerselo vicino».

Ovviamente, non ha nessuna importanza stabilire se quel corleonese era Luciano Leggio (come ritengono i catanesi Pulvirenti, Avola e Malvagna), ovvero se era Bagarella (come ritiene Sinacori), ovvero entrambi ed altri ancora. Sta di fatto che la «vicinanza» di Mazzei al gruppo di Riina, Bagarella, Brusca, Matteo Messina Denaro, ecc. era un fatto praticamente notorio in «cosa nostra», come era notorio che furono costoro a perorare la causa della sua formale affiliazione; anzi furono loro a imporla, praticamente, al gruppo di Santapaola.

L’affiliazione di Mazzei è stata, infatti, descritta da Brusca, Sinacori, La Barbera, Patti, Pulvirenti, Avola, Maugeri: tutti sapevano che era stato «combinato» a Catania, nella famiglia di Santapaola, nell’estate del 1992, e che era stato messo a disposizione dei palermitani.

Qualcuno di costoro sapeva anche di più (come Brusca, che fu uno degli artefici dell’affiliazione); qualcuno sapeva di meno o non conosceva i fatti con precisione.

Tutti sapevano, però, sostanzialmente, le stesse cose.

Nessun peso può darsi, invero, al fatto che alcuni (Avola e La Barbera) abbiano indicato, come luogo della formale affiliazione, Palermo, mentre tutti gli altri hanno parlato di Catania.

Questa discordanza, infatti, può avere numerose spiegazioni, prima tra tutte quella che né Avola né La Barbera erano presenti quando Mazzei fu formalmente affiliato (La Barbera era assente e Avola era fuori, a Catania, a guardare il territorio), per cui è ben possibile che abbiano, già a loro volta, ricevuto la notizia in maniera distorta.

Così come è possibile che i collaboratori si riferiscano a due momenti diversi: la «combinazione» e la «presentazione» a Santapaola, che certamente avvennero in posti differenti.

Sta di fatto, però, che il numero dei collaboratori, il tempo in cui hanno riferito la circostanza, l’assoluto disinteresse che avevano a rappresentare un fatto apparentemente marginale nelle dinamiche di «cosa nostra» sono prova sicura che tutti, raccontando questa affiliazione, hanno detto la verità.

D’altra parte, la vicinanza di Mazzei ai corleonesi va apprezzata non solo per la genesi e le modalità della sua formale affiliazione, ma anche per le azioni poste in essere per conto di costoro.

Si è visto infatti, che Mazzei partecipò, dopo l’affiliazione, anche alla «guerra di Marsala», di cui hanno parlato Brusca, La Barbera, Sinacori e Patti, uccidendo a Torino Pietro Scimemi.

Questa guerra vide ancora una volta contrapposti i corleonesi agli «stiddari» (praticamente, al clan degli Zichittella) e, a dire di tutti, fu diretta da Riina, che fece «caporale» di questa guerra Andrea Gancitano.

Prima ancora Mazzei aveva partecipato, a Rimini, nel 1991, all’omicidio di Agostino D’Agati, amico di Salvatore Contorno, e della persona che lo accompagnava. Questo duplice omicidio fu commesso proprio insieme ad altri «corleonesi» (Patti, Sinacori, Facella) e fu ordinato da un altro «corleonese» (Mariano Agate»), per «fare bella figura» col capo dei «corleonesi», cioè Riina (questo è quanto hanno raccontato sia Sinacori che Patti).

La vicinanza di Mazzei ai corleonesi va apprezzata, infine, anche per le risultanze («oggettive») del traffico telefonico di Mazzei, che lo dichiarano in contatto con La Barbera Gioacchino (come si è visto).

- La conseguenza di questo discorso è allora ovvia: se Mazzei, capo dei «cursoti», fu traghettato in «cosa nostra» dal gruppo dei corleonesi, ciò avvenne, si può essere certi, per le finalità e gli interessi dei corleonesi.

Ma si è visto, nei paragrafi precedenti, che gli interessi di costoro erano concentrati, nella seconda metà del 1992, sul «carcere duro» e sui «pentiti». Le finalità erano quelle di giungere alla soppressione o alla modifica degli istituti giuridici che recepivano, a livello ordinamentale, queste due tematiche.

Gli strumenti che pensavano di utilizzare, per raggiungere i loro fini, erano il terrore e la minaccia, da diffondere o praticare, in Sicilia o al Nord. Meglio al Nord, dove l’opinione pubblica è più sensibile e più influente.

Si comprende allora perché nessuno meglio di Santo Mazzei (che «si muoveva bene al Nord», dove aveva basi ed agganci) era deputato a porre in essere l’azione delittuosa commentata in questo paragrafo.

Non per nulla, come si è visto nel paragrafo secondo, egli fu ammesso ai colloqui che si svolgevano a Mazara del Vallo, dopo il mese di luglio del 1992, tra Bagarella, Brusca, Gioè, ecc. e che avevano ad oggetto iniziative eclatanti contro lo Stato, tra cui la Torre di Pisa.

Anche per questo il racconto di Gullotta appare quindi particolarmente credibile, così come appare credibile quello che dice Brusca: l’iniziativa di Mazzei nacque nel contesto dei discorsi che si facevano, in cosa nostra» (in particolare, nel gruppo dei corleonesi), nella seconda metà del 1992, intorno a Bellini e alle iniziative programmate per «ammorbidire» lo Stato.

Bisogna considerare, infatti, che la collocazione di un ordigno esplosivo (per quanto scarsamente efficace potesse essere) in un giardino momumentale come quello di Boboli costituisce un’azione che, posta in essere da Mazzei, non può essere ricondotta a nessuna delle attività tradizionali proprie del gruppo di appartenenza, ma abbisogna di una motivazione ulteriore, di «ampio respiro»: proprio come quella che animava le condotte dei suoi nuovi compagni nel periodo in considerazione.

In ogni caso, è sicuramente da escludere che Mazzei si sia mosso di sua iniziativa, giacché il filo che lo legava ai corleonesi costituiva, per lui, anche una catena che lo legava agli interessi e alle strategie della nuova «famiglia». Non per nulla Sinacori, che dell’ordigno di Boboli ha detto di non sapere niente, ha anche precisato che in «cosa nostra» non si faceva nulla senza il consenso di Riina. Questa regola valeva per tutti, figurarsi per Santo Mazzei, che era l’ultimo arrivato («In Cosa Nostra non si poteva fare niente se non si parlava con Riina, chiunque. Chiunque. Pensa Santo Mazzei, che era stato fatto da un mese!).

Lo stesso ha detto, con altre parole, La Barbera.

- Ovviamente, non è possibile tacere (né questa Corte intende farlo) su una contraddizione che si rileva, con evidenza, nel confronto delle versioni di Brusca e La Barbera.

Per il primo, infatti, Mazzei, tornando dal «Nord», disse di aver depositato un ordigno a Boboli (in istruttoria aveva detto agli Uffizi); per il secondo, disse di aver versato del liquido infiammabile attraverso la finestra di un museo «della zona di Firenze».

Va detto subito che la contraddizione è insanabile e può essere spiegata solo mediante congetture. La più plausibile è che Mazzei abbia spiegato male e a modo suo quello che aveva combinato a Firenze, talché ognuno dei due ascoltatori poté intendere il suo discorso a modo proprio.

Occorre considerare, infatti, che nessuno dei tre era versato nella materia oggetto di discussione (in quel caso particolare), come è emerso chiaramente dall’esame complessivo dei collaboratori suddetti (Brusca ha dichiarato che, per lui, «Uffizi» e «un luogo importante» erano la stessa cosa).

Così come occorre considerare che il Giardino di Boboli è annesso a Palazzo Pitti, dove hanno sede la Galleria Palatina, il Museo delle Carrozze e il Museo degli Argenti ; vale a dire, un articolato complesso museale.

Cosa sapesse Mazzei di tutto ciò lo sa solo lui, dal momento che, citato a dibattimento ad istanza di varie parti private, si è avvalso della facoltà di non rispondere. È da ritenere, però, che egli non fosse maggiormente edotto di chi gli commissionò l’azione.

È senz’altro plausibile, perciò, che, raccontando la sua impresa, abbia, volutamente o inconsapevolmente, fatto confusione sul bene preso di mira.

Così come è plausibile che Mazzei abbia parlato, nel contesto rappresentato da Brusca e La Barbera, di più azioni delittuose (realizzate, anche con mezzi diversi; progettate; abortite) e che costoro abbiano recepito confusamente i discorsi da lui fatti.

Non va dimenticato, infatti, che Brusca e La Barbera parlano di resoconti avvenuti in due luoghi diversi (e quindi anche in tempi diversi): Brusca parla della casa di Gaetano Sangiorgi, a Santa Flavia; La Barbera di una casa di campagna tra Altofonte e Piana degli Albanesi.

Una cosa però è certa: se anche se non si volesse dar credito a ciò che dicono i collaboratori intorno all’ordigno di Boboli, si dovrebbe concludere che l’episodio narrato in questo paragrafo non costituisce, come questa Corte invece ritiene, un’applicazione (in tono minore) della «filosofia Bellini», ma un evento scollegato dalle vicende che ci riguardano.

Le conseguenze, in punto di ricostruzione logica degli accadimenti, non muterebbero quasi per nulla.

Certamente non si può dire, come qualche difensore è stato tentato di fare, che questa (ipotetica) «caduta» dei due collaboratori rappresenti la «prova provata» della loro insincerità (e, quindi, va scartato tutto ciò che dicono), giacché significherebbe vedere più sostanza nelle ombre che nei corpi da cui promanano. Significherebbe fare applicazione di un criterio (la generalizzazione del particolare) che porta direttamente al nichilismo processuale (si consideri quante volte due testi disinteressati raccontano diversamente uno stesso fatto).

D’altra parte, la contraddizione sopra segnalata può essere utilizzata per contestare che i mandanti dell’azione di Boboli siano state le persone indicate da Brusca (tutti gli altri aspetti della vicenda - tempi, luoghi e soggetti che la posero in essere - sono certi, come si è visto, indipendentemente da ciò che ne dicono Brusca e La Barbera).

Ma che i mandanti siano stati, genericamente, i «corleonesi» si può affermare indipendentemente da ciò che ne dicono questi due collaboratori, per i motivi che sono stati sopra detti (la nuova collocazione di Mazzei dopo l’affiliazione a cosa nostra).

Non serve nemmeno accertare, quindi, se Mazzei abbia agito su espresso incarico di Brusca o Bagarella (o di entrambi), ovvero se sia stato «volenteroso» (come dice Brusca) e abbia anticipato l’ordine dei suoi nuovi capi. Quello che è certo è che, come dicono tutti i collaboratori, in «cosa nostra» non si muoveva foglia senza il consenso di Riina.

- Quest’azione delittuosa, quindi, indipendentemente da quello che ne sa Brusca (e non è affatto detto che Brusca sapesse tutto) è certamente da rapportare alla nuova strategia di «cosa nostra» dopo l’applicazione dell’art. 41/bis Ord. Penitenziario.

Inoltre, è ben plausibile, per quanto si è detto, che l’idea di questa azione sia nata nel contesto dei discorsi con Bellini e che servisse a secondare le trattative in corso. Non solo quella tra Gioè e Bellini, di cui si è già parlato, ma anche quella tra il Ros e Ciancimino, di cui si parlerà nel paragrafo successivo. Essa è comunque indicativa del fatto che, a ottobre del 1992, i «corleonesi» avevano già individuato nel patrimonio artistico nazionale un nervo scoperto dello Stato, su cui agire per ottenerne la resa.

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