Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Sinacori Vincenzo (Entrato in «cosa nostra» nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996 – Collaborante da settembre del 1996).

Il Sinacori, come si è visto nei paragrafi precedenti, ha dichiarato di aver sentito parlare di attentati al patrimonio artistico (in particolare, alla Torre di Pisa) subito dopo l’applicazione dell’art. 41/bis.

Questi attentati dovevano servire a portare lo Stato sul terreno della trattativa. Ha aggiunto che, dopo l’arresto di Riina, si formarono due gruppi in «cosa nostra»: uno che «voleva stare fermo», essendosi reso conto che le stragi di Capaci e via D’Amelio erano state un boomerang; un altro che intendeva proseguire sulla linea stragista, fino a piegare lo Stato.

Il primo gruppo era formato, sostanzialmente, da Ganci Raffaele, Cancemi Salvatore e Michelangelo La Barbera; il secondo gruppo era formato da Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e, infine (come si vedrà), Brusca Giovanni. Tra questi due gruppi v’era Bernardo Provenzano, che faceva un po’ l’ago della bilancia: non voleva dispiacere i «palermitani» (Ganci e compagnia); non voleva contraddire il suo paesano corleonese (Bagarella) e gli amici di costui.

Tutto ciò gli era noto già agli inizi del 1993, in quanto ne parlava spesso con Matteo Messina Denaro, suo grande amico e compagno mafioso. Sapeva perciò che il discorso sulle stragi era intenso. Sentì parlare, in particolare, di un attentato al tempio di Selinunte; cosa che mandava in bestia Messina Denaro, il quale capiva che, in questo modo, si guadagnava automaticamente l’ergastolo (Selinunte era nel «suo» territorio). Sempre in quel periodo (febbraio-marzo del 1993) assistette poi ad un incontro tra Matteo Messina Denaro e tale Rosario Naimo, che era «l’alter ego di Totò Riina in America» e fu latitante a Mazara per circa quattro anni.

Nel corso di quest’incontro il Messina Denaro, su richiesta di Bagarella, chiese a Naimo di riportare d’attualità un discorso sviluppatosi alla fine degli anni ’50: operare per l’aggregazione della Sicilia agli Stati Uniti d’America.

Naimo rispose che, finita la guerra fredda, il discorso era ormai improponibile, ma assicurò che avrebbe riaperto l’argomento in seno a «cosa nostra» americana. Non sentì più parlare dell’argomento.

La riunione di Bagheria dell’1-4-93

Accadde poi che il giorno 1-4-93 (si ricorda di questa data perché è quella del suo primo «mandato di cattura») Messina Denaro gli chiese di accompagnarlo a Bagheria, ad un incontro nei pressi dell’hotel Zagarella. Qui il Messina Denaro avrebbe dovuto incontrare Bagarella, Provenzano e Giuseppe Graviano. Già durante il tragitto per arrivare a Bagheria il Messina Denaro gli parlò di Giovanni Brusca, dicendo che era un «miserabile», perché si era allineato con Ganci Raffaele e «non voleva continuare su questa strategia», mentre Bagarella sosteneva che «dovevamo portare alto l’onore, la dignità dei corleonesi, quindi dovevamo andare sulla stessa strada di suo cognato».

Alla riunione, cui egli non partecipò, non si presentò però il Provenzano. C'era in programma l'annessione della Sicilia come cinquantaduesimo stato all'America, cioè, con l'accordo di Cosa Nostra. Io, quando Matteo venne a dirmi questa cosa, ho detto: 'speriamo che sia vero, magari'. Lo accompagnai, ma il Naimo quando ha sentito il discorso di Matteo ha detto: 'io farò il discorso, però mi sembra una cosa molto improbabile che si faccia, in quanto ormai con la guerra... con il muro di Berlino che è caduto, la guerra fredda che non c'è più credo che non ci interessa agli americani. Però, io farò il discorso.', e basta».

Il discorso fu preso sul serio dal Naimo. Fu fatto a lui perché poteva fare molte cose in America: «Poteva fare tantissimo perché Cosa Nostra americana ha i suoi agganci, noi non lo sappiamo chi governa in America, nel senso, no chi governa, nel senso se loro hanno uomini suoi nel governo americano noi non lo sappiamo.

Io so soltanto che Rosario Naimo era il numero 1 e ci rivolgemmo a lui perché già questo discorso gli era stato fatto a lui tempo addietro, quando si poteva fare. Adesso io non lo so.

Solo che il Bagarella gli dice a Matteo di fargli questo discorso. Lui, davanti a noi non si mette a ridere, però non lo so se lo fa dopo».

Praticamente, al Naimo si chiedeva di riportare di attualità il discorso dello sganciamento della Sicilia dall’Italia, già coltivato negli anni della guerra fredda. In ordine a questo discorso ha precisato:

«Ex 210 Sinacori: Sì, però questo discorso è un discorso che fa Bagarella; ma Matteo ed io siamo noi che ridiamo quando dobbiamo andare a fare questo discorso là.

Pubblico ministero: Sì.

Ex 210 Sinacori: Perché noi lo capiamo che era una cosa... è fantapolitica, questa. Però, una volta che lui... siccome noi non sappiamo i discorsi che hanno avuto loro negli Anni '60, non so che cosa avevano avuto loro negli Anni '60. Quindi, noi ci mettiamo a ridere, però glielo diciamo perché non sappiamo gli agganci che hanno loro. «Loro» intendo Cosa Nostra americana».

Al ritorno dalla stessa Messina Denaro gli raccontò che Brusca, interrogato da Ganci Raffaele, aveva dichiarato che «non voleva andare avanti con le stragi». Al che tutti (Bagarella e Graviano) si erano arrabbiati, sostenendo che (Brusca) «era un miserabile, che non era un corleonese, che era un mascalzone». Alla fine, Bagarella, che era molto in confidenza con Brusca, si era preso l’impegno di parlargli e «vedere cosa dovevamo fare».

In questa riunione, ha precisato, fu presa la decisione di fare le stragi, salvo parlarne con Provenzano, che era, in quel periodo (dopo l’arresto di Riina), coreggente di Corleone insieme a Bagarella («…la decisione l’hanno presa. Però dovevano parlare sempre con il Provenzano»).

Il discorso di Sinacori, per la sua importanza, va riportato per intero: «Quel giorno Matteo aveva un appuntamento a Bagheria con Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, e doveva venire anche Bernardo Provenzano. E mi chiese di andarci pure io, di fargli compagnia. Siamo arrivati in questa casa che è vicino l'Hotel Zagarella...»

«...Lì incontrammo Giuseppe Graviano, Fifetto Cannella - che forse lo accompagnava, non lo so - e Leoluca Bagarella venne accompagnato dal genero di Farinella, di Giuseppe Farinella.

E il propr... credo che era il proprietario, un'altra persona che poi non ho più visto. E quindi non lo conosco.

Siamo arrivati, ci siamo salutati; loro sono rimasti giù. «Loro», intendo Bagarella e Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. E noi, io Fifetto Cannella, questo che accompagnava Bagarella e il genero di Farinella, siamo saliti sopra che c'era un altro piano, ci siamo visti la televisione.

Dalla Televisione apprendo questi mandati di Cattura nel marsalese. Non facevano il mio nome, però poi, prima di andare a Mazara, chiamo casa per sapere se mi cercavano. E difatti mi cercavano e sono rimasto latitante a Castelvetrano.

Comunque, strada facendo, Matteo mi parla di questi incontri che si dovevano fare.

Inizialmente, già all'andata, già mi faceva dei discorsi. Nel senso che Giovanni Brusca si era... era diventato un miserabile, nel senso che non voleva continuare su questa strategia e che si era allineato con Raffaele Ganci. Perché Raffaele Ganci non voleva che si facevano, che si continuavano, che si facevano stragi, che si facevano stragi.

Siccome il Bagarella era sempre per questa linea, perché diceva che dovevamo portare alto l'onore, la dignità dei corleonesi, quindi dovevamo andare sulla stessa strada di suo cognato, c'è stato un momento in cui a Palermo, soprattutto a Palermo, perché le provincie sono sempre, erano sempre subordinate a Palermo. Quello che decideva Palermo, era quello che valeva. Quindi a Palermo c'è stato un po' di... Perché c'era chi voleva continuare sulla linea di continuare a mettere... a fare le stragi, a mettere le bombe. E chi invece voleva stare un po' calmo. E questa riunione era per vedere che cosa si doveva continuare a fare.

Per questo ci doveva essere Bernardo Provenzano. Però non venne.

Loro parlavano, poi Matteo mi raccontò il discorso che ebbero loro quando io sono stato sopra.

Mi diceva che, questo discorso di Giovanni Brusca che il Raffaele Ganci lo aveva chiamato, gli aveva detto lui cosa ne pensava, cosa non ne pensava. E lui gli aveva detto a Raffaele Ganci che lui non voleva andare avanti con le stragi. A questo punto il Bagarella dice che si era arrabbiato, tutti veramente si erano arrabbiati, nel senso di dire che era un miserabile, che non era un corleonese, che era un mascalzone.

Presidente: A chi si riferisce?

Ex 210 Sinacori: A Giovanni Brusca. E Bagarella si era assunto l'impegno di mandarlo a chiamare e di parlargli. Siccome loro erano molto in confidenza, di parlargli e vedere cosa dovevamo fare.

E questo è il discorso che c'è stato quella mattina».

Ha precisato che la riunione dell’1-4-93 tra Matteo, Bagarella e Giuseppe Graviano fu fatta apposta per prendere una decisione sulla linea da seguire, se si fosse presentato il Provenzano. Questi, però, venne meno, per cui dovettero incontrarsi nuovamente, anche se l’orientamento era già chiaro: «Bernardo Provenzano non è venuto in quella riunione. Quindi si sono riuniti nuovamente per decidere. Però l'orientamento era quello, già. Perché Leoluca già sapeva cosa ne pensava il Pino Provenzano, che Provenzano stava, voleva fare l'ago della bilancia, non voleva pendere da nessuna parte. Quindi si sono reincontrati e hanno preso la decisione».

Nella riunione dell’1-4-93, quindi, dice il Sinacori, non fu presa una decisione definitiva, dal momento che i convenuti dovevano ancora parlare con Provenzano. Poi, dopo una contestazione del PM (in istruttoria, il 14-2-97, aveva detto che nella riunione dell’1-4-93 era stata presa una vera e propria decisione), ha aggiunto: «Sì, ma la decisione l'hanno presa. Però dovevano parlare sempre con il Provenzano. Se non ci hanno parlato quel giorno, ci avranno parlato l'indomani. Cioè, non è che... Provenzano doveva essere lì, in quella riunione. Non è venuto, ma si saranno incontrati l'indomani. Poi io sono stato latitante, non l'ho saputo più. Però non è che sono passati anni o mesi. La decisione già comunque, in ogni caso, era stata presa. Era solo per informare il Provenzano.

Pubblico Ministero: Ho capito.

Ex 210 Sinacori: Perché il Provenzano rappresentava, una volta arrestato Riina, rappresentava, sia lui che Bagarella, avevano fatto la reggenza. Quindi, anche per dargli una soddisfazione, il Bagarella che era coreggente con il Provenzano, era giusto che glielo doveva dire».

Il perfezionamento della linea stragista dopo l’1-4-93

Seppe, sempre da Matteo Messina Denaro, verso la metà di maggio di quell’anno (1993), che Bagarella e Provenzano si erano incontrati poco dopo l’1-4-93 e avevano optato per la prosecuzione delle stragi al Nord. Il motivo per cui avevano deciso in questo modo è così esplicitato dal collaboratore: «Era sul fatto che in Sicilia, essendoci Cosa Nostra, cioè, significa che... prendiamo come esempio Palermo che in ogni borgata c'ha la sua famiglia, succedendo una strage lì, ci può essere, vanno incontro a processi tutti i componenti della famiglia, perché sono riconosciuti. Con i pentiti che ci sono, ormai si sa tutto. Si sapeva già tutto allora.

Quindi, siccome il rappresentante di quella famiglia poteva mettere il veto, e se non lo metteva potevano andar a discussione e a guerre, cioè a spararsi tra di loro, per evitare tutto ciò, si è deciso per il Nord. In quanto al Nord, non essendoci Cosa Nostra, nessuno poteva venirsi a lamentare e dire: 'ma che hai fatto, che non ha fatto... perché hai messo la bomba nel mio quartiere, perché non te la mettevi nel tuo quartiere...'

Nessuno poteva venire a dire, tranne lo Stato che poteva fare azioni repressive, come in effetti ha fatto». Sempre in quel periodo, verso la metà di maggio del 1993, Messina Denaro gli disse che «erano pronti» e gli mostrò un libro su cui erano raffigurati gli Uffizi di Firenze, «dicendo che dovevano saltare in aria».

Il libro di storia dell’Arte, raffigurante gli Uffizi, gli fu mostrato da Matteo Messina Denaro prima del 20-22 maggio 1993. Ricorda questa data perché era il periodo in cui si trovava latitante a Mazara del Vallo. Successivamente al 20-22 maggio 1993 si trasferì a Trapani (da qui il collegamento sulle date). Era entrato in latitanza l’1-4-93. All’epoca, aggiunge il Sinacori, Matteo Messina Denaro non era ancora latitante.

Sugli Uffizi il Messina Denaro non poteva essere più esplicito: «Mi disse che già come obiettivo c'era questo, che una di queste mattina lo facevano saltare in aria. Mi fece vedere il libro, che era un libro, non lo so se era di geografia, di storia e mi indicò...

Presidente: Lei ha detto un libro di Storia dell'Arte.

Ex 210 Sinacori: Storia dell'Arte, geografia, non so di preciso cos'era, però era un libro... Storia dell'Arte, non lo so». Questo obiettivo era stato scelto da «persone all’interno di Cosa Nostra».

Ha detto di non conoscere (perché non gli furono riferiti) gli argomenti che furono trattati in quest’incontro tra Provenzano e Bagarella, all’esito del quale venne presa la decisione (definitiva) di commettere le stragi al Nord. Sa, comunque, che il motivo ispiratore della condotta dei corleonesi (Bagrella e Provenzano, nella specie) era quello di mantenere alto il prestigio e l’autorità di Cosa Nostra e di non dare l’impressione di chinare la testa di fronte allo Stato.

Questo, in particolare, il suo discorso: «No. No, non lo so. Non lo so. Si diceva, come ho detto poco fa, dottore, si diceva che noi, come corleonesi, dobbiamo andare sempre avanti per la stessa strada, dobbiamo mantenere alta la nostra dignità. Non ci dobbiamo fare prendere per miserabili dalle persone... Questi discorsi. Ma io poco fa già lo avevo detto, questo».

Ancora: «Nel senso che dobbiamo andare sempre avanti con questa linea e nessuno deve dire che noi... Poi non lo so cosa intendeva dire lui. Io... nel senso che non ci dobbiamo fare disprezzare, che dobbiamo... 'Siccome noi siamo stati sempre con una linea che sarebbe stata quella di mio cognato, dobbiamo sempre andare avanti con la linea di mio cognato.’ » Lo scopo delle stragi era sempre quello di «cercare un contatto con qualche politico, con qualcuno delle Istituzioni che poteva venirci a dire qualcosa: 'perché non la smettete?»

L’adesione di Brusca alla linea stragista

Il Sinacori ha poi detto che, successivamente all’1-4-93, ci fu un incontro tra Brusca e Bagarella, nel corso del quale quest’ultimo aggregò Brusca alla linea stragista. Dopodicché il giudizio di alcuni mafiosi (in particolare, dei corleonesi) su Brusca migliorò sensibilmente (prima era ritenuto un mascalzone, un miserabile, ecc).

Non conosce l’epoca di quest’incontro (ma si tratta, ovviamente, di un periodo precedente all’esecuzione delle stragi). Ha detto di sapere di quest’incontro (tra Brusca e Bagarella) perché nel 1995, una settimana o dieci giorni dopo l’arresto di Bagarella, mentre egli (Sinacori) era latitante a Trapani nella stessa casa con Matteo Messina Denaro, Brusca si incontrò a Trapani con lui (Sinacori), Matteo e un certo Nicola Di Trapani. Nel corso di quest’incontro Brusca ebbe parole molto aspre nei confronti di Bagarella, lamentando il fatto che quest’ultimo «se l’era tirato dentro nelle stragi e poi lo aveva, per così dire, emarginato», appoggiandosi, per l’esecuzione, agli uomini di Graviano.

Ma vediamo il suo discorso:

«Ex 210 Sinacori: L'epoca in cui c'è stato quest’incontro, io non glielo so dire. Io so del discorso perché, subito dopo l'arresto del Bagarella, io mi trovavo latitante a Trapani assieme a Matteo Messina Denaro e ci fu il Brusca che cercò un incontro con Matteo Messina Denaro e venne a trovarci. Venne lui, assieme a Nicola Di Trapani. Ci incontrammo a Valderice. Lui, in quella riunione, era... cioè, ebbe modo di lamentarsi sia di Bagarella... soprattutto di Bagarella, del comportamento di Bagarella. Che diceva che lo aveva estromesso da queste cose che erano state fatte, cioè dalle stragi. Che prima se l'era tirato dentro nelle stragi e poi lo aveva, per così dire, emarginato.

Lui ebbe modo di lamentarsi fortemente di Bagarella. Tant'è vero che, dopo la riunione, ci siamo guardati un po' in faccia, sia io, Matteo e Nicola, per vedere cosa dovevamo fare con Brusca. Perché, proprio in quella occasione lui, in un certo qualmodo, venne quasi... cioè, era quasi contento dell'arresto del Bagarella. Tant'è vero che noi ci siamo guardati in faccia per vedere se dovevamo prendere dei provvedimenti contro il Brusca, o meno.

Perché il Matteo, soprattutto, era deciso ad ucciderlo. Solo che l'intervento di Nicola Di Trapani, non per salvarlo, Nicola e anche io, dissimo: 'ma, aspettiamo, mandiamo a dire il discorso, magari a qualcuno. Come facciamo a prenderci queste responsabilità di ucciderlo senza dire niente a nessuno?' E poi ho saputo che Nicola lo mandò a dire in carcere, questo discorso.

Adesso non so se lo mandò a dire a Nino Madonia, o a qualcun altro.

Però, in risposta, Nicola portò a dire, venne a dire che non lo dovevamo uccidere, però di cercarlo, anzi, di trattarlo e di avvicinarlo a noi. Perché eravamo rimasti pochi e quelli pochi che c'erano, anzi, dovevamo andare d'accordo e non litigarci. Però Matteo era abbastanza infuriato per questo fatto. Lui, cioè, si lamentò del fatto che prima il Bagarella se lo tirò dentro nella cosiddetta strategia; poi, il Bagarella, anziché utilizzare uomini di Brusca e... si alleò, diciamo, si alleò, si tirò dietro il gruppo facente capo a Giuseppe Graviano, cioè ai ragazzi di Brancaccio.

E questo so che... quello che mi ha chiesto lei, dottore.

Pubblico ministero: Ecco, allora, cercando di farle una domanda per darmi la possibilità di capire se ho inteso bene: si distinguono due momenti. Uno, nel quale Brusca viene considerato un miserabile perché si è allineato, per così dire, sulle posizioni di Ganci ed altri; poi, un momento nel quale - secondo Brusca - Bagarella lo aveva, per così dire, aggregato alla strategia, però lo aveva tenuto fuori dalla fase organizzativa, esecutiva.

È questo il discorso?

Ex 210 Sinacori: Sì, esatto. Esatto. Perché lui non sapeva niente della fase esecutiva. Difatti era quasi contento che i ragazzi questo... siccome in quel periodo già incominciavano ad esserci i primi pentiti, per quanto riguardavano le stragi, ed erano di Brancaccio, lui era quasi contento, dice: 'siete stati contenti a portarvi... a fare agire questi ragazzi. Vedete che adesso sono quasi tutti pentiti.' E lui manifestava quasi contentezza di questo».

Successivamente a quest’incontro del 1995 (avvenuto, come si è detto, a Valderice), Brusca abbassò, però, di sua iniziativa, il livello del contrasto con Bagarella, non sentendosi più emarginato. Anzi, progettò altre iniziative criminali insieme ai Corleonesi, tra cui un attentato ad un avvocato di Palermo (Gallina Montana), ad un poliziotto palermitano (certo Merendino), ad alcuni parenti del «pentito» Marchese, ad una guardia carceraria che faceva servizio a Caltanissetta (certo Migliore o Migliorino).

Dopo l’arresto di Bagarella il Brusca si incontrò varie volte con Bernardo Provenzano. In uno di questi incontri Brusca ebbe ad esprimere il suo pieno consenso per le (ulteriori) iniziative criminali in atto. Una volta disse, molto significativamente, «che noiattri non siamo parrini e che dobbiamo continuare sempre con la stessa linea. E Provenzano acconsentì a questo discorso del Brusca».

L’incontro di Cefalù dell’ottobre-novembre 1993 e il senatore Inzerillo

Sempre in ordine alle stragi per cui è processo il Sinacori ha riferito di un incontro avvenuto a Cefalù un paio di mesi prima dell’arresto dei Graviano.

Matteo Messina Denaro gli fece sapere che voleva incontrarlo. Egli partì allora da Dattilo insieme ad un suo compaesano, tale Pino Sciacca. Sull’autostrada si incontrò con Gino Calabrò, nonché con Beppe Ferro e il figlio (Calabrò e i Ferro viaggiavano su due auto diverse. Ha detto anche, però, di non essere sicuro sulla presenza dei Ferro in questa occasione).

Raggiunsero Bagheria, dove lasciarono lo Sciacca, e montarono tutti sull’auto di Calabrò. Quindi proseguirono per Cefalù, dove furono raggiunti da Nino Mangano, il quale li portò in un villaggio turistico che si trova tra Cefalù e Bagheria, gestito da tale Michel Giacalone. Era la prima volta che vedeva Nino Mangano (ma lo avrebbe rivisto varie volte in seguito).

In questo villaggio trovarono Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Questi gli parlarono della possibilità di intercettare, nella zona di Novara, il «pentito» Di Maggio e gli chiesero il suo ausilio. A questa parte della conversazione parteciparono tutti, eccetto Nino Mangano. Mentre si trovavano lì giunse il senatore Inzerillo, col quale si appartarono a parlare Bagarella, Matteo e Graviano.

L’Inzerillo, dice sempre il Sinacori, era una persona dei Graviano. Alla conversazione col senatore egli, come gli altri (Calabrò e Ferro), non fu ammesso. Non ricorda se vi partecipò Nino Mangano. Ha ribadito di non essere sicuro nemmeno della presenza di Beppe Ferro a quest’incontro. Il suo amico Matteo gli disse poi che l’Inzerillo aveva parlato di inefficacia delle stragi e che prospettò, viceversa, l’ utilità di dar vita ad un nuovo movimento politico.

Ma stiamo al racconto del Sinacori:

«Ex 210 Sinacori: Sì. Succede che, mentre stavamo parlando, arriva una persona e Matteo ci dice di accomodarci - c'era un'altra stanza lì - ci ha fatto mettere in un'altra stanza. E loro si sono messi a parlare con questa persona.

Loro, sia i Graviano, che il Bagarella, che il Matteo.

Dopo che hanno finito di parlare, fa uscire, e io intravedo questa persona di dietro. Chiedo a Matteo chi era e lui mi dice chi era, era il senatore Inzerillo...

Pubblico ministero: E che ci faceva lì il senatore Inzerillo

Ex 210 Sinacori: Ma, per quello...

Pubblico ministero: Insomma, il senatore: la persona che Matteo le disse era il senatore Inzerillo.

Ex 210 Sinacori: Sì. Il senatore Inzerillo, siccome, per quello che mi dice sempre il Matteo, era una persona dei Graviano.

Io chiedo a Matteo che cosa... - siccome là erano tutti latitanti - come fanno a avere fiducia in una persona che..., ho detto... E lui mi disse che lui era venuto a dirgli che con le stragi non si concludeva niente e che si doveva fare un'altra strategia, fare un movimento politico, che poi, se ne parlò poi successivamente».

Era la prima volta che constatava un rapporto diretto tra esponenti di Cosa Nostra e rappresentanti del mondo politico così qualificati. Precedentemente, non aveva mai sentito parlare del senatore Inzerillo. Ne risentì parlare successivamente, allorché lo arrestarono e Matteo gli confermò che si trattava proprio di lui: «Sì. Poi ho avuto la conferma anche, sempre da Matteo, quando l'hanno arrestato. Siccome, poi, questa persona poi l'hanno arrestata, io l'ho visto fotograficamente e l'ho riconosciuta. Infatti Matteo mi ha dato la conferma che era la stessa persona che si trovava là quel giorno».

Alla fine di quest’incontro egli ritornò a casa insieme a Calabrò e con l’auto di quest’ultimo, senza ripassare per Bagheria; Peppe Ferro fece ritorno col figlio (sempre dubitativamente); Mangano si allontanò con la sua auto, dopo aver «fatto la strada» per un primo tratto.

La riunione di Bagheria del dicembre 1993

L’idea del movimento politico, prospettata dal senatore Inzerillo, non rimase senza esito.

Infatti, ha aggiunto Sinacori, qualche mese dopo la riunione di Cefalù (anzi, più precisamente, 15-30 giorni prima dell’arresto dei Graviano) se ne fece un’altra a Bagheria, in una casa in disponibilità di Fifetto (Cristofaro) Cannella. A quest’incontro parteciparono lui (Sinacori), Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Qui sentì parlare, per la prima volta, di un movimento politico da organizzare nell’interesse di «cosa nostra». Messina Denaro e Graviano avevano già un loro programma e cercavano persone della provincia di Trapani per poterle candidare.

A Bagheria, ha detto Sinacori, non fu fatto il nome di questo nuovo movimento politico. Si parlò «di un movimento da portare dei deputati nostri a Roma. Però io il nome non lo so. Mi dovevano fare avere i facsimile per potere fare la campagna elettorale».

Solo successivamente, quando cominciarono a parlarne i pentiti, seppe che si chiamava «Sicilia Libera» («Lo so quando escono i pentiti che si chiama Sicilia Libera»).

Questo movimento era stato pensato da Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Era il periodo in cui Matteo Messina Denaro era latitante a Palermo e si vedeva quasi ogni giorno con Bagarella e Giuseppe Graviano.

Sempre in quest’incontro (di Bagheria) Messina Denaro chiese a lui e a Vincenzo Virga (successivamente intervenuto) se avevano persone «presentabili» in relazione al progettato Movimento. Egli rispose negativamente; il Virga affermativamente.

Il discorso prese perciò ad evolversi così: « il Matteo dice a Vincenzo Virga che gli mandava una persona. Siccome c'era un certo Giovanni Formoso, che è un uomo d'onore di Misilmeri, e questo aveva... conosceva il Virga perché aveva un deposito d'oro, e siccome il Virga aveva una gioielleria, dice: 'ti mando a Giovanni Formosa con un'altra persona e vedi di presentarci queste persone per potere iniziare a fare un certo tipo di discorso, vediamo se le possiamo candidare.' e tutti questi discorsi. Poi, se si sono incontrati o non si sono incontrati, io questo non glielo so dire. Però il Giovanni Formoso, doveva accompagnare il Tullio Cannella a Trapani, che io non conosco».

Giovanni Formoso prendeva le direttive da Giuseppe Graviano.

Le finalità di carattere generale di questo movimento politico erano quelle di portare a Roma (al Parlamento) persone che facessero gli interessi di «cosa nostra».

Ha detto infine, che in quel periodo Matteo Messina Denaro si incontrava con Bernardo Provenzano, insieme a Giuseppe Graviano e a Leoluca Bagarella. Tanto gli riferiva il suo amico Matteo.

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