A Kabul stiamo disperatamente cercando di espiantare i lasciti umani del regime impiantato negli ultimi decenni con il sostegno dell’occidente. Evacuiamo il personale della società civile e dell’apparato pubblico. Intanto noi siamo impegnati a discutere – meglio, a disquisire – se sia lecito, possibile, auspicabile, “esportare la democrazia”. Il che ci costringe a definire che cosa essa sia. Abbiamo avuto solo un paio di secoli per appurarlo, e ora occorre sbrigarsi. Dalla fine del Settecento – ma su libertà e habeas corpus le idee erano già chiare da più tempo –, abbiamo fissato alcuni princìpi ritenuti “autovidenti” perché inerenti agli esseri umani come tali, uguali per tutti, validi ovunque. Da allora siamo andati precisandoli, estendendoli, e dunque universalizzandoli. Tra questi c’è anche l’autodeterminazione, dei singoli e dei popoli, una autodeterminazione che già rende quei princìpi un po’ meno universali, un po’ meno indiscutibilmente validi per tutti, perché è vero che siamo sempre più convinti che certi valori debbano valere per tutti, ma pensiamo anche che ogni popolo – ma anche ogni individuo – debba poter decidere per sé.

Contraddizioni

La contraddizione che ne deriva è evidente, e può essere affrontata soltanto tornando a scomporre la nozione complessiva dei diritti nei suoi più diversi elementi che le dichiarazioni hanno affrettatamente fuso e confuso nel concetto di democrazia. È un’opera che complica la vita, ma che rispetta la storia. Si pensi solo alla distinzione tra democrazia come sovranità popolare e democrazia come uguaglianza, come rispetto della vita e dei diritti. Possiamo ammettere, ad esempio, che le forme con cui si esercita la volontà popolare varino nei vari paesi e secondo le varie tradizioni. Su altri diritti invece non possiamo transigere. Insomma il confine che distingue i vari diritti è mobile, nel tempo e nello spazio. Si pensi ai diritti delle donne, fino a non molto tempo fa posti alla periferia dei regimi liberali e democratici. Nella civiltà liberale europea vigeva il delitto d’onore, la sottomissione delle donne agli uomini, il divieto di divorzio, etc. Oggi, i confini si sono spostati, e la condizione femminile è posta al centro dei diritti. Non ovunque è così per l’identità di genere e l’omosessualità (la quale peraltro fino al secolo XX era reato in quasi tutti in paesi europei più avanzati). Dobbiamo dunque ridisegnare i confini.

Tollerabili

Il fatto è che ancora pochi giorni fa, prima del 15 agosto 2021, certi confini sembravano autoevidenti. Gli stati, i regimi che si ponevano al di là di una convenzionale linea rossa, erano banditi dalla comunità internazionale, erano “stati canaglia”, come la Corea del Nord, isolata e irraggiungibile. Su altri stati nei quali diritti fondamentali sono violati, sul trattamento che Cina, Russia o Bielorussia riservano agli oppositori politici preferiamo chiudere gli occhi, o inviare qualche affranta dichiarazione, come facciamo con l’Egitto di Patrick Zaki. Fino al 14 agosto 2021 tra i regimi “intollerabili” andavano annoverati il Daesh (l’Isis) e lo stato dei Talebani che ha retto l’Afghanistan tra 1996 e 2001. Il primo è stato abbattuto militarmente. E così era stato fatto per il secondo. E benché il suo abbattimento militare fosse giustificato non dalla sua natura del regime interno, ma dall’aver ospitato gli autori dell’11 settembre, ne era derivata anche la deposizione di un regime terribilmente tirannico, insopportabilmente refrattario ai diritti. Non vogliamo sopportare l’insopportabile? E allora, provvisoriamente fissati i confini, dobbiamo adattare realisticamente gli strumenti di intervento a nostra disposizione. Uno, lo abbiamo detto, è il bando dalla comunità di popoli. Ma storicamente le civiltà sicure di sé hanno usato la forza: come l’occidente colonialista non ha esitato ad assumersi il “fardello dell’uomo bianco” con inaudita ferocia, così l’occidente democratico non ha esitato a bombardare i santuari dei terroristi afghani. E oggi? Oggi il tragico inferno dell’areoporto di Kabul e ora delle strade cittadine ci impone di ridisegnare i confini del tollerabile e decidere gli strumenti d’azione.

© Riproduzione riservata