Le forze populiste di estrema destra hanno guadagnato slancio in tutto il mondo, sostenendo posizioni conservatrici e antifemministe nel campo della famiglia e dei rapporti di genere. In Europa, questi partiti e movimenti mettono in discussione i progressi in materia di uguaglianza tra uomini e donne ottenuti nel corso delle ultime due generazioni e contrastano con i diritti delle minoranze sessuali.

Accanto ad alcune organizzazioni religiose e ad altri gruppi di estrema destra, queste forze populiste sono degli attori chiave nelle mobilitazioni che si oppongono alla democrazia sessuale e di genere. Sebbene le loro ideologie e i loro programmi politici presentino differenze significative da un paese all’altro, nel complesso in Europa questi partiti difendono la famiglia tradizionale – eterosessuale e con figli – e attaccano le politiche per la parità di genere. La loro propaganda si basa su una rappresentazione vittimistica degli uomini eterosessuali, la cui virilità e i cui diritti sarebbero minacciati dal femminismo e dall’emancipazione femminile. Mentre in Europa occidentale i loro attacchi ai diritti delle donne e alla loro autodeterminazione nelle scelte riproduttive sono più sottili e ambigui, in Europa centrale e orientale sono palesi: in Polonia, sono culminati nella proposta di divieto totale dell’aborto nel 2016.

«Eccessi del femminismo»

In Europa occidentale, l’estrema destra populista tende a liquidare le politiche di contrasto alla violenza sulle donne come «un eccesso del femminismo», criticando l’«eccessivo» intervento dello stato in questioni cosiddette «private»; questa opposizione diventa radicale in Europa centrale e orientale, come dimostra per esempio il rifiuto della Convenzione di Istanbul – il trattato del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza di genere – da parte della Bulgaria.

In Polonia e in Ungheria, la celebrazione della famiglia eterosessuale e la propaganda omofoba sono accompagnate da politiche che sostengono fortemente le madri (asili nido, lavoro part-time, conciliazione lavoro/famiglia), privilegiando però i diritti delle famiglie rispetto a quelli delle singole donne. Quando si tratta di questioni relative al lavoro femminile, alla conciliazione di lavoro e famiglia e alla discriminazione positiva, le destre populiste dell’occidente europeo ritengono che la divisione del lavoro tra uomini e donne appartiene al campo delle scelte individuali, che vengono considerate come «naturali» e con cui la politica non dovrebbe interferire. Mentre nel nord Europa questi partiti si distinguono per la loro tolleranza nei confronti delle unioni omosessuali, in Europa centrale, orientale e meridionale, nonché in Germania, gli stessi sono impegnati nelle mobilitazioni anti gender.

Questa agenda conservatrice in materia di genere in Europa occidentale si combina, in maniera paradossale, con una femminilizzazione del sostegno elettorale e delle stesse ideologie di questi partiti di estrema destra. Altamente mascolinizzati, essi invocano sempre più spesso la questione dell’uguaglianza di genere per attaccare i migranti, in particolare descrivendo l’islam come incompatibile con i diritti delle donne (e, nei contesti nordici, delle persone Lgbt).

Contro l’islamizzazione

Dalla cosiddetta «crisi europea dei rifugiati» del 2015, e nel contesto della crescente ostilità nei confronti delle popolazioni musulmane, la questione dell’uguaglianza di genere è diventata un importante campo di battaglia per gli attori “identitari” e anti immigrazione.

Questi partiti, peraltro scarsamente interessati a sostenere un’agenda cristiana o cattolica, si propongono come difensori del cristianesimo europeo di fronte alla minaccia dell’“islamizzazione”, affermando che l’uguaglianza di genere, così come altri valori liberali, costituisce un’eredità della tradizione giudaico-cristiana occidentale da difendere dall’immigrazione, in particolare da quella proveniente dai paesi musulmani. Questa propaganda riposa su una rappresentazione essenzialistica dei migranti come rappresentanti di «culture di genere premoderne», e individua nell’uguaglianza di genere un tratto culturale che sarebbe distintivo delle società di immigrazione, utilizzandolo come un criterio per misurare l’inferiorità culturale e l’alterità radicale degli stranieri.

Le società di immigrazione sono così rappresentate come luoghi in cui l’uguaglianza tra uomini e donne è stata ormai raggiunta; gli uomini migranti sono visti come appartenenti a “culture” essenzialmente sessiste e misogine; e le donne musulmane che portano il velo, ipervisibili nella propaganda dell’estrema destra populista, sono descritte come vittime passive di una “cultura” patriarcale. Alcuni di questi partiti hanno sviluppato campagne specifiche sulla questione della violenza sulle donne. In diversi paesi, compresa l’Italia, l’estrema destra populista ha enfatizzato e “securizzato” il problema della violenza di genere ed è intervenuta sui temi del “femminicidio”, identificando uomini migranti e rom come potenziali stupratori. L’eco degli eventi della vigilia di Capodanno 2016 a Colonia testimonia la rilevanza transnazionale di questa retorica.

Una simile propaganda, che qualifica l’immigrazione come minaccia primaria per i diritti delle donne, può attrarre il favore delle elettrici, come anche l’enfasi posta di recente dall’estrema destra populista sulle questioni sociali ed economiche.

Paradossale convergenza

I movimenti femministi contribuiscono attivamente a diffondere questa narrazione. In alcuni contesti, infatti, essi sono storicamente emersi come antagonisti rispetto alle organizzazioni religiose, ad esempio attraverso le mobilitazioni sull’aborto, e sono tradizionalmente diffidenti nei confronti delle religioni, che tendono ad assimilare all’oppressione sessista.

Ciò ha contribuito alla convergenza paradossale tra gli argomenti delle femministe e dell’estrema destra populista, spingendo alcune intellettuali, politiche e attiviste ad allinearsi con queste forze politiche nel rappresentare le donne musulmane quali vittime passive di una “civiltà” sostanzialmente patriarcale, partendo dall’assunto che la laicità (occidentale) possa meglio garantirne i diritti.

Tenuto conto di un contesto del genere, possiamo iniziare a comprendere il discorso “nazional-femminista” dell’estrema destra e il suo potenziale di attrazione per le donne facendo riferimento a tre elementi. In primo luogo, questa retorica “nazionalizza” il femminismo, escludendo quelle donne che non appartengono alla comunità nazionale, o che sono rappresentate come esterne a essa. Questa propaganda infatti riguarda i soli diritti delle donne non migranti; questi partiti non mostrano interesse per i diritti delle donne straniere – sebbene queste siano ossessivamente brandite come emblemi della misoginia dei migranti. In questo senso, il “nazional-femminismo” è strettamente anti ugualitario e anti universalista.

In secondo luogo, il discorso “nazional-femminista” ha una definizione ristretta delle questioni di genere: si concentra principalmente sul tema della violenza contro le donne (focalizzandosi sugli atti di violenza perpetrati da uomini migranti nello spazio pubblico, e oscurando dunque la violenza domestica), o sulle possibilità di provvedere alle necessità della famiglia, tralasciando ad esempio i diritti riproduttivi. A questo proposito, è utile distinguere tra interessi “femminili” e “femministi”, o tra “rivendicazioni di genere” (basate sulla posizione sociale delle donne nella tradizionale divisione sessuale del lavoro in quanto madri e mogli, e finalizzate a migliorare la vita delle donne in questi ruoli di cura) e “rivendicazioni femministe” (che mirano invece a trasformare l’ordine di genere esistente e contestano l’assegnazione prioritaria delle donne al lavoro di cura nella famiglia). Mentre queste ultime sono state al centro delle mobilitazioni del femminismo degli anni Settanta, l’estrema destra populista accusa le femministe – e le élite politiche di sinistra – di tradire la causa dell’uguaglianza di genere attraverso l’attuazione di politiche permissive sull’immigrazione; le femministe vengono anche tacciate di essere elitarie e lontane dai bisogni reali delle “donne comuni”.

Un’assenza di risposte (percepita o reale) alle (legittime) preoccupazioni delle donne può aumentare l’attrattiva esercitata su di esse dalla propaganda populista sul genere e sulla famiglia.


Francesca Scrinzi è senior lecturer in Sociologia all’Università di Glasgow. Ha svolto ricerche sui rapporti di genere nei partiti della destra populista radicale in Europa e nelle migrazioni internazionali. Traduzione dall’inglese di Antonio Ballarò.

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