Ieri mattina ho scoperto di essere inadatta. Nel caso specifico alla tribuna stampa della Camera dei deputati. La ragione: un vestito senza maniche.

Sono entrata a palazzo Montecitorio passando come sempre dall’ingresso riservato ai cronisti senza accredito permanente e ho superato i controlli. Ho ricevuto il cartellino blu che mi identifica come giornalista e sono entrata.

In attesa dell’arrivo del presidente del Consiglio, Mario Draghi, ho passato un’ora tra il cortile della Camera e il Transatlantico, dove i parlamentari passano il tempo tra una seduta e l’altra. Ieri era pieno di parlamentari che commentavano la discussione sull’informativa che stava già avendo luogo in quel momento al Senato. Ho dunque fatto qualche domanda a diversi di loro e salutato qualche collega. Tutto nella norma.

Umiliazione

Poi sono salita in tribuna per assistere al dibattito sull’informativa di Draghi. La tribuna è suddivisa in spazi che permettono agli spettatori di osservare l’aula dall’alto. Una ventina di posti, si accede attraverso un ingresso presidiato da un commesso.

Mi ero appena seduta in mezzo ad altri colleghi quando si è avvicinata una funzionaria di Montecitorio che mi ha chiesto di coprirmi: non era il caso che sedessi lì «sbracciata», ha detto. Frequento il parlamento da qualche anno e non ho mai ricevuto alcuna osservazione su come mi vesto. Come poi mi è stato assicurato anche dalla Camera, non è previsto un dress code per le donne (per gli uomini è obbligatoria la giacca). Non avendo con me alcuna giacca o foulard per coprire le spalle, me ne sono dovuta andare, sfilando tra i colleghi e scortata dalla funzionaria.

È stato umiliante: incerta se non ci fosse davvero un riferimento alle spalle nude delle donne nel bizantino codice che regola la vita della Camera, non ho avuto altra risposta da dare alla funzionaria se non andarmene. D’altra parte ho visto diverse deputate in aula con abiti o camicette senza maniche.

Per tutto il tragitto dalla Camera alla redazione mi sono chiesta se ci fosse qualche passaggio che mi era sfuggito, qualche regola che avessi colpevolmente ignorato. Avrei dovuto chiedere alla funzionaria a che norma facesse riferimento per chiedermi di cambiare qualcosa nel mio tubino (nero, ammesso che sia di qualche interesse, l’ho comprato per la mia laurea, non è un vestito da sera o inadatto a un contesto professionale).

Ho anche notato che, fin quando non ho messo piede in redazione, nessuno dalla Camera mi ha cercato per scusarsi o propormi di tornare. È successo solo più tardi, e dopo la nostra protesta.

Oltre alla rabbia si è riaffacciata in me l’umiliazione quando, dopo essermi assicurata che il regolamento effettivamente non prevedesse un dress code femminile neanche in tribuna e aver chiesto conto all’ufficio stampa della Camera del fatto, una delle risposte ricevute è stata che il mio vestito era davvero inadeguato. Chi può decidere che il vestiario di qualcun altro, specie se non c’è una norma a regolarlo?

Non è un episodio

Credo che tante donne si domandino quali implicazioni possano avere i vestiti che indossano la mattina per uscire. Non penso che gli uomini si facciano altrettanti problemi. È assurdo che un pensiero in più debba essere dedicato anche gli «eccessi di zelo», come li ha chiamati l’ufficio stampa nella chiamata di scuse che alla fine è arrivata, di chi rappresenta le istituzioni che frequentiamo per guadagnarci uno stipendio. Vorrei scrivere di politica o di Germania su queste pagine, che è quello di cui mi occupo, come è scritto nella mia biografia sul sito di questo giornale.

Ma ho voluto comunque dedicare qualche riga a quello che mi piacerebbe poter definire soltanto uno spiacevole episodio. Purtroppo è la norma, benché non scritta. È grave che, in un’istituzione che ogni giorno si vanta di risultati raggiunti in tema di parità e diversità, una funzionaria si faccia scappare un riflesso discriminatorio sfruttando un potere, formale o morale. Con tante scuse, dopo.

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