In aula l’inno del ‘68 diventa la prova della violenza della sinistra e la “spiegazione” di quanto accaduto a Torino. Maurizio Gasparri (FI) prevede: «Sono comunisti, hanno hanno il martello, la prossima volta porteranno pure la falce»
Al senatore Giorgio Salvitti, già sindaco di Colleferro, cittadina operaia che nei decenni scorsi di sinistra se ne intendeva parecchio, non la si fa. Lui, fondatore di Fratelli d’Italia ma oggi “in prestito” al gruppo Noi Moderati, tanto moderato non è, e mercoledì 4 febbraio, nel corso del dibattito sui fatti di Torino, ha svelato al ministro Matteo Piantedosi che la storia della «martellata» al poliziotto ha radici antiche nella sinistra.
Salvitti ha esibito prove inoppugnabili: «C’era una “canzoncina” che veniva cantata lungo le strade della nostra Capitale e altrove: “Prendete la falce e portate il martello, scendete giù in piazza e picchiate con quello”».
Come non averci pensato prima? Il grande Paolo Pietrangeli, dunque, e Contessa, l’immortale canzone che divenne poi inno del Sessantotto, arruolati fra i teste a carico dell’imputato del pestaggio al poliziotto di Torino, ove mai si trovasse.
Un’illuminazione: anche per Maurizio Gasparri. E così, quando è toccato a lui, ci ha messo il carico da novanta: «Me la ricordo la canzone che diceva “compagni dai campi e dalle officine”», a Torino «la falce non c’era, ma il martello lo abbiamo visto» dunque sia chiaro «io condanno lo squadrismo e la dittatura fascista, ma questi sono comunisti, non squadristi rossi. Hanno il martello e la prossima volta porteranno pure la falce».
Che roba, contessa. Pazienza che il compianto Pietrangeli, cantautore, regista cinematografico, e poi a lungo regista tv sulle reti Fininvest del Costanzo Show e di Amici di Maria De Filippi, se n’è andato nel 2021 – abbia spiegato mille volte che le sue canzoni vennero prima del terrorismo e del brigatismo. Contessa è del ‘66, e fu scritta – ma questo Salvitti e Gasparri non lo dicono, l’hanno scordato – a caldo dopo la morte di Paolo Rossi, studente universitario, cattolico, iscritto alla Gioventù socialista e scout, che venne buttato giù sulla scalinata di Lettere della Sapienza dai fascisti mentre cercava di sedare una rissa fra rossi e neri.
«Non mischiamo il sacro con il profano», avverte con un sorriso Peppe De Cristofaro, di Sinistra italiana, che mercoledì era in aula ma non ha voluto replicare al nuovo capo d’accusa che ora ha la sinistra: non solo passeggiatori al fianco dei violenti e loro «scudi», come ha spiegato Piantedosi, ma anche autori materiali delle gesta raccontate dalle canzoni di Pietrangeli. Che peraltro, altro indizio forse una prova, è stato anche compagno di partito di De Cristofaro. Anzi, diciamo la verità: a questo giro alla sinistra è andata pure bene. Salvitti ha citato la falce e il martello di Contessa. Poteva andare peggio, poteva citare «Mio caro padrone, domani ti sparo».
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