La condanna di Jimmy Lai conferma in modo troppo netto che Hong Kong è stata cambiata e le sue aspirazioni all’apertura politica soffocate. Oggi c’è in Occidente la tentazione di vedere Pechino come un approdo stabile a fronte della destabilizzazione trumpiana. Ma la repressione rimane tale e quale
Venti anni di prigione per Jimmy Lai, editore e simbolo del movimento pro-democrazia di Hong Kong, non sorprendono nessuno – il tribunale lo aveva già dichiarato colpevole lo scorso anno – ma lasciano ugualmente un grande amaro in bocca, confermando in modo troppo netto che Hong Kong è stata cambiata, le sue aspirazioni all’apertura politica soffocate, e le caratteristiche che la rendevano diversa dalla Cina continentale, smussate così tanto da essere, in alcuni casi, invisibili. Jimmy Lai, infa


