In un paese al contrario il governo propone una pericolosissima legge che, rimuovendo l’idea di consenso, disconosce violenza e dinamiche di controllo sociale. Così spetta ai movimenti e al mondo del privato parlare e creare cultura su relazioni, affetto e rifiuto delle molteplici forme di violenza e sessismo. Coop Italia ha presentato la sesta edizione di Close the Gap.

Lo ha fatto a Milano, al Teatro Franco Parenti. La novità della campagna 2026 è l’esperimento culturale che prova a intervenire su un vuoto sempre più evidente: quello lasciato dalla scuola e dalla politica nell’educazione alle relazioni, alla consapevolezza dei privilegi di genere e alla critica delle dinamiche patriarcali.

Un vuoto che non riguarda soltanto le proposte di legge – oggi al centro di un dibattito parlamentare regressivo – ma anche il modello di scuola che negli anni si è consolidato. Un sistema educativo che raramente costruisce strumenti per leggere i rapporti di potere, interrogare stereotipi o sviluppare coscienza critica sulle relazioni affettive e sociali. Eppure una ricerca presentata durante l’incontro – La scuola degli affetti – mostra come il 70 per cento dei genitori vorrebbe l’educazione alle relazioni come materia scolastica obbligatoria, mentre nove italiani su dieci ritengono che potrebbe contribuire a prevenire fenomeni di odio, emarginazione e violenza.

Così diverse sedi Coop, tra cui Firenze, Modena, Genova e Roma, ospiteranno uno spettacolo teatrale dedicato a relazioni, affettività e linguaggio sessista, realizzato dallo scrittore e insegnante Enrico Galiano. Non una lezione frontale, ma un momento di confronto costruito con il coinvolgimento diretto del pubblico.

Ad aprire l’incontro milanese un breve dialogo tra Galiano e la giornalista Valentina Dolciotti, dove è arrivato l’appello a “chi lavora con le parole, come artisti e giornalisti”, a prestare maggiore attenzione all’uso delle parole e alla costruzione delle frasi. Troppo spesso titoli e articoli – anche senza volerlo – continuano infatti a muoversi dentro retaggi culturali incapaci di liberarsi da stereotipi. Un modo di raccontare la violenza che rischia di riprodurre proprio quel clima che si dice di voler cambiare, invece di contribuire a costruire un lessico diverso e più consapevole.

«Siamo tutti coinvolti»

Lo spettacolo nasce da una ricerca realizzata lo scorso anno proprio sull’educazione sentimentale nelle scuole. «È emerso chiaramente che l’Italia è molto indietro su questo tema», racconta Galiano. «Il bisogno di educazione alle relazioni arriva soprattutto dagli studenti e dalle famiglie. C’è la percezione che questa sia una grande lacuna».

«Abbiamo pensato di portare questi temi negli spazi dove le persone vivono e si incontrano davvero», spiega. «Non aspettare che succeda qualcosa di tragico per parlarne, ma provare a costruire consapevolezza prima».

Nel racconto dell’insegnante emerge però anche un limite strutturale della scuola italiana. «Io insegno italiano e storia», spiega. «Posso affrontare certi temi, ma non ho le competenze di uno psicologo dell’età evolutiva. E questo è il punto: l’educazione alle relazioni dovrebbe essere un lavoro strutturato e portato avanti da professionisti».

Oggi invece questi percorsi sono spesso affidati alla buona volontà dei singoli istituti. «Le scuole provano a farli, ma sono attività volontarie. Ogni volta bisogna negoziare con le famiglie, chiedere autorizzazioni e c’è sempre qualcuno che decide di non partecipare».

Il lavoro con la Fondazione Giulia Cecchettin ha rappresentato per lui anche un percorso di consapevolezza personale. «Mi ha aiutato a capire che il problema non è mai solo fuori di noi. È anche dentro di noi, nelle parole che usiamo e negli stereotipi che continuiamo ad avallare senza accorgercene».

Una consapevolezza che riguarda tutti. «Anch’io pensavo di essere abbastanza attento a questi temi», ammette. «Ma lavorandoci capisci che nessuno è completamente immune. Per citare De André, siamo tutti coinvolti».

Accanto a questo lavoro culturale, Coop continua anche a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre una psicologia pubblica gratuita nelle comunità, scuole comprese. Una campagna che ha già raccolto oltre 72mila firme e che punta a costruire una presenza stabile di professionisti capaci di accompagnare studenti e studentesse nel percorso di crescita, affrontando anche i nodi delle relazioni, del conflitto e del benessere emotivo.

Si avvicina anche l’8 marzo, una giornata che da tempo ha smesso di essere considerata una festa ma è tornata ad essere momento di manifestazioni, lotta e politica. Non Una di Meno rilancia anche la pratica dello sciopero femminista, per il 9 di marzo. Sarà interessante capire se si genereranno dialoghi tra mondi diversi, come quelli del commercio e dei movimenti, così vicini però nelle rivendicazioni e nell’idea che l’unico mondo possibile è quello dove il sessismo sia sconfitto e le diversità siano un valore non schiacciato dal privilegio.

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