I problemi della democrazia italiana sono, in parte, dovuti alla scarsa qualità della classe politica, nazionale e locale. Contrariamente a quel che si crede, però, questa è oggi frutto della debolezza dei partiti (non certo della loro forza) e del loro mal funzionamento. Nella stagione di unità nazionale che stiamo vivendo, ci sono anche in questo campo alcune riforme di cui beneficerebbero tutti. Riforme bipartisan, per definizione.

Primo, il finanziamento dei partiti. Oggi in Italia è privato, volontario, con il 2 per mille delle dichiarazioni dei redditi oltre alle donazioni. A rigore di logica, le forze che vogliono rappresentare chi ha redditi più bassi hanno meno finanziamenti, in proporzione ai consensi. È per questo che il finanziamento pubblico ai partiti, che in Italia fu abolito dal governo Letta nel 2013 sull’onda delle pressioni populiste (di Matteo Renzi e dei Cinque stelle), esiste nella gran parte dei paesi avanzati: favorisce l’indipendenza della politica dagli interessi privati.

In Italia, è vero, si è abusato del finanziamento pubblico, con erogazioni generosissime che non avevano paragoni in nessun altro paese.

Ma con la riforma del 2012, attuata dal governo Monti, le cose erano cambiate decisamente in meglio: l’ammontare era stato dimezzato e l’erogazione condizionata alla trasparenza e a garanzie democratiche nella vita dei partiti (per quel che riguarda ad esempio i diritti degli iscritti, la scelta dei candidati, il rispetto delle minoranze).

In linea di massima, la riforma Monti andava nella direzione giusta. Ed è la stessa direzione che regola, ad esempio, da decenni il finanziamento della politica in un grande paese come la Germania, che forse dovremmo prendere a modello: finanziamento pubblico ai partiti, in proporzione ai consensi, in cambio di buone regole per il loro funzionamento.

Il ruolo degli iscritti

Legato a questo tema c’è quello della valorizzazione degli iscritti. È questo il modo migliore per evitare i due opposti eccessi dei partiti personali, da un lato, e della degenerazione correntizia, dall’altro (entrambi molto praticati in Italia).

Beninteso, le correnti sono il sale della lotta politica democratica all’interno dei partiti, dacché mondo è mondo. Ma la degenerazione correntizia è un’altra cosa. Deriva proprio dall’inaridirsi del dibattito democratico interno e dalla debolezza delle strutture dei partiti: le correnti diventano così i gruppi di pressione degli eletti e servono, in pratica, per «garantire quote», a fronte di possibili abusi (gravissimi furono quelli perpetrati, nel Partito democratico, da Matteo Renzi, quando compilò le liste per il parlamento nel 2018).

La valorizzazione degli iscritti passa innanzitutto per il rafforzamento delle strutture e degli organismi dei partiti: fondazioni per fare scuola politica, funzionari pagati in modo adeguato, sedi per dibattere che non siano solo il comitato elettorale per il candidato di turno. Anche questo si può ottenere, a beneficio di tutti, con una buona legge per il finanziamento pubblico dei partiti.

La valorizzazione degli iscritti vuol dire, poi, dare loro voce adeguata per l’elezione dei dirigenti, a cominciare dal segretario. Questi ha il compito di decidere la linea politica e nomina gli organismi dirigenti (la segreteria), è insomma responsabile direttamente davanti ai suoi iscritti, che sono la sua comunità. È giusto quindi che sia eletto solo da loro.

Le primarie, invece, si possono svolgere per decidere i candidati da presentare all’intero corpo elettorale (i sindaci, i parlamentari, ecc.) e che, se eletti, saranno poi ovviamente responsabili davanti a tutti i cittadini. Questo dice la logica (e seguire la logica è forse anche il modo migliore per coinvolgere la società civile, che non si vede perché dovrebbe avere paura di iscriversi a un partito).

Una legge che incentivasse lo svolgimento delle primarie limitatamente alle candidature esterne – regolandole, in cambio – sarebbe opportuna. E andrebbe certo a beneficio anche degli elettori di centro-destra, i cui candidati a queste elezioni comunali appaiono deboli proprio perché calati dall’alto, rispetto a quelli del Pd che sono usciti più forti dalle primarie.

Chi dovrebbe farsi carico di queste riforme? Il Pd ne sta discutendo nelle sue Agorà. Ma è bene che ne discutano tutte le forze politiche, e soprattutto i cittadini. Sono questi storicamente refrattari a questi temi e, quando se ne interessano, spesso a prevalere sono gli accenti populistici. Sbagliano. Perché il benessere di noi cittadini dipende, innanzitutto, da una democrazia sana.

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