Un anno e mezzo è passato dalla diffusione della notizia che il padre gesuita Sauro De Luca, oltre a essere una guida spirituale carismatica, era anche un predatore sessuale. Per trent’anni, dal 1968 al 1998, Sauro De Luca è stato a capo del Movimento eucaristico giovanile, incontrando centinaia di bambini, bambine e adolescenti.

L’attuale responsabile del movimento, padre Renato Colizzi, ha perciò deciso nel 2024 di intraprendere un «Cammino di verità», affidando alla dottoressa Grazia Villani l’incarico di raccogliere le testimonianze di persone che sono state vittime degli abusi del padre gesuita. Questo lavoro di ascolto delle vittime, di testimoni e di alcuni padri gesuiti, nonché di consultazione dei diari dello stesso padre De Luca, ha dato luogo a un report e all’attivazione di un ufficio dedicato alla tutela, affidato al padre Paul Pace. Fin qui tutto bene.

Peccato che il report non sia stato reso pubblico nella sua integralità, che inizialmente sia stato vincolato da una clausola di riservatezza che ne impediva ogni divulgazione (poi rimossa) e che ancora oggi sia consultabile soltanto prendendo un appuntamento in via degli Astalli, a Roma, sede centrale della Compagnia di Gesù per la provincia euromediterranea. Il documento divulgato ufficialmente è un riassunto di questo report. Ecco perché il 27 aprile ci siamo recate in via degli Astalli per leggere il documento integrale e incontrare il padre responsabile della tutela. Vogliamo chiedere perché l’integralità del report non sia resa pubblica e fruibile a tutti.

Che cammino di verità si può intraprendere se non c’è trasparenza sul metodo con cui affrontare lo scandalo degli abusi nella Chiesa? Se non viene smantellata l’architettura del silenzio che regge l’intero sistema di potere e che, sacralizzando i preti, li pone al di sopra dei fedeli, creando così le condizioni dell’abuso, che sia sessuale, psicologico o spirituale?

Chiedere perdono alle vittime, risarcirle, è sacrosanto, ma concentrare l’attenzione unicamente sulle vittime permette a tutti, anche all’opinione pubblica, di non sollevare alcun dibattito, mantenendo l’atteggiamento paternalista che conferma la gerarchia del potere. Il report invece denuncia chiaramente le responsabilità della Compagnia di Gesù, che, a fronte di segnalazioni emerse fin dagli anni Ottanta, non prese provvedimenti e parla di «fallimento istituzionale». Alla morte di padre De Luca nel 2012, la Compagnia decise di mantenere profilo basso, di non denunciare l’accaduto alle autorità, e di fare in modo che il silenzio e la polvere del tempo cancellassero i fatti.

Alcune vittime, tuttavia, non si sono date per vinte, costringendo a riaprire il caso. Una di loro in particolare, l’eurodeputata delegata al clima Annalisa Corrado, ha rilasciato un’intervista al giornalista Saverio Tommasi di Fanpage, raccontando il suo percorso di sopravvissuta agli abusi di padre De Luca con una chiarezza e un coraggio che dovrebbero servire da esempio a chiunque voglia con onestà eradicare questo problema endemico della Chiesa cattolica.

Prendersi la responsabilità per impedire che accada di nuovo significa investire risorse, persone, competenze. Significa prendere a modello percorsi che alcune diocesi stanno mettendo in atto, come quella di Bolzano. Significa, anche, aprire gli archivi, dare voce alle vittime, ma soprattutto rompere l’omertà, facendo i nomi degli abusanti e denunciandoli alle autorità italiane.

Significa ripercorrere fatti, anche del passato, ristabilire chiarezza e giustizia affinché parole come riconciliazione, elaborazione, perdono, riparazione non siano semplici gusci vuoti, bensì pratiche concrete, protocolli d’azione, educazione, formazione e supervisione. Tutto ciò non può accadere se prima non si attraversa il buio di quelle stanze dove padri confessori approfittano della fragilità di chi si rivolge a loro in cerca di conforto, ripagando la fiducia con il tradimento di quella stessa fiducia.

Un trauma che solo la luce della verità può provare a riparare. Quel report chiamato “Cammino di verità”, costato dolore e angoscia alle vittime che hanno deciso di raccontare la loro storia e a chi le ha ascoltate, deve essere portato all’attenzione di tutti, divulgato tramite stampa e social media, o sarà l’ennesima prova che l’istituzione è più attenta alla propria tutela che a quella di persone irrimediabilmente ferite.

La missione della Chiesa è essere un modello per la società, la Compagnia di Gesù potrebbe assumere un ruolo di primo piano nel combattere gli abusi, a cominciare dal suo interno.

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