«Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. Questa notte, come in ogni notte di Natale, sarà letto in tutte le chiese l’annuncio del profeta Isaia sulla salvezza che viene nel mondo nella forma di un bambino in una mangiatoia. Mai come in questo Natale 2023 c’è bisogno di luce in Palestina, dove avvennero i fatti narrati dai vangeli duemila anni fa, per illuminare le tenebre dell’ultima catena di orrore originata da Hamas il 7 ottobre e proseguita con l’obiettivo del premier israeliano Benjamin Netanyahu, fare di Gaza il deserto e chiamarlo pace, nonostante gli appelli alla prudenza di quasi tutta la comunità internazionale.

Ma c’è bisogno di luce anche negli Usa che si preparano con il fiato sospeso a una nuova, possibile cavalcata di Donald Trump verso la Casa Bianca, nell’Europa che trova l’accordo sul nuovo patto sui migranti, senza distinzione tra destra e sinistra, unite dalla chiusura dei confini da sbandierare come arma di propaganda elettorale, nell’Italia del confronto tossico, avvelenato.

L’asfissia

È forse questa l’aria di cui ha voleva parlare il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, quando ha detto che non c’erano le condizioni per approvare il Mes. Un’aria mefitica, di comizio permanente, di rivendicazione continua, di tifoserie eccitate da alte cariche istituzionali che si muovono come capi ultras, da giornali ridotti a fanzine per le curve.

Più che l’aria è l’assenza di aria, l’asfissia che chiude il dibattito pubblico, lo mortifica, lo intrappola in una gabbia di risentimento gretta, provinciale. Lo si è visto nella campagna di criminalizzazione contro le Ong che fanno soccorso in mare, negli attacchi contro il cardinale Matteo Zuppi che parla degli ultimi, contro preti come don Mattia Ferrari che non restano chiusi nelle sacrestie, ma anche contro Gino Cecchettin, il papà di Giulia, e ancor più contro Elena Cecchettin, la sorella che ha la colpa imperdonabile di non essersi ritratta nel dolore ma di aver preso la parola per trasformare la sua sofferenza in un salto in avanti per tutti.

Il tempo di Natale, anche da un punto di vista laico, è l’opposto della chiusura. È il tempo di un’attesa, di qualcosa o di qualcuno che riapra i giochi, che liberi le energie represse, in termini esistenziali. La necessità di andare oltre l’appiattimento sul presente, la stanchezza del rito borghese che riduce la vita a una sequenza di attimi senza senso.

Nel Vangelo di Luca Gesù incontra i discepoli di Giovanni Battista che gli chiedono: sei tu colui che attendiamo o dobbiamo aspettare un altro? Una domanda che rivela la confusione che porta a seguire falsi profeti, guru, influencer, nullità varie con la loro solidarietà griffata. E Gesù risponde: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella».

Il cambiamento

Il segno dell’attesa è la guarigione, del corpo e dell’anima, importante ripeterlo quando il servizio sanitario nazionale che compie 45 anni versa nelle condizioni che sta raccontando Domani nelle sue inchieste. Il segno dell’attesa è la buona novella annunciata ai poveri, ovvero la speranza di un cambiamento, di un rovesciamento dell’esistente che parte da chi è schiacciato da un sistema immobile e ingiusto.

La speranza non è una consolazione, è il risveglio dal sonnambulismo, di cui ha parlato il Censis nel suo rapporto 2023, di una società italiana addormentata sui suoi privilegi, sulla feroce conservazione di spazi già consumati. Il dibattito pubblico è così povero perché chi a parole predica la grandezza della Nazione – rifare grande l’Italia – nella realtà consolida gli istinti di conservazione, le ambizioni ristrette, la mancanza di fiducia nel futuro.

Perfino il presepe, in questa concezione, diventa un recinto che non permette a nessuno di passare. Anche chi si propone come l’opposizione che si oppone più di tutti, utilizza il rancore, la frustrazione di un pezzo di società per blindare il proprio ruolo, politico e mediatico. Nessuno sembra aver interesse a rappresentare il cambiamento, «la nostra speranza», come diceva David Sassoli. Eppure la speranza del cambiamento esiste e resiste nel paese. I segni di luce ci sono, basta vederli, riconoscerli in se stessi anche quando la notte di Natale sarà finita.

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