Dalla crisi da inflazione a una nuova crisi finanziaria? Forse o forse no, ma certo l’improvviso fallimento di una banca nella Silicon Valley delle imprese tecnologiche ha allarmato molti sui mercati tra giovedì e venerdì e ha generato forti ribassi nei titoli anche di grandi banche che non sono direttamente toccate dalla vicenda. Come se gli investitori vedessero un rischio contagio, o il segnale di un problema diffuso.

La Fdic, l’autorità bancaria americana che si occupa di proteggere i risparmi in caso di crac bancari, ha chiuso la Silicon Valley Bank (Svb) di Santa Clara, che fine 2022 aveva 209 miliardi di attivi e 175,4 miliardi di depositi. Tutti i correntisti che hanno fino a 250.000 dollari dovrebbero sono protetti, gli altri no.

Il problema è che nel caso della Svb, i piccoli risparmiatori sono molto pochi, pare meno del 3 per cento, perché è una banca usata da clienti aziendali, cioè le tante imprese tech piene di liquidità dell’area. Che ora rischiano di perdere tutto quello che sul conto sta sopra la soglia garantita.

La Fdic è intervenuta subito quando si è capito che la Svb non avrebbe trovato azionisti disposti a ricapitalizzarla quanto serviva. Dunque, banca chiusa, asset trasferiti a una nuova banca provvisoria che ne prende il posto, la  Deposit Insurance National Bank of Santa Clara, per evitare la corsa agli sportelli e l’effetto panico.

Ora le azioni di Svb non sono più commerciabili, ma fino a due giorni fa valevano ancora 267 dollari l’una, poi crollati a poco più di 106 prima dello stop alle contrattazioni.

Le domande sono due: cosa è successo? Quali sono le implicazioni della vicenda californiana?

Tutte le analisi che circolano in queste ore sono concordi: Svb ha adottato una strategia finanziaria irresponsabile e ora ne paga le conseguenze.

Durante la pandemia, le imprese tech non sapevano bene come impiegare la liquidità ottenuta dagli investitori – i fondi di venture capital – e quindi l’hanno parcheggiata sui conti correnti della Svb.

Poiché la domanda di credito era bassa (visto che i clienti della Svp erano pieni di dollari in cerca di investimenti non avevano certo bisogno di prestiti), la banca ha pensato bene di investire i depositi in titoli che garantivano una buona remunerazione. Cioè obbligazioni a lungo termine che pagano cedole e tassi più alti proprio perché incorporano, tra l’altro, il rischio che il tempo lungo comporta.

Il problema è che poi, causa inflazione, la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi di interesse. Questo ha avuto due conseguenze esiziali per Svb: ha aumentato i rendimenti da pagare ai depositanti sui loro conti correnti, perché le imprese pretendono tassi in linea con il mercato per lasciare fermi i loro soldi presso la Svb e ha ridotto il valore delle obbligazioni a lungo termine nelle quali la banca aveva investito. Gli investimenti di Svb erano a tasso fisso, le sue passività a tasso variabile. Una morsa che ha stritolato la banca.

Quando salgono i tassi sul mercato, il prezzo dell’obbligazione si adegua al ribasso, a meno che non sia indicizzata.

 Svb ha dovuto vendere obbligazioni a lungo termine per 21 miliardi per reinvestirli in titoli a breve in modo da avere un bilancio più flessibile di fronte a nuovi aumenti di tassi di interesse e poter anche pagare i rendimenti richiesti sui suoi conti.

Su questa operazione Svb ha registrato una perdita da 1,8 miliardi, che non sono pochi per una banca che aveva una capitalizzazione in Borsa da 6 miliardi.

Questa mossa ha innescato la catena di eventi che ha portato al fallimento: il tentativo di raccogliere sul mercato la stessa cifra vendendo azioni, il sostanziale fallimento dell’operazione e la necessità della Fdic di intervenire e congelare tutto.

Mini-crisi

E’ l’inizio di una valanga? La razionalità dice di no, perché sono poche le banche con la struttura finanziaria di Svb, di solito hanno rischi meno concentrati e una maggiore capacità di gestire il nuovo ambiente dei tassi alti (che per le banche è anche una opportunità perché consente di erogare finanziamenti più remunerativi).

I mercati però si sono spaventati e i titoli delle principali banche internazionali sono scesi tutti. Soltanto panico?

Vedremo, di sicuro da mesi ci sono piccoli shock che si susseguono, delle mini-crisi finanziarie che non sembrano individualmente capaci di avere conseguenze sistemiche.

I vari disastri nel mondo delle criptovalute – tra frodi e bolle speculative che si sgonfiano – il quasi-crac dei fondi pensione inglesi, arrivati a un passo dal disastro a ottobre scorso, le continue oscillazioni dei mercati che non sanno più bene come reagire ai dati su mercato del lavoro e inflazione.

Il sistema finanziario sembra tornato fragile, la fine dell’epoca dei tassi di interesse bassi lascerà come minimo qualche cicatrice, perché dopo anni di denaro regalato dalle banche centrali, ora la marea scende e si scopre che non tutti indossavano il costume da bagno.

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