C’è un fantasma nella politica italiana e si chiama Movimento 5 Stelle. Il suo 33 per cento di voti di tre anni fa si sta disperdendo. E non sappiamo dove andrà a rifugiarsi. Dopo aver introdotto il reddito di cittadinanza tra mille ostilità e incomprensioni il M5s è scomparso dalla scena.

Del referendum sul taglio dei parlamentari, ultimo atto politico significativo, non se ne ricorda nessuno. Quell’omaggio all’antipolitica più stupida era arrivato fuori tempo massimo, e aveva perso ogni carica simbolica. Dieci anni fa infuriavano gli scandali, dai diamanti della Lega a fino a Mafia Capitale (la Cassazione ha poi detto mafia non era), con tutti dentro, esponenti Ps e neofascisti di lungo corso compresi, e aveva senso lanciare strali contro la classe politica invocando onestà. Un gruppo vergine come il M5s guadagnava credito battendosi su questo terreno. Ma solo degli ingenui possono pensare che la riduzione del numero degli eletti nelle camere produca un qualche effetto benefico sulla selezione dei candidati, sul loro profilo, sulla loro capacità di lavoro, sulla loro correttezza e dedizione.

Quest’ultimo rantolo delle invettive anticasta rimanda, nostalgicamente, allo spirito originario del M5s; ma lo lascia senza fiato, e senza prospettive. Il disastro dell’ultima tornata amministrativa lo dimostra. Dove dirigersi, allora, per mantenere un minimo di appeal elettorale?

Le opzioni rimaste

L’unica carta in mano è Giuseppe Conte. Come nel passato il M5s si identificava in toto con Beppe Grillo, ora “dovrebbe” schierarsi compatto dietro l’ex Presidente del consiglio sfruttando la scia della sua grande popolarità. Il condizionale però è d’obbligo perché l’ex presidente del Consiglio non possiede certo l’aura del fondatore che, dal nulla, dopo una lunga semina, ha raccolto consensi stratosferici alle urne – eliminando lungo la strada chiunque non fosse allineato e pretendesse una movimento condiviso e democratico.

Conte ha dalla sua altre caratteristiche che incontrano il favore in strati mediani e tradizionali dell’elettorato mentre i giovani e gli arrabbiati, un tempo bacino preferenziale del voto al M5s, rimangono fuori dalla portata del leader.

L’avvocato del popolo esprime qualcosa di ben diverso dal grillismo anti-establishment; e lo esprime in tutt’altra maniera rispetto alle invettive del fondatore, con modi e toni felpati, tanto che ha voluto entrassero anche nelle regole statutarie. Questa nuova declinazione da ceto medio urbanizzato e non-periferico è in sintonia con gran parte della classe dirigente pentastellata, Luigi Di Maio in testa, pienamente socializzata allo stile di Montecitorio. Impossibile vedere di nuovo l’attuale ministro degli Esteri che arringa la folla chiedendo l’impeachment del presidente della Repubblica.

In cerca di voti

Si è così compiuta quella “romanizzazione dei barbari” che veniva auspicata all’indomani delle politiche del 2018. Tuttavia rimane un problema: dove trova i voti il nuovo M5s? Rispetto all’urlo di rabbia, unito alla speranza di un futuro migliore, che milioni di elettori hanno lanciato tre anni fa e che il M5s ha raccolto suscitando aspettative miracoliste, Conte Indica una prospettiva riformista, ragionevole. La linea di un partito ecologista-progressista, perfetto complemento di una coalizione di centro-sinistra.

Ovviamente i Cinque stelle non vogliono acconciarsi ad un ruolo subordinato, il rametto di un eventuale, futuro Ulivo. Ma hanno perso, irrimediabilmente, la rappresentanza della protesta dopo tre anni ininterrotti di governo in tutte le formule possibili. E sono svanite anche le prospettive futuribili ma intriganti di una democrazia elettronica: le ha evidenziate la separazione da Casaleggio junior, il cui nome evocava quel sogno (o incubo) rivoluzionario.

Di fronte a un contesto in cui le ragioni della protesta anticasta sfumano a fronte dell’abbondanza di risorse in procinto di essere distribuite (una sorta di reddito di cittadinanza all’ennesima potenza), l’agenda del Movimento 5 stelle fatica a trovare argomenti forti per riportare a sé i suoi ex elettori. Il suo silenzio – e il suo imborghesimento per usare una espressione d’antan – lascia senza voce un grande bacino elettorale: una parte è andata a destra dove risuona ancora la protesta purchessia, una parte è ritornata ai lidi piddini convinta del nuovo corso lettiano, e una parte si è rifugiata nel privato a mugugnare disdegnando le urne. Quando i parlamentari pentastellati si renderanno conto della catastrofe elettorale che incombe su di loro le tensioni nel partito, e di conseguenza nel governo, raggiungeranno livelli di guardia. Il ventre molle della politica italiana è lì.

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