Quando si sente per l’ennesima volta che il piano vaccinale cambia passo, che sono previste in arrivo milioni di dosi, che sarà presto vaccinato mezzo milione di persone al giorno, sale inevitabilmente un moto di fastidio. La campagna vaccinale purtroppo va male, con provvedimenti contraddittori e attuazioni sul territorio ancora più caotiche.

La gaffe del presidente del Consiglio Mario Draghi nell’ultima conferenza, quando stigmatizzava l’immunizzazione di un giovane psicologo benché il suo decreto ne prevedesse l’obbligatorietà per tutti gli psicologi, è emblematica della confusione che domina questa fase.

All’inizio dell’anno la partenza era stata fulminea tant’é che  eravamo i primi in Europa per tasso di vaccinazione di operatori sanitari e degenti di Rsa. Poi la situazione è andata peggiorando. Non si è nemmeno rimediato alla cacofonia tra governo centrale e regioni, protagoniste di alzate di testa improvvide come la richiesta di aprire i ristoranti alla sera proprio alla vigilia di una chiusura generalizzata, o di acquistare lotti di vaccini all’estero da mediatori definiti affidabili che poi si sono rivelati venditori del Colosseo.

Ora è il presidente della Campania Vincenzo De Luca a voler disattendere le indicazioni del mimetico Figliuolo per mettere in sicurezza operatori turistici e altre categorie produttive dopo aver finito di vaccinare fragili e ottantenni ma lasciando in coda settantenni e giù di lì.

In questa confusione che nemmeno l’autorevolezza di Draghi riesce a gestire, rischia di insinuarsi, ed esplodere, la protesta dei tanti devastati dalla crisi economico-pandemica. Le manifestazioni di questi giorni sono ancora contenute, fisiologiche rappresentazioni di un disagio sociale.

Ma nonostante la pioggia plurimiliardaria di sussidi erogati fin dal marzo scorso, basta una scintilla perché prendano fuoco i tanti covoni di paglia secca della collera. I gilet gialli nazionali sono dietro l’angolo. Per fermarli serve offrire una prospettiva e un sostegno adeguato a chi ha perso tutto o quasi. Altrimenti, aprile si rivelerebbe, ancora una volta, il più crudele dei mesi: perché gli alberi morti non offrono riparo.

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