In questi giorni viene riproposta da tutti una stessa espressione: l’11 settembre ha cambiato il mondo. La perentorietà di questa affermazione lascia  perplessi. Il 9/11 – come scrivono gli americani, invertendo mese e anno rispetto agli altri paesi - ha portato a galla e/o approfondito alcune caratteristiche dell’auto-percezione e di conseguenza della politica degli Stati Uniti. Ma il crollo delle torri gemelle non ha modificato la visione del mondo e le azioni conseguenti degli altri paesi. Possiamo dire che in Italia, in Francia, in Germania - e in Russia e in Cina - possiamo dire che, dopo quella data, è “cambiato tutto”? No di certo.

Oltre i muri

Le vere cesure storiche sono altre. In primis, il crollo del muro di Berlino, il 9 novembre 1989 - il vero 9/11, per dirlo all’ europea – con  il conseguente disfacimento dell’ impero sovietico in rapida sequenza, prima con la democratizzazione dei paesi baltici e dell’Europa centro-orientale , poi con la disgregazione dell’Unione sovietica. Questo è l’evento che segna, e segnerà nella storia, un prima e un dopo.

Per più di quarant’anni, il mondo aveva vissuto la contrapposizione tra due poli ideologicamente alternativi, armati al punto da poter distruggere tutta l’umanità. La fine di quel mondo bipolare ha aperto una nuova epoca, anche se l’arroganza e la miopia occidentale non hanno consentito di consolidarla verso una maggiore integrazione.

Vent’anni fa l’America ha scoperto quanto il resto del mondo aveva sperimentato da secoli: la guerra in casa. L’inviolabilità del proprio territorio era un elemento costitutivo dell’identità politico-culturale, antropologica quasi, degli americani.

I cannoneggiamenti della marina inglese e le scorrerie delle truppe di sua Maestà durante il conflitto anglo-americano del 1812-15 non fanno parte dell’immaginario statunitense, contrariamente all’impatto che hanno avuto le contemporanee guerre napoleoniche in tutto lo spazio europeo.

L’immagine dell’ iper-potenza unica e inavvicinabile, diffusa negli anni Novanta, subì un clamoroso sfregio con il crollo delle Twin Towers.  Per gli Stati Uniti lo shock è stato devastante, complice la tremenda spettacolarità dell’attacco vissuto in diretta. Nulla è paragonabile alla potenza evocativa del World Trade Center in fiamme colpito dal secondo aereo: una sequenza riproposta infinite volte, e vista da miliardi di persone.

Le guerre che ne sono conseguite non rappresentano un unicum nella storia americana. Il 9/11 non ha” cambiato tutto”. Gli Stati Uniti sono passati dai conflitti per il “containment” del comunismo, quando inviavano le loro truppe in Corea e in Vietnam (chiedendo anche allora sostegno agli alleati, ma ricevendo risposte assai meno corali), alla “war on terror” globale. Una guerra che però è stata indirizzata su due target specifici: giustamente, verso l’Afghanistan, e, irresponsabilmente, verso l’Iraq, benché il regime sanguinario di Saddam Hussein non c’entrasse nulla con il terrorismo islamico, né tanto meno  possedesse armi di distruzione di massa.

I precedenti

L’attacco all’America del 2001 costiuisce il più efficace e clamoroso atto di guerra del fondamentalismo islamico contro l’Occidente. Ma non era stato il primo. Era il compimento di una strategia di lungo periodo che aveva radici antiche: dalla nascita della fratellanza musulmana negli anni Venti del secolo scorso, al risveglio del mondo sciita, con la cacciata dello Scià di Persia e l’instaurazione di una teocrazia in Iran nel 1979.  

Allora riprendeva la millenaria rivalità tra sunniti e sciiti e risorgeva l’idea della jihad contro gli infedeli. Se i solerti istruttori americani dei mujahidin afgani contro l’Armata rossa avessero letto i loro proclami, si sarebbero resi conto che ai primi posti campeggiava, più di trent’anni fa, la liberazione di Gerusalemme.

In questo contesto, l’11 settembre rappresenta una tappa, per quanto clamorosa, di un percorso che alcune componenti del mondo islamico hanno intrapreso da più di un secolo, a partire dalla laicizzazione dell’ex impero ottomano.

In quell’occasione, è emerso un fenomeno carsico che occuperà a lungo le nostre vite, come attestano gli attenti di Madrid, di Londra, e soprattutto di Parigi e Nizza, per citare i più clamorosi avvenuti in Occidente.

Ma sono episodi sporadici, sottolineava Manlio Graziano su Domani: più probabile morire per un fulmine che per un attentato. Le nostre vite non sono cambiate da allora: certamente sono più controllate e più sorvegliate (grazie anche alla diffusione della rete).

Piuttosto, dovremmo chiederci se non abbiamo vissuto negli ultimi due anni un tornante storico maggiore con la diffusione del Covid 19: in questo caso sì, il mondo forse non sarà più lo stesso.

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