Il 10 dicembre la Banca centrale europea annuncerà nuove misure di sostegno ai governi che hanno dovuto rimettere mano al portafoglio per fronteggiare gli effetti della seconda ondata della pandemia. È probabile che i programmi in corso di acquisti di titoli vengano ampliati e prolungati oltre la data iniziale (giugno 2021). Nei giorni scorsi è stato suggerito che la Bce potrebbe usare quest’aumento della propria potenza di fuoco per esercitare pressione sui paesi che intendono non avvalersi dei prestiti del Fondo per la Ripresa e del Mes. Ricordiamo che il vantaggio del ricorso a questi prestiti risiede nei tassi, che sono inferiori a quelli che i paesi potrebbero ottenere sui mercati. Se questi sono bassi, il vantaggio dei prestiti europei si riduce e può non essere sufficiente a controbilanciare il fatto che questi prestiti vengano con condizioni di utilizzo (e che nel caso del MES presenterebbero ulteriori problemi). Riducendo i propri acquisti, si dice, la Bce farebbe risalire i tassi di mercato e renderebbe così conveniente, se non inevitabile, il ricorso ai programmi europei. È molto improbabile, se non impossibile, che la Bce si imbarchi in un’operazione del genere.

Sepndere bene

L’ombrello della Bce rimarrà aperto su tutti i paesi della zona euro ancora a lungo. Invece di preoccuparci della sostenibilità del debito che stiamo accumulando in questi mesi, dovremmo concentrarci su come spendere i fondi presto e bene. La sostenibilità dipende più da questo che da improbabili pressioni della Bce o da improvvise perdite di fiducia dei mercati.

Ci sono tre ragioni per dubitare che la Bce userà i propri programmi di acquisti per interferire nelle scelte di finanziamento degli Stati europei. La prima ragione è tecnica. Fin dal 2015 gli acquisti di titoli di ogni paese sono stati proporzionali alle cosiddette capital keys, le quote di capitale nell’istituto di Francoforte, a loro volta legate a popolazione e Pil. Questa proporzionalità (autoimposta) è stata il prezzo da pagare per evitare che gli acquisti si concentrassero sui titoli dei paesi “dissoluti” del Sud che avrebbero così potuto scaricare sugli altri, tramite la Bce, il proprio debito.

Quando a marzo è stato introdotto il nuovo programma di contrasto alla pandemia (il Pepp) la Bce ha rilassato le capital keys, in modo da poter inizialmente concentrare gli acquisti sul debito dei paesi soggetti a pressioni dei mercati e tenere gli spread sotto controllo.

Tuttavia, anche in questo caso, la Bce non si è tenuta le mani legate, essendo la flessibilità solo temporanea: in un secondo momento gli acquisti dovranno essere ribilanciati per poter rispettare la proporzionalità a fine programma. Decidere ora di allontanarsi dalle capital keys per fare pressioni sui paesi che non vogliono i prestiti europei incontrerebbe quindi l’opposizione in primo luogo dei cosiddetti frugali, che da esse si sentono tutelati.

Le alternative alla Bce

La seconda ragione, legata alla prima, è economica. Contrariamente a quanto molti credono, oggi la Bce non è centrale per assorbire il debito. La crisi ha generato un’enorme massa di risparmio che, vista l’incertezza economica, si è riversata sul debito pubblico di tutti i paesi.

Solo nelle aste del mese di ottobre, l’Italia ha piazzato debito per circa 33 miliardi di euro a fronte di una domanda dei mercati per più di 55 miliardi (a tassi vicini allo zero). Certo, l’ombrello della Bce ha contribuito a rendere sicuro e quindi attraente il debito pubblico, ma non è certo l’unico fattore: l’abbondanza di risparmi è sempre più una caratteristica (e un problema) delle nostre economie.

Infine, ci sono ragioni politiche, che riassumono tutte le altre. Fin dal 2012 la Bce ha fatto fatica a convincere i mercati della propria credibilità nel sostenere la crescita e tenere l’inflazione vicino al suo obiettivo.  È stata invece molto efficace nel frenare la speculazione.

Fin dal discorso del 2012 con cui Mario Draghi fermò la fuga dal debito di Spagna e Italia, è bastata la certezza che la Bce fosse pronta a qualunque cosa per impedire attacchi speculativi per tenere a bada i mercati, rendere appetibile il debito pubblico, ridurre gli spread.

Anche il programma Pepp, dopo qualche massiccio acquisto iniziale, si è stabilizzato su flussi limitati e la proporzionalità è già quasi ristabilita. È allora alquanto implausibile che la Bce faccia deliberatamente ripartire gli spread e l’incertezza sui mercati, sperperando un capitale di credibilità faticosamente acquisito, solo per dare una spintarella a paesi che esitano a domandare i prestiti dei programmi europei.

L’ombrello della Bce è destinato a rimanere aperto ancora a lungo e contribuirà, insieme alla massa di risparmi in cerca di collocazione, a rendere appetibile il debito pubblico anche di paesi come il nostro. Occorre quindi preoccuparsi meno di come si finanzia (e si ripaga) il debito pubblico, e concentrare l’attenzione sull’utilizzo delle risorse.

In Italia, come in altri paesi, occorre investire con efficienza su infrastrutture materiali e immateriali che consentano di incamminarsi su di un sentiero di crescita sostenibile e sostenuta. Dopotutto, un’economia in buona salute è la migliore garanzia di sostenibilità del debito pubblico.

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