Come previsto, la Bce non ha ridotto i tassi d’interesse, riservandosi di farlo prossimamente, forse a fine giugno. Il quadro è chiaro: sono contrari i falchi nordici, favorevoli le colombe del Sud.

Fuori dal palazzo di Francoforte si leva l’invocazione: abbassate i tassi, altrimenti le banche soffrono sotto il peso dei crediti deteriorati, le imprese non investono più, il Pil crolla, gli Stati più indebitati schiacciati dagli interessi passivi (da rifinanziare, non da pagare) sconvolgono i mercati. Le crisi finanziarie si sa come cominciano, non dove vanno a finire; l’elenco dei disastri attribuibili ai tassi alti può continuare a lungo.

Ma essi oggi sono davvero troppo alti? Certo, sì, se raffrontati coi tassi a zero o negativi cui la Bce fu costretta dagli eventi del tribolato quindicennio trascorso, fra la crisi del 2007-2008, i suoi postumi, la pandemia. Lo sono meno o non lo sono proprio in una prospettiva di lungo periodo, allargando il campo d’osservazione dai mercati finanziari all’economia tutta.

Il pressing dei mercati

Sono proprio loro, i mercati finanziari, gli assai vocali sponsor dei tassi bassi. Per la precisione essi adorano i tassi quando calano, perché generano guadagni in linea capitale per chi investe in azioni o obbligazioni. Se proprio non possono avere tassi in calo, i mercati chiedono almeno che essi restino bassi il più a lungo possibile. Ciò consentirà agli investitori di aumentare i profitti, grazie all’utilizzo della leva finanziaria che riduce l’importo di capitale necessario: alla fine il guadagno, in relazione al capitale realmente sborsato, sarà maggiore.

Per John Maynard Keynes – un grande politico prima ancora che un grande economista – scopo dell’attività economica era il pieno utilizzo dei fattori di produzione, in primis il lavoro.

A questo serviva manovrare i tassi, non ad arricchire i mercati e chi vi opera. E al mercato spettava anche ottenere, e mantenere, l’equilibrio fra risparmi e investimenti.

Gli operatori di mercato sfruttano la naturale avversione ai tassi alti dei grandi debitori, anzitutto gli Stati. Come i furbetti s’incollano alle ambulanze che chiedono strada nel traffico cittadino, essi si fanno scudo dell’interesse degli Stati. È una coalizione potente, che sfregia il nome di Keynes in nome di una non virtuosa alleanza.

L’evoluzione dell’economia Usa, e in minor misura dell’eurozona, minaccia però tale coalizione. Negli Usa, col tasso dei fondi federali al 5,25, la disoccupazione è ai minimi storici, l’economia cresce robusta. È davvero necessario ridurre i tassi? I mercati li vogliono bassi, ma ciò porta a finanziare progetti da non finanziare perché azzardati o sorretti da insufficienti mezzi propri.

Prospettive

La situazione nell’eurozona è meno spumeggiante, ma anche qui l’attività riprende su buoni livelli, pare anche in Germania, seminando dubbi sulla necessità di tassi ridotti. Come i mercati, li amano i governi che, dormendo su inesistenti allori, sempre rinviano l’aggiustamento. Non gli arcigni vicini settentrionali ci impongono di affrontarlo risolutamente, ma il nostro interesse.

La Bce potrebbe abbassare un po’ dall’attuale 4,5 per cento il tasso a breve; con l’inflazione al 2 per cento, questo può attestarsi sul 4 per cento senza gravi danni, anzi con salutari effetti di selezione, evitando di bruciare capitali in iniziative sbagliate. La curva implicita dei tassi a 10 anni, sotto il 3 per cento, indica cosa vogliono i mercati, e preoccupa.

Un tasso intorno al 4 per cento manterrebbe spazi di riduzione, inesistenti su livelli più bassi, utili a rilanciare l’economia se tendesse alla recessione.

Scelte monetarie più severe potrebbero infine rafforzare negozialmente gli Stati del Sud nella richiesta che gli enormi investimenti legati alle sfide attuali – energetica, climatica, militare ecc. – siano sostenuti da una Ue dotata di adeguato bilancio: sui beni pubblici europei giustamente battono Marco Buti e Marcello Messori.

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