I sovranisti e i liberisti italiani partono da una stessa premessa sull’Europa: che sia immutabile. Dobbiamo prenderla così com’è, definita sostanzialmente negli anni Novanta, in una cornice neo-liberale: sì all’unione monetaria ma non a quella di bilancio, rifiuto di politiche espansive per sostenere la crescita e ancor più di politiche redistributive, peso prevalente degli stati sulle istituzioni comuni. In Italia sia la destra (e la sinistra) sovranista, avversaria della Ue, sia l’area di centro liberale, sostenitrice, pensano che cercare di riformare questo assetto sia vano, velleitario e, per il nostro paese (secondo i liberali), addirittura controproducente. Meglio non provarci nemmeno.

C’è rassegnazione e provincialismo in questa visione, e questo la dice lunga sull’inadeguatezza delle classi dirigenti liberali che abbiamo da noi (dai sovranisti, per definizione, non c’è da spettarsi molto in termini di visione globale).

Chi vuole cambiare l’Europa

La sfida dei progressisti, dei riformisti, invece è cambiare l’Europa. È una sfida appena iniziata, certo, tutt’altro che scontata. Ma è una sfida che ha già colto dei successi importanti. Ed è una sfida oggi condivisa anche da pezzi importanti delle classi dirigenti liberali europee. Dal presidente francese Emmanuel Macron, per esempio, che di recente ha anche riconosciuto i limiti dell’ideologia neo-liberale (quelli, davvero enormi, sulla questione ambientale).

Dalla presidente della Bce Christine Lagarde, che ha invitato i politici a considerare di rendere definitivo l’indebitamento comune, vale a dire gli eurobond avviati con il Recovery Fund (quelli che invece i nostri liberali consideravano velleitari).

Il presidente del parlamento europeo, David Sassoli, in un’intervista a Repubblica ha ripreso questa proposta e vi ha aggiunto un altro tema fondamentale: superare il diritto di veto dei singoli stati (ne vediamo proprio in questi giorni gli esiti nefasti, con la minaccia di Polonia e Ungheria di bloccare il Recovery Fund).

Sassoli ha aggiunto che bisogna proseguire sulla strada dell’integrazione fiscale, della cessione di sovranità dagli stati alle istituzioni comuni (la Commissione, il Parlamento), fra l’altro anche per finanziare la sanità pubblica. Ha proposto più Europa.

Eppure da noi tutto questo è passato in secondo piano. Ci si è concentrati sulla questione della cancellazione dei debiti da Covid, peraltro pure letta con lenti esclusivamente italiane. Nell’intervista, Sassoli ha definito questa proposta «una ipotesi di lavoro interessante, da conciliare con il principio cardine della sostenibilità del debito».

Questo principio vuol dire, per intenderci, che l’Italia deve continuare a porsi un problema fondamentale: crescere a un tasso maggiore del costo del debito. Cioè il problema della nostra bassa crescita, che non dipende certo dall’euro, e si risolve con misure che sono tutte nazionali.

Riformare i trattati

È evidente che la visione sovranista qui non c’entra nulla. Peraltro Sassoli faceva un discorso generale, che riguardava tutti gli stati che si sono indebitati per via del Covid (spoiler: c’è anche la Germania). Un aumento dell’indebitamento così straordinario – su scala mondiale, come già notava Mario Draghi – potrà richiedere in futuro, quando la situazione si sarà assestata, soluzioni altrettanto eccezionali, per evitare che ne paghino il conto le generazioni future (di nuovo: di tutti i paesi ).

Come peraltro è avvenuto altre volte nella storia: si pensi ai debiti sia della prima che della seconda guerra mondiale. In futuro si potrà pensare a un’operazione che riguardi una parte dei titoli detenuti dalla Bce, come dalle altre principali banche centrali del mondo. Ma questo verrà valutato a tempo debito, quando saremo usciti dalla crisi.

La sfida oggi è la riforma dei trattati, per eliminare il diritto di veto dei singoli stati e procedere verso l’unione fiscale e politiche espansive; è rendere strutturali (non occasionali, come con il Recovery Fund) una politica di bilancio comune e gli eurobond. Si tratta cioè di consolidare e ampliare la svolta avvenuta in questi mesi. Siamo a un passaggio storico.

I progressisti e i riformisti devono lottare per questa possibilità in Europa e in aggiunta, in Italia, impegnarsi per quei cambiamenti di cui il Paese ha bisogno (pubblica amministrazione e giustizia, istruzione e ricerca, fisco e inclusione sociale, innovazione delle imprese) per poter tornare a crescere. E in questo modo rendere più facile anche il cambiamento in Europa.

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