«La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale», recita l'articolo 139 della Costituzione che domani festeggia i 76 anni, essendo entrata in vigore il primo gennaio 1948. Si può interpretare la disposizione in senso restrittivo, letterale: dalla Repubblica non si torna indietro, non ci sarà la restaurazione di una monarchia, non almeno con la procedura di revisione stabilita dall'articolo 138 della stessa Costituzione».

«Oppure chiedersi cosa sia nel concreto la forma repubblicana, come si sia definita in questi quasi ottanta anni di vita democratica, sia dal punto di vista giuridico che storico. Nei primi cinquant'anni di vita era chiaro cosa fosse: una Repubblica parlamentare fondata sui partiti che si organizzavano per rappresentare gli elettori con una legge elettorale proporzionale, senza premi e senza sbarramenti, senza patti prima del voto: una proporzionale pura, tanti voti tanti seggi, mani libere nella formazione delle maggioranze, con il confine stabilito dalla guerra fredda verso il Pci. Gli anni iniziali della Repubblica, tra il 1946 e il 1950, ha scritto lo storico Umberto Gentiloni (in Storia della Italia contemporanea 1943-2019, Il Mulino), sono stati quelli della doppia costituente, di un doppio patto. Sul piano nazionale quello repubblicano, democratico e anti-fascista della Costituzione, sul piano internazionale quello europeo e atlantico, che poi nel corso dei decenni si sono più volte ridefiniti «in mare aperto, in modi inediti e imprevedibili», ma restando ancorati alle basi iniziali.

Il patto che vacilla

Nel gennaio 1994, trent'anni fa, il patto nazionale è sembrato venire meno, quando il partito fino a quel momento architrave del sistema politico, la Democrazia cristiana, ha chiuso i battenti per diventare Partito popolare italiano, quando il presidente della Repubblica, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, ha sciolto anticipatamente le Camere per consentire il voto con una nuova legge elettorale firmata dall'attuale capo dello Stato Sergio Mattarella, il Mattarellum, con una netta prevalenza dei collegi uninominali maggioritari, quando è nato un nuovo rassemblement guidato dall'imprenditore Silvio Berlusconi, in campo con Forza Italia.

Il patto del dopoguerra sembrava vacillare anche sul piano internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino l'ex mondo sovietico era inesorabilmente attratto dal vincitore occidentale, Russia compresa, l'Europa si avviava verso l'unione economica e monetaria. A fine 2023 sono scomparsi due protagonisti di quella stagione, il francese Jacques Delors e il tedesco Wolfgang Schäuble.

Il sistema politico italiano ha vacillato, ma nonostante l'immagine giornalistica della Seconda Repubblica la Costituzione italiana ha retto all'urto, la forma repubblicana si è rivelata più forte del berlusconismo, nonostante mille contraddizioni. Il processo di integrazione europea è andato avanti secondo le regole stabilite dai padri fondatori.

Oggi anche questo ciclo più breve sta arrivando a conclusione. Non perdiamoci in dettagli, è questa la posta in gioco che unisce il progetto di riforma costituzionale del governo Meloni sul piano interno e l'ambizione di interrompere il sogno di un'Europa democratica per tornare all'antica Europa delle Nazioni, divisa, debole e perdente. La riforma costituzionale si presenta come minimale, solo quattro articoli modificati, ma ha l'ambizione di revisionare in profondità la forma repubblicana, così come l'abbiamo conosciuta, con l'aggravante di non dichiararlo apertamente.

Questionare sui singoli aspetti, senza alzare l'attenzione politica, significa perseverare negli errori del passato, la frenesia di partecipare a un cambiamento egemonizzato da altri. Il centrosinistra approvò la riforma del titolo V nell'ultima seduta parlamentare della legislatura 1996-2001, creando le premesse di uno sconquasso istituzionale, per inseguire la Lega sul suo terreno.

Nel 2019 il Pd ha votato in quarta lettura il taglio dei parlamentari, una resa incondizionata all'antipolitica, in ossequio all'alleanza di governo con Giuseppe Conte e con il Movimento 5 Stelle. Il 2024 non è anno di cedimenti, ma serve sul piano politico un progetto, in Italia e in Europa, di segno esattamente opposto a quello propagandato dal governo Meloni.

Quirinale in silenzio

Sul piano istituzionale ha finora taciuto l'arbitro che abita al Quirinale, neppure una parola sulle riforme, il silenzio continuerà anche stasera, quando Sergio Mattarella parlerà agli italiani. Un silenzio che appare rispettoso dell'autonomia e delle prerogative delle forze politiche, ma è anche una sospensione di giudizio, un'attesa, forse preoccupata.

Perché la sfida toccherebbe anche il presidente, la persona di Mattarella e il suo ufficio, se venissero oggettivamente indeboliti i poteri del capo dello Stato. Perché tutto può essere messo in discussione, ma non la forma repubblicana, la storica forma repubblicana assunta negli anni della Costituzione, di cui l'inquilino del Quirinale è il supremo garante.

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