Caro direttore, ho letto con interesse il suo scambio epistolare con l’onorevole Stefano Fassina sull’utilizzo del fondo Mes per finanziare le spese sanitarie che il paese deve affrontare nel corso dell’emergenza.

Su un punto di fondo, Fassina ha ragione: la decisione è in fin dei conti puramente politica. Come egli stesso riconosce, «il Mes sanitario non ha condizionalità all’accesso e gode, in quanto creditore privilegiato, di tassi d’interesse inferiori al Btp di medesima durata».

Il risparmio per il contribuente italiano sarebbe di circa 350 milioni di euro all’anno, oltre 4 miliardi in dieci anni. Sulla base della convenienza economica, non ci sono dubbi. Le obiezioni tecniche all’utilizzo del Mes non stanno in piedi.

I soldi non si creano dal nulla

Per esaminarne rapidamente alcune, la tesi secondo cui le risorse per la sanità sarebbero già disponibili sul conto corrente di tesoreria non tiene conto del fatto che tali fondi non sono li per caso, ma sono stati ottenuti attraverso l’emissione di titoli di stato sul mercato, sui quali si pagano interessi, più alti di quelli del Mes sanitario.

Nemmeno la tesi per cui comunque «possiamo collocare i Btp a tassi negativi» è rilevante, perché non si applica ai titoli a 10 anni, che è la scadenza dei prestiti del Mes sanitario.

Finanziare le spese sanitarie per far fronte all’emergenza con titoli a scadenze brevi comporterebbe un rischio di mercato elevato. Per questo motivo la scadenza media del debito italiano è di circa 8 anni.

Un terzo argomento, utilizzato sovente dai No-Mes, è che il costo effettivo del nostro debito sarebbe in realtà pari a zero, perché i titoli di stato italiani vengono comprati dalla Bce, nell’ambito della sua politica di quantitative easing, e gli interessi vengono retrocessi al governo.

Si tratta di un ragionamento sbagliato, perché la quantità di titoli acquistati dalla Bce viene decisa indipendentemente dalla scelta dell’Italia di aderire o meno al Mes e dell’ammontare di debito emesso. In altre parole, se l’Italia facesse ricorso al Mes, la Bce acquisterebbe comunque la stessa quantità di Btp previamente decisa.

I risparmi del Mes si aggiungerebbero a quelli ottenuti attraverso l’intervento della Bce.

Il quarto argomento usato contro il Mes sanitario deriva dal suo status di creditore privilegiato, per cui in caso di default o di ristrutturazione del debito italiano quei fondi andrebbero restituiti prima degli altri, creando un rischio maggiore per i titoli di stato emessi sul mercato.

Non c’è alcuna evidenza empirica di tale problema, anche perché i 37 miliardi del Mes sanitario (come i 28 miliardi del Sure) sono una goccia rispetto ai 2.600 miliardi di debito pubblico complessivo. Nel malaugurato caso di ristrutturazione del debito, i problemi per gli investitori privati sarebbero ben altri.

Un ultimo argomento è quello del cosiddetto stigma, per cui un ricorso al Mes sanitario rappresenterebbe un segnale negativo ai mercati finanziari, determinando un aumento dei tassi d’interesse sui titoli di stato.

Questo argomento non si basa su alcuna evidenza empirica (sarebbe forse utile sentire in proposito qualche investitore finanziario!).

E’ peraltro contraddetto dal fatto che l’accordo del Consiglio europeo di metà maggio, che ha dato il via libera al Mes, Sure e Recovery Fund, è stato ben accolto dai mercati finanziari, come dimostra la riduzione dello spread di oltre 100 punti nei mesi successivi.

Se le obiezioni tecniche non reggono, la questione rimane dunque prevalentemente politica.

Vincolo esterno?

Il problema politico di un eventuale ricorso al Mes sanitario, secondo Fassina, riguarda l’imposizione di un vincolo esterno alla sovranità dell’Italia.

Se l’Italia aderisse al Mes e dopo qualche anno si trovasse in difficoltà, e dovesse far fronte ad una possibile ristrutturazione del debito, gli verrebbe imposta una condizionalità ex-post, con un programma di aggiustamento draconiano mirato ad «assicurare democrazia liberale, primato assoluto del mercato, sudditanza del lavoro e governi affidabili e minimamente efficienti all'Italia». 

Il Trattato del Mes prevede infatti che i paesi che vi fanno ricorso siano soggetti a una «sorveglianza rafforzata».

Il ragionamento è sbagliato. La sorveglianza rafforzata è prevista dal trattato europeo cosiddetto Two Pack, che si applica ai paesi europei indipendentemente dal fatto che abbiano o meno fatto ricorso al Mes. Il ricorso al Mes non fa alcuna differenza. Questo aspetto è stato chiarito in varie pubblicazioni, ad esempio dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Sarebbe forse utile rileggerli.

Le vere ragioni politiche

Se questa motivazione politica contro il Mes sanitario non regge, forse ce ne sono altre, più nascoste.

Una prima motivazione riguarda il costo reputazionale che subisce una forza politica quando cambia posizione.

Vari partiti si erano opposti in passato al Mes, come fanno ora ad accettare il Mes sanitario, anche se è vantaggioso per il paese?

In realtà, grazie al negoziato portato avanti dal governo italiano, il Mes sanitario varato nella primavera scorsa è totalmente diverso dal Mes che aveva operato in passato.

Ci vuole tuttavia autorevolezza e leadership per spiegare la differenza ai propri elettori; come ricordava Keynes “quando i fatti cambiano, io cambio opinione, e lei?».

C’è da chiedersi se in realtà non ci siano motivazioni politiche più profonde dietro al No-Mes.

È interessante al riguardo la tesi, sostenuta da Fassina, per cui i problemi del sistema sanitario italiano - come le file per i tamponi e i numeri limitati di letti per le terapie intensive - non derivino dalla scarsità di fondi ma da problemi burocratici (per esempio i tempi di programmazione e realizzazione di strutture e servizi). In sintesi, la colpa sarebbe della burocrazia, perché «sin dall’inizio della Pandemia, il ministro della Salute Roberto Speranza ha ottenuto per il Servizio Sanitario Nazionale tutti i finanziamenti richiesti».

Si tratta di una tesi alquanto sorprendente. A sorprendere non è tanto la pratica, comune in politica, di scaricare sui dipendenti pubblici le responsabilità di qualsiasi malfunzionamento.

Sorprende piuttosto il fatto che il ministro Speranza aveva dichiarato già da questa estate esattamente l’opposto: «Per la sanità sono necessari almeno 20 miliardi. Va bene anche il Mes o qualunque altro strumento, l’importante è avere le risorse».

Non sembra che il suo appello sia stato pienamente ascoltato, visto gli stanziamenti recenti. Non è che la contrarietà nei confronti del Mes sanitario nasca piuttosto dal timore di non riuscire a spendere tutti quei soldi in sanità, senza esserne pienamente capaci? Oppure dal timore di dare troppe risorse a un solo dicastero, squilibrando i rapporti politici all’interno della maggioranza?

In conclusione, l’Italia non sembra al momento voler correre il rischio di essere l’unico paese a far richiesta dei fondi Mes sanitari, sebbene sia quello che ne trarrebbe il maggior vantaggio economico.

L’accesso al Mes potrebbe eventualmente essere considerato se qualche altro paese si facesse avanti, insieme a noi.

Se così fosse, meriterebbe qualche riflessione sulla presunta idea di sovranità. 

Cordialmente,

Lorenzo Bini Smaghi

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