Premierato è la traduzione italiana di premiership, governo del primo ministro. Tecnicamente, è la variante delle democrazie parlamentari nata in Inghilterra e dagli inglesi diffusa ovunque andavano. Per molte buone ragioni, gli americani decisero di scegliere diversamente e costruirono la prima, non necessariamente la migliore (gli innovatori corrono sempre dei rischi), repubblica presidenziale.

Quando cominciarono a votare, nei sistemi politici derivanti da quella che chiamo la diaspora anglosassone, decisero tutti di utilizzare il sistema elettorale inglese: maggioritario a turno unico in collegi uninominali, con qualche variazione in Australia, con piccolo ritocco proporzionale trent’anni fa in Nuova Zelanda, quasi integrale in Canada.

Tutti questi paesi sono democrazie parlamentari in cui il governo è guidato dal capo del partito che ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi diventando automaticamente primo ministro. Esiste la possibilità che il suo stesso partito lo sostituisca e che il nuovo capo partito gli subentri, prassi che non desta scandalo alcuno, come primo ministro.

Nel Regno Unito, i casi recenti sono numerosi, ma i conservatori procedettero a più di una sostituzione già negli anni Cinquanta del secolo scorso e nel 1990 con Margaret Thatcher. Un paio di volte anche i laburisti agirono allo stesso modo, persino sostituendo Tony Blair (2007). La flessibilità/adattabilità delle democrazie parlamentari è il loro punto di forza. L’elezione popolare diretta non ha nulla a che vedere con il governo del primo ministro, con il premierato, e neppure con il parlamentarismo.

Gli errori italiani

Poco e male informato sugli elementi costitutivi delle forme di governo, il dibattito italiano combina intenti manipolatori con errori grossolani. Per respingere il premierato, Luciano Violante, ex presidente della Camera dei deputati (1996-2001), afferma che «il modello è superato e si rischia l’instabilità».

Più semplicemente, il “modello” non esiste. Quanto all’instabilità, non mi pare il rischio maggiore che è, piuttosto, quello dell’immobilismo politico e decisionale di un primo ministro che “ricatta” la sua stessa maggioranza per non farsi sostituire minacciando lo scioglimento del parlamento, poiché questo potere non sarà più nella disponibilità del presidente della Repubblica.

Perso il potere di nomina del primo ministro, eletto direttamente dal popolo, ma anche del suo eventuale successore scelto fra i parlamentari della stessa maggioranza, al presidente rimarranno molti poteri, ha dichiarato qualche tempo fa a RaiNews 24 Sabino Cassese, a cominciare da quello, art. 87, di rappresentare “l’unità nazionale”.

Non sono sicuro che questa rappresentanza possa configurarsi come potere, forse, meglio, è un dovere, un compito, una funzione, e che possa indennizzarlo della sottrazione dei due poteri istituzionali con i quali Scalfaro, Napolitano, Mattarella hanno significativamente contribuito a fare la storia d’Italia dal 1992 ad oggi.

Elezione diretta

Dettagli. «L’importante», dice il capogruppo di FI al Senato Maurizio Gasparri, è che ci sia «una presenza diretta e incisiva degli elettori nelle scelte fondamentali della vita della Repubblica». Magari, non sono il solo a pensarlo, facendo leva su una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare per i parlamentari.

La conclusione di Gasparri è lapidaria e inquietante: «La vera democrazia è l’elezione diretta del premier». Sconcerto e panico non soltanto nell’Europa patria delle democrazie parlamentari che ritengono che democrazia è diritti civili, politici, sociali più separazione dei poteri, freni e contrappesi, accountability (responsabilizzazione), ma che non riesce a trovare nessun testo a conforto della affermazione gasparriana. Meno che mai rovistando, come è sempre consigliabile, nei classici italiani della democrazia scritti da Norberto Bobbio e da Giovanni Sartori.

Elezione popolare diretta sia, afferma in un molto lungo, molto pensoso, molto arrembante articolo Antonio Polito, editorialista di punta del Corriere della Sera. Però, è assolutamente indispensabile che l’elezione del premier «non sia finta e preveda [richieda? Imponga?] la maggioranza assoluta»: 50 per cento più uno.

«Si può scegliere la formula con cui questo avviene [mi incuriosisce molto l’eventuale esistenza di più formule, vorrei saperne di più], ma dal presidente degli Stati Uniti a quello francese, fino al sindaco di Varese o [perché o? precisamente e] di Catanzaro, sempre di un ballottaggio si tratta».

Concordo pienamente sulla richiesta di ballottaggio, che, peraltro, il centrodestra vorrebbe addirittura eliminare come formula per eleggere i sindaci, ma negli Stati Uniti no, proprio non c’è nessun ballottaggio. Peggio, nel 2000 George W. Bush vinse con 500mila voti meno di Al Gore e nel 2016 Hillary Clinton perse con 3 milioni di voti più di Donald Trump.

Modelli

Comunque, Polito ha dovuto riferirsi, seppure sbagliando clamorosamente l’esempio, al presidenzialismo Usa e al semi-presidenzialismo francese, che sono decisamente, significativamente, assolutamente due modelli (questi sì) di governo distinti e distanti. Il semi-presidenzialismo non è affatto presidenzialismo a metà (titolo del libro di Michele Marchi, il Mulino 2023, sottotitolo Modello francese, passione italiana). Non è neanche qualcosa di più del parlamentarismo. È una forma/modello di governo a sé stante. Che funziona in un buon numero di democrazie, non solo europee.

Quanto al presidenzialismo, non solo nella versione Usa, il suo principio fondante è simul stabunt (sed numquam cadent): il presidente non può sciogliere neppure il più riottoso e nocivo dei congressi e mai il congresso può sfiduciare e cacciare il più incapace e pericoloso dei presidenti tranne che con la difficoltosissima procedura dell’impeachment. Sono costretti a convivere, qualche volta è governo diviso e stallo, non decisionismo possente, come ritengono troppi presidenzialisti e antipresidenzialisti italiani.

Il premierato dello stivale non esiste. La proposta non è emendabile. Deve essere respinto senza mercanteggiamenti né sopra né sotto banco. Rafforzare il capo del governo senza snaturare la democrazia parlamentare italiana è possibile con la semplice introduzione del voto di sfiducia costruttivo.

Un surrogato risibile

Sembra che alcuni esponenti del PD, che appoggiarono pancia a terra le confuse riforme costituzionali del renzismo maramaldeggiante, abbiano scoperto oggi il voto di sfiducia costruttivo, che nel 2016 non seppero/osarono suggerire a Renzi.

Il più manovriero di loro, l’ex-parlamentare Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale ha (nella newsletter del Mulino dell’8 gennaio 2024) arruolato a sostegno di una qualche riforma nel solco del premierato un quartetto di cattolici, nessuno dei quali può replicare: Dossetti, Moro, Elia, Scoppola. Però, è noto che tutti aborrivano l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo. Tutti avrebbero trovato risibile il surrogato consistente nello scrivere sulla scheda il nome del candidato presidente del Consiglio: mediocre escamotage di personalizzazione della politica, déjà vu.

I minipremieratisti ripudiano l’elezione popolare diretta del primo ministro e chiedono l’indicazione vincolante sulla scheda del nome del candidato al quale, diventato capo del governo, vogliono attribuire poteri di tipo “europeo”: fiducia, sfiducia, indizione di elezioni anticipate, nomine e revoca dei ministri.

Senza sapere come questi poteri saranno delineati in pratica, fiducia e sfiducia sono poteri del parlamento, è impossibile dare una valutazione. Certo è che verrà ridimensionato il ruolo del presidente della Repubblica fino a farne una figura cerimoniale. Non mi sento neanche di concludere con l’invito a provare ancora.

Ci hanno già provato con il disegno di legge costituzionale “Norme per la stabilizzazione della forma di governo intorno al Primo Ministro e per il riconoscimento di uno Statuto dell’opposizione” (Tonini, Morando et al, 31 luglio 2002). Cambino strada, e con loro, sperabilmente, tutte le sparse, ma non scomparse, opposizioni.

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