Quanto tempo è passato dal 14 febbraio 1945! Quel giorno, a bordo dell'incrociatore Quincy della US Navy  nel Canale di Suez,  il monarca saudita Ibn Saud e il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, sancivano un patto destinato a mutare la storia del Medioriente e non solo.

Per Roosevelt, di ritorno da Yalta, l’accordo rientrava in un preciso disegno di contenimento dell’Urss, uscita vincitrice della seconda guerra mondiale e  ormai prossimo competitore strategico .

Se a Turchia e Iran era affidata la  pressione ai confini del gigante sovietico, all’Arabia Saudita spettava  fornire  petrolio a un’America già energivora e ormai proiettata a costruire un  impero mondiale.

Una tela, quella a stelle e strisce,  intessuta già da anni: già nel 1933 la Standard Oil Company of California (Socal), progenitrice dell’Aramco, aveva ottenuto  la concessione per cercare  il petrolio  che comincia a scorrere cinque anni dopo nel Regno.

E,  nel 1943, con scandalo di molti al Congresso, l’Arabia Saudita veniva inserita  tra i  beneficiari dalla legge “affitti e prestiti”, che consentiva di vendere, prestare, affittare,  materiali  a qualsiasi  paese la cui difesa fosse ritenuta “vitale”  per gli Stati Uniti. 

Quanto a Riad, in cambio della magnanimità petrolifera, avrebbe goduto di una duratura protezione militare e di una certa licenza di comportamenti politici, anche contraddittori, finalizzati  a far durare l’alleanza  nel tempo.

   

Un nuovo mondo

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Si, è davvero lontano il tempo che vedeva Ibn Saud e Roosevelt navigare insieme lungo i Laghi amari.  Ottant’anni dopo,  i rapporti tra il principe Mohammed Bin Salman e Joe Biden, sono assai diversi  da quelli dei loro illustri predecessori.

Nel nuovo secolo le relazioni tra sauditi e americani hanno subito importanti cambiamenti. Alcuni passaggi marcano questo distacco. A partire dall’11 settembre 2001, con  la constatazione di Washington che non solo gli alleati  sauditi non riuscivano a controllare l’espandersi dell’ideologia islamista radicale  ma anche che la famiglia reale saudita chiudeva gli occhi sull’attività di talune frange religiose legate al potere per evitare di perdere legittimità.

Il timore che il regime change teorizzato dai neoconservatori toccasse anche l’Arabia saudita ha fatto tremare a lungo Riad, che ha  tirato un sospiro di sollievo solo quando George W. Bush ha invaso l’Iraq nel 2003.

Un tassello ben più decisivo in questa spiazzante rivoluzione delle percezioni è  stata la scelta dell’amministrazione Obama, del quale Biden era il vice,  di firmare il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare con l’Iran, storico nemico  dell’Arabia Saudita . 

Ciò che i sauditi non hanno digerito in quella circostanza è che , con quella scelta, Washington abbia  rimesso  in gioco Teheran, legittimando , di fatto, le sue ambizioni di  potenza regionale.

Complice anche la crisi siriana, dove  gli Usa hanno lasciato spazio alla Russia di Putin e agli iraniani, che hanno messo “ gli stivali sul terreno” per contrastare l’Isis. Decisione che ha portato alla marginalizzazione dello schieramento ostile a Assad sul quale i sauditi avevano investito.

Un terzo momento di crisi  è stato il cordone sanitario stretto dalla democrazia americana  attorno a Mohammed Bin Salman dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khasoggi,  ordinato, secondo la Cia,  dallo stesso  uomo forte del regime saudita.

Solo le tensioni internazionali sorte con la guerra in Ucraina hanno condotto Biden a Riad nell’estate del 2022. 

La necessità di mantenere bassi i prezzi del petrolio, lo hanno indotto, su pressione dell’ala più realista e meno wilsoniana dell’amministrazione, a interrompere l’isolamento saudita. Nell’intento di attutire l’imbarazzo  per la visita, il presidente americano ha cercato di di valorizzare i risultati della missione, annunciando di aver ottenuto un’aumento della produzione petrolifera saudita: 750 mila barili al giorno. In realtà, l’intesa ha prodotto risultati soltanto a luglio e ad agosto.

La “fist-bump diplomacy”, la “diplomazia del saluto col pugno”, destinata a  segnare la distanza con un interlocutore obbligato al quale non si vuole stringere nemmeno la mano, si è rivelata assai effimera.

 La provocazione 

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Già nel vertice dell’ottobre 2022, l’Opec ha tagliato la produzione di due milioni di barili al giorno, con l’obiettivo di mantenere elevato il prezzo del greggio. Una scelta che ha avvantaggiato oltre che i sauditi, anche i russi e gli iraniani, nemici di Washington.

Biden ne è rimasto molto contrariato: ha tolto dall’isolamento Mohammed Bin Salma e si ritrova ripagato con una sorta di legge di Gresham in chiave politica: la moneta cattiva ha scacciato ancora una volta quella buona. 

Con l’avallo saudita, il prezzo del petrolio ha smesso di diminuire, favorendo il Cremlino, alla ricerca disperata di valuta per finanziare la guerra , e i suoi alleati iraniani,  penalizzando, invece, i paesi europei, chiamati a allinearsi agli Usa  anche  con  la promessa americana di esercitare una certa influenza moderatrice sugli alleati produttori di petrolio.

Una decisione che rende , oltretutto, meno efficace l’ embargo economico nei confronti della Russia e il tetto al prezzo del petrolio imposto dall’Unione Europea per colpire Mosca.

E arriviamo al 3 aprile 2023, con la scelta dell’Opec+ – il cartello dei paesi produttori sotto l’influenza dell’Arabia saudita e che include la Russia–  di diminuire ulteriormente la produzione,  da maggio sino alla fine dell’anno,  di 1,66 milioni di barili al giorno, della quale si faranno carico principalmente l’Arabia Saudita (500 mila),  gli altri paesi del Golfo, oltre che l’Iraq. Tagli che si aggiungono a quello di  500 mila barili giornalieri operato a febbraio dalla Russia.

Che succede a Riad?

Le decisioni Opec hanno creato profonda irritazione a Washington, dove dall’autunno 2022  ci si chiede a che gioco gioca Bin Salman.  La Casa Bianca reagisce con “ rabbia” ai tagli di produzione, tanto da definire l’Opec ormai «allineato» con la Russia.

I sauditi hanno risposto con un significativo comunicato nel quale  affermano che la decisione è stata motivata esclusivamente da ragioni economiche, mirate a contrastare la volatilità dei mercati, e non politiche; che l’Arabia rigetta, oltre che ogni forma di diktat, ogni «distorsione» della posizione saudita nella crisi Ucraina; che gli Stati Uniti  sono «partner strategici»  ma questo genere di relazioni richiede «mutuo rispetto».

Parole che, nei canali diplomatici si definirebbero molto  franche, oltre che gravide di implicazioni. Difficile pensare che le cose siano cambiate dopo il secondo colpo in sede Opec.

 Ma cosa si propone Bin Salman? Pensa a una rottura con gli Stati Uniti? Non si tratta di questo ma certo  nella sua visione la relazione privilegiata con l’America perde peso.

Riad sembra scommettere su un diverso equilibrio internazionale, come prefigura la  stessa ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Iran con la mediazione della Cina, impegnata sempre più nel ruolo di player globale.

Mohammed Bin Salman  sembra puntare a un ruolo analogo a quello di Recep Tayyp Erdogan con la Turchia, a muoversi in larga autonomia dagli alleati in nome della difesa degli interessi nazionali,  senza farsi immobilizzare dalle priorità di Washington.

Posizionamento che consente, oltre che di raffreddare le tensioni con l’Iran, anche di sopire la concorrenza per l’egemonia in campo sunnita proprio con la Turchia: a partire dalla Siria, dove, oltretutto, nessuna mossa può prescindere dall’asse tra Mosca e Teheran.

La nuova autonomia saudita, però, non si limita al petrolio. Si muove su un crinale ancora più problematico per Washington, attentando alla storica supremazia del dollaro nelle transazioni petrolifere, che potrebbe accettare di regolare in valute diverse da quella americana.

Uno sviluppo particolarmente gradito a Cina e Russia , impegnate a costruire un'alleanza strategica capace di insidiare il dominio mondiale dell'Occidente. Una partita a scacchi dagli esiti imprevedibili.

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