Sono più quarant’anni che i politici italiani, sempre senza successo, cercano di cambiare la forma di governo con la riforma costituzionale. Dopo una lunga serie di fallimenti, inclusa la realizzata modifica del titolo V che non ha portato benefici al regionalismo, l’elettorato è oramai poco appassionato al tema istituzionale e anche la stessa politica non sembra crederci più di tanto.

«Senza entusiasmo»: così l’ex presidente del Senato e deputato di Fratelli d’Italia Marcello Pera sostiene di accogliere la riforma del premierato con una espressione che ben sintetizza l’umore di molti esponenti della maggioranza sul tema. I cittadini sono preoccupati da altre questioni, come i sondaggi mostrano, e la maggioranza stessa non investe molto sul premierato sul piano della comunicazione.

I problemi

Della “madre di tutte le riforme” non sembra più importare molto a nessuno sia tra i detrattori sia tra i proponenti e la stessa premier non ci batte più del minimo indispensabile per ricordare che la riforma è in pista.

Perché? Primo perché la prima versione della riforma aveva vari elementi di debolezza e anche oggi alcuni punti non sono chiari. L’idea del secondo premier della stessa maggioranza, ora modificata con la richiesta di scioglimento da parte del premier sfiduciato, aveva davvero poco senso.

C’è l’elezione diretta del capo del governo e la nomina e la gestione dei ministri da parte del presidente del Consiglio come nel sistema britannico. Tuttavia, non è ancora chiaro come si arriverà a questa elezione diretta. Con quale legge elettorale? E ha davvero senso costituzionalizzare tale legge?

Bisognerà poi con cautela fissare il premio di maggioranza e le modalità di assegnazione visti i rischi di incostituzionalità dato il precedente del Porcellum.

L’autonomia

Ma la legge costituzionale non decolla anche perché accoppiata alla riforma sulle autonomie. Detta in maniera esplicita: il premierato non convince la Lega che sarebbe schiacciata dal maggior partito del centrodestra e da Meloni, l’autonomia non convince Fratelli d’Italia che è da sempre un partito centralista e che oggi può crescere al sud.

Dunque si procede a rilento e con diffidenza, consapevoli che gran parte degli elettori è interessata ad altri temi e che nessuno crede più di tanto che il premierato vedrà la luce attraverso la vittoria di un referendum costituzionale.

Sembra quasi che queste due riforme, premierato e autonomia, vadano fatte per ragioni di coerenza e di programma, ma nessuno vuole investire politicamente in tentativi di riforma che per motivi differenti potrebbero rivelarsi perdenti.

Una riforma mancata

Anche la campagna elettorale delle europee, che sembrava poter essere incentrata sulla rivendicazione del premierato, pare sul punto di prendere un’altra piega concentrandosi sul green deal, la politica estera, le tasse, i bonus.

La verità è che il sistema politico italiano non ha un grado di maturità sufficiente per realizzare una riforma costituzionale. Questa potrebbe farsi soltanto se una parte o meglio tutte le opposizioni fossero d’accordo con uno spirito davvero costituente. Non è così perché gran parte della sinistra, pervasa dal conservatorismo e da anacronistiche rivendicazioni antifasciste su questo tema, considera intoccabile la costituzione del 1948 e non accorda alla destra la legittimità per cambiare la carta.

Anche i dubbi del Quirinale, pur come si conviene mai espressi pubblicamente, traspaiono da alcuni atteggiamenti del presidente Sergio Mattarella. Si tratta di un elemento di peso non trascurabile per i riflessi su quel “partito delle istituzioni” che attraversa tutti i partiti di maggioranza e opposizione.

Ecco, dunque, che si va avanti senza pathos ed è probabile che si finirà la legislatura senza riforma del premierato. Magari azzoppata da uno dei partiti di maggioranza per andare ad elezioni anticipate o per giochi di rapporti di forza oppure affossato dall’ennesimo referendum a vuoto. Si cerca di riformare perché si deve e perché si è promesso in anni di opposizione, dall’altro lato ci si deve opporre perché bisogna rinvigorire l’antifascismo.

Tuttavia, l’impressione è che non ci creda davvero nessuno né al realizzarsi della riforma né al pericolo autoritario che questa se realizzata innescherebbe. Forse è tempo di prendere atto che, oltre la propaganda, non ci sono le condizioni per una riforma costituzionale.

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