Tra i personaggi del finto documentario Death to 2020, l’ultima opera dei creatori di Black Mirror, troviamo la figura della «cittadina media» britannica, costretta da un lockdown senza fine a una completa solitudine, alleviata solo dalle videochiamate e confortata dal catalogo di Netflix. Come racconta nella pseudo-intervista, dopo aver letteralmente esaurito l’offerta di serie tv, scopre lo «show» delle elezioni americane sul canale delle news: «L’avete visto? Un colpo di scena dopo l’altro! Tutti odiavano tutti, il paese intero era in fiamme».

Se la «cittadina media» potesse commentare ora l’epilogo della saga, andato in scena il 6 gennaio a Capitol Hill, lo troverebbe all’altezza delle aspettative. L’episodio ha persino un titolo, «Civil War, January 6, 2021», stampato sulle magliette indossate da vari manifestanti che hanno partecipato all’assalto. È stato davvero l’inizio di una nuova guerra civile americana, come vorrebbe l’estrema destra? O invece uno spettacolo, la messa in scena del dramma dell’«elezione rubata», in cui il confine tra realtà e finzione si è assottigliato fino a offuscarsi?

Il fatto che quella del furto sia una volgare menzogna non l’ha resa meno capace di accendere gli animi, né meno efficace nel produrre effetti concreti. Per la semplice ragione che, per coloro che hanno seguito Trump in questa battaglia finale, lo statuto di verità delle sue affermazioni non ha alcuna rilevanza.

È dovuto insomma accadere un fatto di inaudita gravità perché il mondo spalancasse gli occhi sulle conseguenze della «post-verità», quel fenomeno che il filosofo Lee McIntyre definisce come «strategia di subordinazione della realtà alla politica». La nozione non rimanda al semplice impiego della menzogna nella vita pubblica – fatto in sé tutt’altro che nuovo – ma alla radicale messa in discussione della verità fattuale e della possibilità stessa di distinguere il vero dal falso.

Donald Trump ha eretto questa strategia a sistema di governo, ma il problema non nasce né muore con la sua amministrazione, perché all’origine c’è l’effetto simultaneo di fenomeni come il declino dei media tradizionali, l’ascesa dei social network, la frammentazione della sfera pubblica, la polarizzazione populista del campo politico. Per questo, non riguarda nemmeno solo gli Stati Uniti, ma tutte le democrazie avanzate, esposte alla minaccia di nuove forme di maggioritarismo attraverso gli attacchi allo stato di diritto, ai criteri di accertamento dei fatti e alle procedure di validazione dei saperi.

La politica della post-verità non deve tanto il suo successo a perfezionati sistemi di propaganda (per quanto suggestivo possa essere il paragone tra Trump e Goebbels), quanto all’esaltazione di un’idea di libertà intesa come rifiuto di ogni vincolo, regola, procedura di validazione. Di ciò, nel nostro paese, è stato campione Berlusconi, come ha ricordato Piero Ignazi su questo giornale. E Salvini ne è stato un degno erede. Se siamo liberi di considerare vero tutto ciò che «sentiamo» come vero, ogni affermazione, per quanto strampalata, assume pari dignità nel discorso pubblico. E, se sostenuta dal potere, può diventare performativa.

Lo storico di Yale Timothy Snyder, ha scritto in questi giorni sul New York Times Magazine che «la post-verità è pre-fascismo», perché «senza un accordo su alcuni fatti fondamentali, i cittadini non possono formare la società civile che permette loro di difendersi». Senza fiducia nelle istituzioni e nei dati di cui esse sono responsabili, come i risultati elettorali, si finisce per «sguazzare in astrazioni e finzioni» e per «perdere la distinzione tra ciò che sembra vero e ciò che è effettivamente vero». E ciò determina un pericolo per la sopravvivenza della democrazia che non viene meno con il solo allontanamento del presidente bugiardo dal potere.

La resistenza democratica all’assalto al Campidoglio si è concentrata in un gesto all’apparenza minore, eppure cruciale: la messa in salvo dei bauli con i documenti che certificano il risultato del voto. Qui è il contenuto di realtà che si può sottrarre al fluttuare delle bugie, dei fatti alternativi, dello spettacolo che sostituisce la verità.

La libertà politica, scrive Hannah Arendt, ha bisogno della stabilità che risiede in ciò che è semplicemente «dato», che costituisce il limite ma anche la condizione di possibilità dell’azione. Perciò abbiamo bisogno di verità, ovvero di «ciò che non possiamo cambiare». Metaforicamente, la verità è «la terra sulla quale stiamo e il cielo che si stende sopra di noi».

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