I partiti sono presi tra due fuochi. Da un lato una platea sconfinata che ne parla malissimo e li considera quasi peggio del Covid-19, dall’altro le vedove inconsolabili di un tempo che fu, di quanto erano belli e forti un tempo. Due sentimenti opposti ma convergenti su un punto: i partiti sono ormai alla deriva, incapaci di rappresentare gli orientamenti dell’elettorato e di agire responsabilmente ed efficacemente.

Per questo è sceso un salvatore dagli empirei europei: la scena nazionale non aveva nulla di decente da offrire. Eppure. Eppure, il giustamente osannato presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è un prodotto purissimo della politica partitica. Il suo curriculum è tutto intessuto di attività e di cariche politiche fino alla nomina alla Corte costituzionale, e poi alla presidenza. Il più amato e rispettato degli italiani non viene da un altrove indefinito, bensì della pancia della politique politicienne. Non è stato nemmeno alieno da gesti clamorosi come quando, insieme ad altri colleghi della sinistra democristiana, nel 1990 si dimise dal governo Andreotti per protestare contro la fiducia posta dall’esecutivo sul cosiddetto decreto Mammì che favoriva la posizione dominante dell’allora Fininvest nel settore privato delle televisioni.

Il ruolo dei partiti

La politica è parte integrante della vita pubblica, sia che provenga dall’alto con comandi imperiosi come in Cina, sia che venga modulata attraverso la partecipazione libera dei cittadini come nelle democrazie consolidate. Soltanto in alcune autocrazie, come in Arabia Saudita, uno stato che solo uno sprovveduto o un adulatore senza vergogna poteva considerarlo avviato verso “un nuovo rinascimento“, le forme organizzate della politica sono totalmente bandite.

Per il resto, anche e soprattutto nella stessa Cina, il partito politico è al centro della politica. Il potere può essere tutto concentrato nelle mani di un solo partito, o può essere esercitato da chi vince una competizione tra molti partiti – almeno due: in entrambi i casi, comunque, è sempre il partito politico ad avere le chiavi del governo.

Per rimare nel campo dei sistemi democratici, le elezioni per le assemblee legislative, di ogni livello, sono “organizzate“ dai partiti: vale a dire, sono loro a predisporre le liste di candidati, soprattutto dove si vota con sistemi elettorali proporzionali, questo vale anche dove vigono sistemi maggioritari uninominali, tanto che in Gran Bretagna solo chi è portato da uno dei tre grandi partiti (Conservatori, Laburisti e Liberaldemocratici, più qualche sigla regionale) può aspirare al seggio.

Ne consegue che sono i partiti, attraverso i loro gruppi parlamentari, a definire le agende dei lavori delle camere e nelle altre assemblee subnazionali. E infine sono i partiti, nella stragrande maggioranza dei casi, a scegliere tra i propri ranghi il personale di governo. Su quest’ultimo punto l’Italia fa eccezione per il ripetuto ricorso, negli ultimi trent’anni, a personale tecnico, reclutato fuori dai partiti benché, in molti casi, perfettamente identificabile con questa o quella formazione.

L’eccezione italiana

L’eccezione italiana di cui il governo Draghi è l’ultimo esempio dipende dall’eccezionale livello di disistima e sfiducia che ha investito i partiti dopo Tangentopoli. Questi sentimenti negativi stavano montando da tempo ma erano rimasti sottotraccia.  Secondo le ricerche dell’epoca analizzate da Luciano Bardi e Gianfranco Pasquino, tra il 1985 e il 1990 il numero delle persone che si dichiaravano molto o abbastanza interessate alla politica si era dimezzato raggiungendo la modesta cifra del 17 per cento, contro un 36 per cento che se ne interessa poco e, soprattutto, un 47 per cento che non se ne interessa per nulla. E l’82 per cento degli intervistati percepiva la politica come qualcosa di lontano ed estraneo, come un'attività condotta da persone che non «si interessano a quello che pensa uno come me».

Il disvelamento di quanto in realtà molti sospettavano, e cioè che la corruzione politica imperversava quasi ovunque, ha poi causato un rigetto complessivo. A partire dal 1992 la fiducia nei partiti è precipitata intorno al 10 per cento. E lì è rimasta per i decenni successivi, salvo qualche breve momento di pausa.

Allora, non può essere una scoperta di questi mesi che la politica e i partiti siano all’angolo. Se non fosse stato così da tempo non ci spiegheremmo il travolgente successo dei 5 stelle che avevano issato a loro cifra identificativa l’onestà. Il vento dissacratore dei grillismo da un lato, la sobrietà, e il pragmatismo del capo del governo dall’altro, sono serviti ad indirizzare i partiti verso pratiche virtuose, ad avviare percorsi di autoriforma per convincere o cittadini di una loro rinnovata virtù? Non sembra ci siano segnali in questa direzione. È per questo che il nostro sistema fatica a tener il passo con gli altri paesi. Senza partiti “virtuosi” non c’è speranza.

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