Nel passato le crisi di governo create dai partiti fuori dall’arena parlamentare venivano stigmatizzate da una schiera compatta di commentatori e giuristi che le definivano sprezzantemente extra-parlamentari.

Le cattive pratiche divennero una abitudine tanto che i costituzionalisti ora parlano di una “consuetudine costituzionale".

Eppure noi dovremmo attenerci ad alcune regole semplici e inequivoche.  Per esempio, che un governo è legittimato ad operare quando ottiene la maggioranza dei consensi dall’organo legislativo; che un presidente del consiglio , anche se non è  stato eletto - “unto” dal voto popolare - ha diritto a insediarsi; che un governo che nasce con spostamenti di fronte di partiti , spezzoni di formazioni politiche o singoli parlamentari è pienamente legittimo.  

La diffusione di questi cortocircuiti politico-costituzionali sollecita due considerazioni: la perdurante allergia a regole e procedure limpide, e il ruolo dei partiti e dei gruppi nelle aule parlamentari.

Il precedente di Prodi

Sul primo punto non c’è dubbio che l’esempio di Romano Prodi nel 1998 e nel 2008 rappresenti un punto fermo: contrariamente a tutta la storia precedente, il leader dell’Ulivo non accettò il ricatto di Rifondazione comunista prima e di Clemente Mastella poi, e, invece di dimettersi, portò il conflitto in aula imponendo un voto sul proprio governo.

Con quella scelta Prodi riconsegnò al parlamento il suo ruolo essenziale: dare o togliere la fiducia ad un esecutivo. Rispetto a tutte le chiacchiere sulla “centralità“ del parlamento, il professore compì l’unico atto concreto che la dimostrasse veramente.

Giuseppe Conte sta seguendo la stessa strada. Oggi e domani si confronterà con le vecchie e nuove opposizioni  e, alla fine, le decisioni saranno notificate non in una conferenza stampa, ma dagli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama. Una scelta corretta perché la democrazia si nutre di trasparenza.

Il parlamento è proprio quella “messa in scena” dei conflitti che altrimenti esploderebbero con ben altra violenza nella società. In questi palazzi i contendenti affileranno le lingue, non le spade, (anche se, dicono le Scritture,  la lingua ferisce più della spada).  

Quindi, dopo la sconfitta del governo Moro 1 nel giugno del 1964 sui fondi per la scuola privata che lo portò alle dimissioni, e  le più recenti impallinature di Romano Prodi, ora tocca a Giuseppe Conte sfidare la sorte. Nell’agosto scorso, benché avesse stravinto umiliando il povero Matteo Salvini, ha dovuto dimettersi per consentire un clamoroso cambio di alleanze.

Questa volta la vittoria, se ci sarà, riguarda mutamenti di contorno. Nel caso invece Conte non ottenga la fiducia, le dimissioni sono ovvie, e la soluzione migliore è quella di andare alle urne.

E si finisca con questo piagnisteo che non possiamo votare perché c’è la pandemia: dobbiamo proprio fare sempre i mammoni che non riescono ad affrontare dei rischi come invece faranno in marzo olandesi e israeliani, entrambi chiamati alle urne dalla crisi dei rispetti governi!

Cambiare schieramento 

Nel caso Conte vincesse, con adeguato trasferimento di parlamentari sciolti o in gruppo, si ripropone il problema della liceità di tali passaggi.

Eppure la Costituzione (articolo 67) parla chiaro: i parlamentari non hanno un “vincolo di mandato” cioè godono della piena libertà da qualsiasi contrizione o fedeltà rispetto al partito o al gruppo parlamentare, in quanto rispondono solo alla nazione.

Questa fictio, in vigore fin dalla fine del Settecento quanto qualche centinaio di persone votavano per un candidato nell’Inghilterra dell’epoca, e già allora teorizzato da un celeberrimo scritto, é rimasto un mantra inattaccabile. Quindi se il parlamentare è costituzionalmente sciolto da ogni vincolo con chicchessia perché risponde solo alla nazione tutta intera, allora non ha alcun senso parlare di tradimenti, transumanze, cambi di casacca, e via ironizzando e insultando.

Chi ha bacchettato i grillini per la loro proposta di abolizione di tale norma fin dal 2017, ora non può certo alzarsi a dire che eventuali nuovi apporti in arrivo sono illegittimi: ogni eletto è libero come l’aere.

Per questo, qualora Conte prevalesse grazie a qualche senatore che corre in soccorso (del possibile vincitore), ciò non dovrebbe sollevare alcuno scandalo: il senatore fedifrago rispetto a chi lo aveva portato in parlamento non ha fatto altro che esercitare un suo diritto costituzionalmente garantito. E finché non si discute laicamente la questione, così è.

Poi rimane la politica. Che senso ha un governo dove arrivano all’improvviso sostenitori che non hanno mai discusso o condiviso le posizioni dell’attuale esecutivo? E’ possibile fare come se niente fosse successo, o invece è necessaria una bella riflessione collettiva di Pd, M5s, Leu ed eventuali altri soggetti per definire il prosieguo del cammino? Ma questa è un’altra storia.

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