Si conobbero sul lungomare viareggino quando la guerra era finita da poco. Cesare Garboli aveva diciassette anni e Antonio Delfini forse trentotto. Qualche tempo dopo, di Viareggio, il padre del primo sarebbe diventato sindaco. O forse aveva trentanove anni, Delfini, visto che c’è incertezza sul fatto che fosse nato nel 1907 o nel 1908. Glielo presentarono come uno scrittore, ma Garboli capì che si trattava innanzitutto di un personaggio da romanzo. La seconda cosa che capì di lui è che era diverso da chiunque altro avesse mai incontrato. In questo «dilettante di letteratura, dissipatore di patrimoni», nato in una famiglia modenese talmente ricca da ignorare la provenienza e l’entità del patrimonio, il giovane Garboli colse presto l’indole segreta, molto commovente e balorda, di chi vorrebbe il cuore degli altri senza chiederlo né tantomeno dare in cambio il suo. Tutt’altro che nascosto invece era il suo narcisismo, quello era eccessivo e incurabile.

Quando, nel gennaio del 1982, Einaudi pubblicò, a cura di Giovanna Delfini e Natalia Ginzburg, i Diari dello scrittore modenese, fu Cesare Garboli a scriverne la prefazione. Ora, per merito di minimum fax, quelle magnifiche quarantasei pagine, suddivise in dieci capitoli, sono ritornate in libreria.

Virtuoso del fallimento

«Pochi scrittori», ammette Delfini, «hanno odiato gli altri scrittori come li ho odiati io». Ma cosa ne pensavano gli altri scrittori di lui? «Un dilettante», disse con un sorriso affettuoso Moravia; «Un dilettante», disse Pannunzio, con un sorriso stavolta ironico.

Delfini, da giovane spesso scriveva, soprattutto prima di andare a dormire, lunghe pagine per adattare i suoi pensieri alla sintassi e alla grammatica di Leopardi. «Tu poeta soffrivi perché eri brutto; / io bello soffro perché non poeta», scrisse in un distico improvvisato. In quegli anni compone i suoi primi racconti, lascia Modena per Firenze e poi per Viareggio, ha una sua piccina notorietà di stima e non di vendite, e i suoi amici sanno che non è semplice né raccomandabile provare a collaborare con lui – secondo Garboli sarebbe stato più consigliabile «far trottare una zebra ad Agnano».

Da parte sua Delfini si definiva un uomo di «una mitezza eccessiva nata del desiderio di non soffrire mai o il meno possibile, nel tempo convertita in pigra contemplazione e una sorda velleitaria rivalsa che non è mai sfociata in una conclusiva spiccata vendetta». Garboli ci dice che «a titolo di gloria infamante» Delfini, comprata l’uniforme nera, marciò su Roma. Ci sarebbe una fotografia a ritrarlo pieno di vergogna per quella funerea mise e per sé stesso. Era un virtuoso del fallimento, Antonio Delfini, con repertorio e varianti da funambolo.

Pagine di un amico

Nel 1978, dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani nel portabagagli di una Renault 4 rossa, Cesare Garboli aveva deciso di lasciare Roma. Allora aveva quarantotto anni, un ufficio alla Mondadori e un appartamento ad appena qualche falcata da piazza di Spagna. Se ne andava a Vado di Camaiore, nella provincia lucchese; se ne andava nella grande casa in cui la sua famiglia si era rifugiata nell’ultima tranche di guerra.

Rosetta Loy, a lungo compagna di Garboli, di quella dimora ricorda con la stessa dolorosa malinconia le molte sere d’inverno dalle finestre rigate di pioggia e «la mastodontica affettatrice rossa dalla lama mangiata dalla ruggine, inamovibile dal ripiano di marmo». In quelle stanze, che portavano ancora davanti all’ingresso lo stemma del cappello cardinalizio di quel prelato a cui, fino agli anni Trenta, era appartenuta la casa, Garboli scrisse, dall’agosto all’ottobre del 1981, quella presentazione ai Diari di Delfini ora nuovamente in libreria con il titolo Un uomo pieno di gioia (e la prefazione di Trevi merita l’osanna che meritano gli altri due scrittori; e se i diari del modenese brillavano anche grazie alla premessa di Garboli, ora il libro di Garboli luccica anche con il merito dell’apertura di Trevi).

Il Delfini che viene su da queste pagine non è né di marmo né di vetro soffiato; non è un tributo docile alla memoria di un vecchio amico, quello scritto da Garboli, né un salamelecco a uno scrittore da tempo deceduto: è un addio che si confonde con l’abbraccio più struggente. E anche se per Delfini l’amicizia era un inquieto capriccio, queste sono pagine di un amico. E da amico, Garboli si dispiace che l’altro non abbia avuto pazienza, costanza e modestia, forse per il complesso dell’autodidatta, forse per il risentimento provinciale, e che non abbia così trovato la fortuna che avrebbe meritato almeno sfiorare.

Quando uscì la seconda edizione del libro che Delfini continuò a scrivere per una vita, Ricordo della Basca, Garboli domandò a un conoscente che collaborava con le pagine culturali di un quotidiano di recensirlo. Quello gli rispose così: «Bello, bellissimo, la letteratura è quella lì, è così che si scrive, ma non posso: non so che dire». Per Garboli lo scrittore deve dimostrare «due doti inseparabili e complementari»: l’immensità e la veggenza dell’immaginazione, non così diversa da quella dei profeti o degli indovini, e la fiducia assoluta nella creatività della fantasia, da considerarsi non come una copia della realtà ma come un originale. Per lui, che scrittore lo fu suo malgrado, essere uno scrittore significava «abbracciare, senza alcun interesse premeditato, tutte le possibilità della vita, oltre alla possibilità di inventare altra possibilità». Lui, con il soprabito sbottonato, incurante del freddo se non per le mani in tasca, sotto la neve, per le contrade di Modena medievale; lui, che dichiara l’amore a tutte le ragazze che gli concedono un ballo, mentre ricorda «l’odore di un abito di tela bianca nel mese di giugno» che indossava la sua prima fidanzata; lui, a passeggio per Bologna, con «il cuore stretto come una nocciola».

«Nell’uomo, ragione e sentimento sono mescolati in modo nefasto» scrisse il fisico Max Born ad Albert Einstein. Ma non sempre è così: da questo mélange di ragione e sentimento scaturiscono, al contrario, pagine ammirevoli e rare. Bach disse che solo da commosso un musicista può pensare di commuovere chi è venuto a sentirlo suonare. Diderot, invece, riteneva che l’artista che desideri commuovere il suo pubblico non deve commuoversi, perché altrimenti rischierebbe di pregiudicare il giusto utilizzo dei suoi mezzi tecnici. Leggendo Un uomo pieno di gioia si tenderebbe a dar ragione a Bach: Garboli confessa prima di essere stato indeciso se accettare quell’incarico e dopo di aver desiderato che il tempo da dedicare a quella sua prefazione non avesse mai fine. Sono pagine scritte e poi vegliate, vegliate e poi ancora scritte. E forse, per il dolore che gli avrebbero dato, poi mai più rilette («Seppellire Delfini, dirgli per sempre addio, non è per me che seppellire me stesso»).

Rammarico

L’ultima volta che si incontrano, nel 1961, per una stravaganza del destino è la prima volta che si incontrano a Modena, la città natale di Delfini. Garboli non si fidava della sua automobile per quel lungo viaggio e così ne chiese in prestito una a un suo amico. Delfini era in una casa di cura e condivideva la camera con la sorella. Lo trovò molto allegro, «molto più allegro di me», scrive Garboli. Aveva una valigia aperta, piena di libri accanto al letto. Gli disse che Stendhal «rendeva di più se letto con la vita alle spalle».

Fu un’amicizia di quindici anni, la loro, che ci appare come molto più duratura, come quelle amicizie estive da bambini che pur se soltanto di due mesi fanno un’ombra lunga una vita. L’ultima cosa che Garboli chiese a Delfini fu di indicargli un ristorante a Modena.

Garboli firmò anche il risvolto di copertina dell’edizione einaudiana del Ricordo della Basca in cui ne lodava «la velocità, l’aria, la trasparenza con cui forma una nube fantasmatica (come i vapori d’inverno nelle campagne emiliane)» e notava come l’autore fosse uno scrittore seriamente imprevedibile «di cui non si sa mai, un rigo prima, che cosa succeda nel rigo dopo». Una nuvolaglia imprevedibile, Antonio Delfini, sempre a cambiare cielo.

«Sono andato dove non so, dove non sono forse arrivato, dove mi è piaciuto andare, / perché la gente se ne avesse a male», è il primo verso di una poesia di Delfini intitolata La passeggiata. Garboli soltanto in parte riuscì a seguirlo in quel suo cammino «squinternato, balordo e puerile», in parte seppe essergli amico. «La sola cosa che si può dire sull’amicizia è che non si è mai amici abbastanza», scrive in una delle ultime pagine di questo bellissimo libro. Del resto, la più inutile e più dolorosa tra le prove della sincerità di un legame è il rammarico. Con tutte le ugualmente inutili e dolorose eccezioni del caso.


Cesare Garboli è autore della prefazione al libro di Antonio Delfini Diari, edito da Einaudi nel 1982. La sua prefazione è oggi ripubblicata da Minimum fax nel libro Un uomo pieno di gioia, con prefazione di Emanuele Trevi

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